07 dicembre 2020

Introduzione a “I perché dell’italiano”

 

Le lingue e le questioni ad esse relative non sono solitamente oggetto di particolare curiosità da parte dei loro utenti primi, cioè i parlanti, a parte la constatazione banale della loro diversità. Ne sono in particolare consapevoli i linguisti, solitamente confusi con i poliglotti e che faticano a illustrare la propria attività scientifica, indipendente dal sapere più lingue e dedicata all’osservazione e alla spiegazione della manifestazione della facoltà di linguaggio. È questo l’aspetto della cognizione della specie umana, homo sapiens sapiens, che fa sì che ogni essere umano diventi parlante nativo della lingua — o delle lingue — a cui è esposto nei primi anni di vita, cioè che in tempi relativamente veloci passi da infante (latino ‘che non può ancora parlare’) a parlante. La facoltà di linguaggio, ereditaria nella specie, si interfaccia crucialmente con l’ambiente linguistico in cui il bambino viene allevato; la lingua non si eredita dai genitori naturali come i caratteri somatici, ma la si impara da chi parla al bambino quando se ne prende cura, genitori naturali o altri.

 

Forse proprio il fatto di diventare “parlanti” nei primissimi anni di vita senza che si sia consapevoli del processo di apprendimento, simile per tutte le lingue a cui si è esposti, rende per il parlante il fenomeno lingua qualcosa di naturale e scontato, che non suscita curiosità, come per esempio il respirare, e soprattutto che non ha bisogno di spiegazioni. Tuttavia l’attenzione per fatti di lingua viene suscitata in particolari occasioni in cui si scontrano, per così dire, modi di parlare diversi ancorché intercomprensibili: nel confronto con parlanti italiano i parlanti dialettofoni di anni fa si convincevano di non saper parlare bene italiano; a scuola si è portati ad osservare usi naturali (p.es ha piovuto) come “scorretti” (si dice è piovuto!). Inoltre sempre a scuola l’attenzione per i fatti di lingua è accesa dal confronto tra il parlare (e studiare) nella lingua di cui si è nativi e le difficoltà e le imperfezioni del parlare in una lingua straniera di studio.

 

L’attenzione sembra dunque maggiormente legata a situazioni in cui usi linguistici diversi sono oggetto di giudizio in base a gerarchie sociali più o meno codificate. Negli esempi testé menzionati l’orientarsi a modi di parlare di comunità rurali ristrette, l’essere scolarizzati o no, il relativo successo nel parlare una lingua studiata in età non infantile. Proprio questa ultima occasione di attenzione per fatti linguistici indotta dalla dissimmetria nella competenza di diverse lingue offre lo spunto per interrogarsi su diversi aspetti della lingua e delle lingue che stanno intorno a noi a cui “I perché dell’italiano” si propone di rispondere. Nei due ultimi decenni, infatti, l’italiano si trova al centro di un campo di tensione indotto dalla presenza di parlanti con diversi gradi di competenza, dal nativo all’immigrato di passaggio, passando attraverso le numerose famiglie bilingui con occasioni di uso diverso delle lingue e gli scambi commerciali, turistici e nel campo dell’istruzione superiore. Il campo di tensione comprende anche lingue diverse, pure padroneggiate con diversi gradi di competenza, che comportano la necessità di far fronte a esigenze comunicative diverse adottando strategie di accomodamento che favoriscano la comprensione e la condivisione di significati, abbattendo anche potenziali occasioni di conflitto.

 

Ne “I perché dell’italiano” il campo di tensione è osservato dal punto di vista della lingua del nostro Paese per servire da strumento per rispondere alle domande suscitate dalle occasioni di attenzione per i fenomeni linguistici. Le risposte sono fornite dai linguisti, che sapranno così mostrare le peculiarità della loro professione in un’operazione di divulgazione che ripropone i contenuti della ricerca scientifica formulandoli in modo da poter essere condivisi da tutti i parlanti, a prescindere dalla loro preparazione tecnica, e aiutare tutti i parlanti nella pratica comunicativa all’interno del campo di tensione, affinando le strategie di comprensione e adattamento nell’uso del linguaggio, che si impara sì inconsapevolmente in maniera che fa meraviglia, ma la cui conoscenza ne esalta le potenzialità espressive.

 

Immagine: Bandiera d’Italia

 

Crediti immagine: See below., Public domain, via Wikimedia Commons


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