31 luglio 2019

(l’indicibile) sul proscenio

La prosa di Tommaso Landolfi, già ad apertura di pagina, infonde nel suo lettore un vago senso di inadeguatezza. La potenza di fuoco della sua lingua – quel suo vagabondare accurato in ogni anfratto del vocabolario (comprese le zone più periferiche e magari fin lì letterariamente inesplorate) – suscita infatti una certa soggezione: la necessità che affiora, leggendo, di tenerselo a portata di mano, il vocabolario, per non vanificare la ricerca dell’autore procedendo con lo stesso rigore nella sua ricezione e raggiungerne la piena cognizione (per usare una parola di Gadda, tra i pochi in grado di competere su questo piano con Landolfi).

 

L'autore nella selva dei segni

 

Messa così, per chi non si fosse mai trovato ad avere a che fare con quelle pagine, si potrebbe dare l’impressione di un gioco di pura ostentazione: un esercizio di stile respingente e ai limiti dell’onanismo linguistico che punti volutamente a mettere il lettore in difficoltà (chissà poi perché, dal momento che l’unico desiderio di ogni scrittore è di farli innamorare tutti, i lettori, magari proprio rispettandone l’intelligenza e immaginandoli in grado di superare qualunque soglia di difficoltà, partecipando alla comprensione e finendo poi per essere tanto più gratificati).

Un rischio, comunque, che Landolfi non corre. E di cui il lettore si rende conto già all’incontro col primo inciso (lì dove prende casa il dubbio e prolifica): non appena capisce che se c’è qualcuno a sentirsi inadeguato in quella selva di segni è proprio il suo stesso creatore.

Landolfi è laureato in letteratura russa e da questa lingua è stato raffinato traduttore. Così come dal francese e dal tedesco. È curioso esploratore di repertori lessicografici e gerghi. Eppure, nonostante tutte le sue conoscenze e competenze linguistiche, quando scrive sembra sempre che la lingua non gli basti per circuire con esattezza le immagini e i pensieri che gli affollano la mente, dandogli la sensazione di non riuscire a restituirli intatti al lettore. La stessa che proviamo tutti quando ci esprimiamo in una lingua diversa dalla nostra madre, anche quando quella che siamo costretti a usare in un determinato contesto ci è apparsa qualche volta in sogno.

 

La messa in scena del proprio lavoro

 

Tutto questo Landolfi non ce lo dice, ma ce lo mostra, secondo un principio che è più della sceneggiatura che della narrativa e che si può sintetizzare nel precetto anglosassone show, don’t tell.

L’autore, infatti, mette in scena lo svolgimento del suo lavoro, descrivendo le proprie incertezze nel gestire la materia trattata – per esempio nel racconto Favola si legge: «(ahimè, perdo sempre il filo del discorso, perdonate alla vecchia narratrice)» – e riflettendo di volta in volta sulle parole da usare nel corso della narrazione. In Prefigurazioni: Prato si legge: «Io (ma quante volte ho scritto questo dannato pronome?), io ero un bambino»; e ancora in Ombre: «Ora di riscomparire nell’inferno (macché, devi dire: nel baratro infernale)…»

In questo modo, la scrittura landolfiana sembra configurarsi come un work in progress, il cui esito incerto condiziona l’autore e lo induce a giocare con la sua stessa resa: «Racconto: impossibile», si legge in Rotta e disfacimento dell’esercito.

Landolfi torna tante volte su questo aspetto e tuttavia non smette mai di scrivere; anzi, la sua prosa è proprio il risultato di questa sorta di schizofrenia: una vocazione fortissima alla scrittura e una sfiducia totale nei confronti della lingua che è il suo stesso e unico mezzo. Qualche riga da La penna per capire:

 

«Nere parole, e buie. Invano io mi sforzo di suscitare in esse una luce; invano cerco di penetrarle e di stabilirne una corrispondenza con una realtà di qualsiasi ordine; esse non rispondono se non al nulla; bei tempi, quando immaginavo per esse rivelata una patria celeste… Talvolta, in certe annate, le buone nocciole che vengono dai monti sono tutte vuote per via d’un loro tonchio segreto: avido ragazzo, io mi trovavo le mani piene di gusci, nient’altro che gusci… Tale medesima sorte mi preparo oggi, se insisto. Non è che io sia cattivo poeta; fossi anche buono, il risultato ultimo sarebbe lo stesso. E in conclusione nulla più mi resta che cambiar mestiere… […] Sciocchezze! Devo farmi coraggio e provvedere subito: o sarà troppo tardi e seguiterò tutta la vita a baloccarmi con gusci vuoti».

 

Le esitazioni di Landolfi, i suoi continui ripensamenti e tentennamenti, si ripercuotono necessariamente sul piano del discorso narrativo, il cui ritmo monologante (nella maggior parte delle sue opere il racconto è in prima persona) procede allora a singhiozzo, con continue ramificazioni del filo conduttore, spesso sospinto nei rivoli paralleli in cui il dettato si frammenta e si riproduce infinite volte, mediante il continuo ricorso a proposizioni incidentali e parentetiche.

 

La ragnatela degli incisi

 

Nella pagina landolfiana incisi di vario tipo sembrano tessere una ragnatela con i suoi caratteristici vuoti (il ragno, d’altra parte, è figura ricorrente nell’immaginario landolfiano, tipico “oggetto surreale”: in ragno viene trasformato Il babbo di Kafka nel racconto omonimo; un ragno tormenta il sonno della protagonista di Pioggia; e Ragno è il titolo stesso di un altro racconto del 1967). Proprio come un ragno che torna sempre al nucleo della sua tessitura per tirare un filo nuovo, l’occhio del lettore è così costretto ogni volta a tornare indietro per ricostruire i vari fili logici che si svolgono, sovrapponendosi nel piano della narrazione diretta e in quello delle digressioni incidentali. A volte le parentesi vengono perfino verbalizzate, come accade nel racconto Palio: «gentile omaggio, fra parentesi, alla Tale, visto che il liocorno è simbolo di purezza».

Ma il più delle volte al loro interno sono contenute riflessioni metalinguistiche che partono dalla stessa consapevolezza che Pier Vincenzo Mengaldo attribuisce a Italo Calvino nella Tradizione del Novecento e cioè «che la lingua non può dire tutto, ma forse riesce a dire qualcosa, a patto che la si circuisca e quasi la si corteggi con assidua pazienza, disposti allo scacco».

Ora, in questa reiterata messa in scena – quale forma più adatta per la materia perturbante al centro della narrazione landolfiana se non una lingua che contribuisca anche lei a scuotere il lettore mostrandogli al contempo che quello che si trova più a disagio nel gestirla è proprio il suo autore? – risiede da un lato una lezione per chi avesse una vocazione letteraria; e dall’altro lato una nota di dolenza per chi, ugualmente determinato a scrivere, avesse scelto l’arte della sceneggiatura. Nel primo caso infatti Landolfi ci ricorda dove risiede il “cantuccio dell’autore”, per dirla con Manzoni: quello spazio di sperimentazione che è la lingua: l’unico in cui si possa lasciare una traccia del proprio passaggio nel mondo delle lettere. Nel secondo caso, la consapevolezza che uno sceneggiatore quel cantuccio non può concederselo. Non è sua la voce che deve animare i dialoghi da consegnare agli attori, se non con uno sforzo di mascheratura verosimigliante che lo nasconda tra le pieghe di una ricerca apparentemente mimetica delle lingue della realtà rappresentata cui la sua missione lo costringe.

 

Tutto è scrittura

 

Ci sono anche lì, naturalmente, altri spazi di personalizzazione della forma (la struttura narrativa: il montaggio, l’accostamento significante di un’uscita di scena con l’attacco della successiva, ecc.), ma la sola vera parentesi che lo sceneggiatore può concedersi è il doppio o triplo fuoco che si può dare a una scena: mettendo al centro la sua informazione principale – ciò che manda avanti la storia – e iscrivendole intorno una cornice che intanto mostri allo spettatore qualcosa di più o qualcosa di indicibile dei personaggi che quella scena la fanno vivere.

Landolfi, nella sua prosa, all’indicibile concede invece il proscenio. E a poco servono in definitiva le gerarchie sintattiche per cui gli incisi rappresenterebbero un piano secondario della narrazione, perché a questo livello di consapevolezza tutto è scrittura. Tutto è dicibile, compresa la difficoltà nel dire. Racconto impossibile, scrive Landolfi. E intanto, come un grande sceneggiatore (ecco al dunque come si fa!), sta mettendo in scena il contrario.

 

Immagine: Il Teatro Greco di Siracusa

 

Crediti immagine: Andrew Malone [CC BY 2.0 (https://creativecommons.org/licenses/by/2.0)]

 


© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0