03 agosto 2020

Cinque vicende pubbliche e private sull’utilità della lettura ad alta voce

 

Una storia privata

 

“Giulio e Ignazio passeggiano nel bosco. Ecco Gigi Galletto, chissà dove va così di fretta”: così inizia la storia di Giulio coniglio e i pulcini, piccolo libro cartonato frutto dell’inventiva di Nicoletta Costa. Non ho avuto bisogno di andare a prendere il volume per controllare, perché, insieme a centinaia di altri albi e piccoli volumi per la primissima infanzia, letti e riletti per i miei figli Elia e Teresa, è impresso indelebilmente nella mia memoria. Mi capita spesso di domandarmi a cosa sia servito tutto questo tempo trascorso a leggere ad alta voce per loro, a cosa serva continuare a farlo ancora oggi, a 14 e 9 anni compiuti. Ne sarà valsa la pena?

Prima che come pedagogista, provo a rispondere da genitore, e mi vengono in mente le emozioni, le risate e le opinioni condivise durante ogni lettura. Scambi relazionali che hanno contribuito alla veloce esplosione del loro parlato e alla qualità e complessità delle loro interazioni verbali (ricordo distintamente che in uno dei molti spostamenti per lavoro una collega, sentendomi al telefono mi chiese: “ma con chi stavi parlando?”, “Con mio figlio!”, “E quanti anni ha?”, “Quattro”, “Davvero? Sembrava stessi parlando con un tuo amico”), a una precoce capacità di riconoscere e descrivere le proprie emozioni e le emozioni altrui (a partire dallo schema “ho fatto come… ” e la citazione di un personaggio dei librini letti); una grande facilità, una volta raggiunta l’età scolare, nell’imparare a leggere; un’immediata propensione a fornire alla propria lettura un’intonazione adeguata, coerente al significato del testo; la propensione ad essere lettori autonomi dai gusti plurali; un certo grado di abilità nel raccontare eventi; una notevole capacità di comprensione dei testi di qualunque tipo, anche ritenuti adeguati per fasce di età superiori; una tendenza a rappresentarsi, in forma narrativa, il proprio futuro. L’esposizione quotidiana alla lettura è stata, senza dubbio, il fattore principale di questi vantaggi che, nel contesto formativo, sono divenuti predittori di successo.

 

Tra ricerca ed azione

 

Nel 1997, dopo un’esperienza pluriennale piuttosto precoce in un’azienda distante da casa, ho deciso di rientrare nella mia città natale e trovare nuovi spazi e orizzonti in cui ridefinire il mio futuro professionale. Per una serie di circostanze, anche fortuite, ho avuto l’occasione di occuparmi di orientamento. Risale a quegli anni l’intuizione di un metodo di orientamento denominato orientamento narrativo. Si tratta di un metodo di orientamento formativo nel quale la lettura ad alta voce viene intervallata da una serie di attività (autobiografiche, di autoriflessione, di confronto in gruppo, di scrittura creativa, di negoziazione delle interpretazioni e previsionali) che consentono di analizzare il proprio passato, di pensare e progettare il proprio futuro. I percorsi di orientamento narrativo si sono rivelati, nel tempo, capaci di incidere sulle abilità progettuali e di scelta dei ragazzi e delle ragazze che hanno partecipato a percorsi. E anche su di me, posso dirlo dopo tanti anni, hanno avuto un effetto positivo, contribuendo ad aiutarmi a precisare i miei interessi professionali e poi di ricerca, a riannodare le fila dei miei percorsi formativi. Fondamentale il percorso intrapreso con Simone Giusti, nel costruire e organizzare il lavoro di una comunità di ricerche e di pratiche come quella dell’appuntamento biennale denominato Le Storie Siamo Noi che mette al centro l’orientamento narrativo e le pratiche di lettura e scrittura, i metodi narrativi in genere, orientati all’empowerment delle persone e delle comunità, con un’ottica transdisciplinare.

Undici anni fa ho conosciuto Marco Bartolucci, attualmente assegnista di ricerca della cattedra di Pedagogia Sperimentale all’Università di Perugia, che, con una formazione da neuropsicologo, si è interessato ai miei studi sulla lettura e, in particolare, sugli effetti della lettura ad alta voce. In quel periodo stavo infatti lavorando alla lettura ad alta voce come pratica intensiva e quotidiana in nidi e scuole dell’infanzia. Da un confronto del tutto informale, frutto di serate estive insieme a gruppi di amici, venne fuori l’idea di verificare quali effetti potesse produrre l’esposizione alla lettura ad alta voce in anziani colpiti da malattie degenerative. Senza alcun finanziamento e grazie alla disponibilità iniziale di alcune RSA e alla collaborazione volontaria di un gruppo di studenti universitari, impiegati come lettori, potemmo costruire un primo campione di soggetti ultraottantenni con i quali verificare come già dopo 40 giorni di esposizione alla lettura ad alta voce di materiale narrativo, in anziani colpiti da malattie neurodegenerative, con storie cliniche di declino progressivo, fosse possibile recuperare livelli e abilità di memoria precedenti, incidendo su una serie di abilità cognitive e persino nella capacità di recuperare ricordi e restituirli verbalmente. Una serie di studi successivi, anche con follow up, hanno confermato e rafforzato gli effetti rilevati nelle prime sperimentazioni, aggiungendovi anche effetti relativi allo stato generale di benessere dei pazienti. Questi studi ci hanno incoraggiato a proseguire anche le ricerche e gli interventi nel sistema di istruzione.

 

Due progetti con la lettura ad alta voce

 

Nel 2017 Giunti scuola mi ha chiesto di progettare e dirigere un progetto per l’inserimento della lettura ad alta voce nella scuola primaria e secondaria di primo grado. È nato così Leggimi ancora, un progetto nazionale al quale, già nel primo anno di attuazione (2018/2019), hanno aderito 13.000 classi, con il coinvolgimento di circa 300.000 studenti e oltre 15.000 insegnanti, a cui sono stati distribuiti gratuitamente oltre 50.000 libri. Il concept del progetto era piuttosto semplice: alle scuole aderenti, che ricevevano formazione a distanza e libri gratuitamente, era richiesto di leggere per 100 giorni consecutivi in classe, partendo dal tempo di attenzione degli studenti sino ad arrivare a un’ora al giorno. Il progetto prevedeva una ricerca su un campione di studenti della scuola primaria e secondaria di primo grado in tre città, Torino, Modena e Lecce, ed ha raccolto risultati estremamente significativi sulle abilità cognitive di base, sulle abilità di comprensione del testo e su tutte le abilità che hanno a che fare con la comprensione di testi scritti e orali (in tutte le scuole, tutte le classi, tutte le città coinvolte nel campione). Sono in corso di stampa sia articoli scientifici che un volume per la presentazione dei risultati della ricerca e del progetto. Uno dei risultati più interessanti, tuttavia, è stato quello ottenuto segmentando il campione, sulla base dei livelli cognitivi di partenza, in sette sottogruppi: i risultati hanno dimostrato che la lettura ad alta voce è in grado di produrre effetti statisticamente significativi (anche a confronto con gruppi di controllo) su tutti i sottogruppi e dunque di connotarsi come una didattica equitativa, capace di coinvolgere e produrre effetti positivi su tutti.

Nell’anno scolastico 2019/2020 ha preso avvio una politica educativa della Regione Toscana (realizzata grazie al partenariato con l’Università degli Studi di Perugia e di Cepell, Indire, USR Toscana e con la collaborazione di LaAV Letture ad alta voce) denominata Leggere: forte!. La particolare rilevanza e novità di questo progetto istituzionale sta proprio nella proposta di inserire la lettura ad alta voce in ogni ordine e grado del sistema di istruzione toscano, dagli 0 ai 18 anni, come pratica didattica quotidiana e intensiva. Lo scopo del progetto è, dichiaratamente, promuovere il successo formativo di tutti i bambini e le bambine, i ragazzi e le ragazze che crescono nei confini della Regione Toscana e ridurre così la dispersione scolastica. Per far questo sono state intraprese una serie di azioni formative, di potenziamento di educatrici e insegnanti, di osservazione e monitoraggio delle pratiche sviluppate, di supporto e, durante il lockdown, di registrazioni di centinaia di audio e videoletture, di piattaforme e guide di supporto, strumenti e proposte per i centri estivi. I primi risultati ottenuti nella sperimentazione sulla fascia 0-3 stanno mostrando un significativo incremento (rispetto ai coetanei del gruppo di controllo, che non hanno beneficiato dell’intensificazione della lettura ad alta voce) del linguaggio produttivo e ricettivo di circa il 15%.

In conclusione di questo excursus tra pubblico e privato, ancora immerso in esperienze di lettura e di ricerca, mi viene da domandarmi: ma quali sono i motivi validi per non leggere ad alta voce a scuola e in ogni altro contesto dove sia possibile farlo?

 

Immagine: Lettura di un libro

 

Crediti immagine: Rudolf Ernst / Public domain

 

 


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