03 agosto 2020

Leggere per annodare un legame

 

Il mondo è pieno di voci. Le voci stanno dentro i corpi delle cose, degli esseri animati e inanimati. Conchiglie che sussurrano, venti che soffiano, vulcani che urlano verso il cielo. Poi c’è la voce che esce dalla bocca degli esseri umani, e in questa si trova qualcosa di stupefacente: come per le impronte digitali, non ne esiste una uguale all’altra.

Quando ero all’università ho studiato un libro di Corrado Bologna, Flatus vocis: fondamentale non solo per la tesi che stavo scrivendo, ma anche perché mostrava qualcosa di prodigioso sebbene così vicino a ognuno di noi. Quando la voce si lamenta, grida, borbotta è più affine al pensiero che al linguaggio. La voce basta a calmare il bambino ancora escluso dall’uso della lingua: e questo perché ha un potere indipendente dalle parole. Il significato viene prima della grammatica, la voce è una forza archetipica. Studiavo il Mistero buffo di Dario Fo, quel grammelot che lo aveva reso famoso non solo in Italia e gli sarebbe valso il premio Nobel per la letteratura. Le persone nel mondo lo comprendevano perché il significato stava tutto dentro alle inclinazioni della sua tonalità vocale, e ai gesti che riempivano la scena. Quando sono diventata madre, uno dei tanti manuali che mi sono trovata a consultare insisteva su quanto fosse importante leggere ai neonati, quanto fondamentale il tono indipendentemente dalle parole usate. Il senso se ne sta rintanato dentro alle onde sonore. Lo stesso vale per l’accesso che la nostra stessa voce ci dà alle emozioni più profonde. In un laboratorio teatrale degli anni Settanta, Dario Fo invitava i ragazzi presenti a salire sul palco e a improvvisare. Ogni qualvolta l’allievo si sforzava di trovare battute che avessero un senso, l’effetto risultava artificioso: l’elaborazione linguistica diventava un filtro che indeboliva la spontaneità. Dario Fo incoraggiava allora i ragazzi a usare il proprio dialetto, la lingua alla quale apparteneva la loro sfera emotiva. Non aveva alcuna importanza se il pubblico non avrebbe capito il senso delle parole: avrebbe compreso il ritmo delle emozioni.

 

Per palestra, la camera da letto

 

La mia palestra di lettrice ad alta voce è stata la camera da letto di mia figlia. Per sei anni ci siamo alternati tutte le sere, io e mio marito. Un libro in mano e una fiaba da intrepretare; spesso qualche breve e poetica avventura della Pimpa. In quei momenti la voce tornava ai suoi aspetti prodigiosi: gli artifici, i fantasmi, le potenze soprannaturali. Paul Valéry diceva di vincere attraverso il timbro e lo stile della voce l’inerzia della cosa scritta. Così capitava a noi genitori nell’oasi di lettura prima che nostra figlia cadesse addormentata. Le voci innaturali e quelle mascherate, le voci "da salotto" e quelle dal pulpito. Le voci divertenti e quelle animalesche.

Per molti anni ho lavorato come copywriter. Uno dei momenti più belli del lavoro era quello in sala di registrazione. Che si tratti di radio o di televisione, comunque si passa innanzitutto prima di tutto dalla scelta di una voce: femminile o maschile, giovane o adulta, calda o ruvida, educata o naturale. In sala di registrazione si chiede di leggere quel testo in moltissimi modi diversi. L’attore lo sa fare: anzi, più è bravo e più gli risulterà naturale e possibile dare ogni sfumatura d’intenzione alle parole del testo. Dimostrando che ogni frase scritta può essere trasformata dalla semplice intonazione.

 

Shahrazad e la rifondazione del tempo

 

Ma torniamo nella camera da letto della mia bambina. La favola della sera esisteva solo perché c’era qualcuno che la narrava (io o mio marito) e qualcun altro che l’ascoltava (mia figlia), esattamente come accadeva per Shahrazad nelle Mille e una notte. La narrazione rende eccezionale quel tempo condiviso; anzi rifonda quel tempo, dilatandone i confini. In quel momento non ci sono solo le parole, c’è qualcosa di tridimensionale: la narrazione orale tra genitori e figli è corposa. Mani che si toccano, occhi che si cercano: è in atto una piccola metamorfosi per me che racconto a mia figlia e per lei che mi guarda, interviene, reagisce. In questo raccontare ad alta voce le parole sono abbozzi di azione e le intonazioni sono tratti fondamentali dei personaggi, come già aveva insegnato Dario Fo.

Raccontare a un figlio una storia, riporta a una condizione primigenia di trasmissione orale. Come nelle culture orali, quale genitore non si è trovato a rileggere o a ripetere più e più volte le stesse storie, le stesse frasi, gli stessi giri di parole? C’è una dimensione magica in questo raccontare: non ho mai visto mia figlia prendere in mano e sfogliare per conto suo uno dei libri che eravamo soliti leggerle. Come se quelle storie esistessero solo attraverso le nostre voci, nel qui e ora della nostra narrazione. Come se non appartenessero, cioè, al mondo della parola scritta. O lei si rifiutasse di riviverle attraverso gli occhi – la lettura personale – perché timorosa di trasformarle o comunque percepirle diverse da come le suonavano all’orecchio. Ogni tanto chiede ancora che le venga letta qualche pagina: non è pigrizia, ma il bisogno di riaccendere un incanto in cui il lettore non è solo un lettore, ma un attore, un creatore di immagini e presenze.

 

La febbre e il conforto

 

Mio padre quando ero una bambina mi leggeva sempre qualche pagina prima che mi addormentassi. Pretendevo letture fedeli. Se saltava qualche parola, me ne accorgevo e gli dicevo di ricominciare da capo: ritrovarmi dentro lo scandire preciso delle stesse frasi mi confortava. Tra le tante letture e fiabe ricordo soprattutto quella di Cion Cion Blu di Pinin Carpi, legata ai giorni travagliati e febbricitanti di una malattia infettiva che mi aveva costretta a letto per molti giorni. La storia del mandarino cinese che vive in un mondo tutto arancione e blu me la ricordo ancora bene, a quasi quarant’anni di distanza; ma insieme alla storia si fa avanti una sensazione di conforto, di protezione nonostante la febbre alta. Qualcosa che rende ancora speciale il rapporto con mio padre. Questa specie d’incanto si ripete tra adulti durante le letture pubbliche e le presentazioni. Non tanto nei reading quanto piuttosto nelle conversazioni con gli autori. C’è qualcosa di intimo nel prendere un brano e leggerlo ad alta voce per condividere con decine e decine di persone l’emozione di un libro. Il segreto sta sempre, come accadeva nella camera di mia figlia, nel mantenere il contatto visivo con il pubblico, nell’avere una postura morbida, un gioco accogliente delle mani.

 

La voce e i suoi prodigi

 

La voce e i suoi prodigi. Ho scoperto da poco che esiste una nuova pratica. Si chiama ASMR. L’acronimo significa: Autonomous Sensory Meridian Response: risposta autonoma del meridiano sensoriale, anche se in realtà la definizione spiega poco. È una sensazione di rilassamento provocata da alcuni suoni e tonalità della voce che si accompagna spesso a formicolii alla base della testa. Ci sono molti video on line: gli artisti di questa pratica usano microfoni super sensibili, voce bassa, tamburellamenti, fruscii. A volte accarezzano lo schermo, ci cullano con il rumore della matita, sfregano le dita, ricostruiscono con i suoni esperienze rilassanti. È un richiamo a sensazioni dimenticate, un subconscio di pace: proprio come quando nostra madre o nostro padre ci raccontavano le favole.

Attraverso la voce trasmettiamo molto di più delle parole e dei loro significati. Nella mia esperienza di figlia prima e di madre poi mi sembra che sposti la comunicazione tra due persone a un livello più profondo. È la narrazione di un legame.

 

Immagine: Spannende Lektüre

 

Crediti immagine: Walter Firle / Public domain

 


© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0