03 agosto 2020

Il testo in scena: Ad alta voce a Radio3

 

Nel rapporto quasi secolare tra letteratura e radio una trasmissione come Ad alta voce marca il passaggio dal radiodramma all’audiolibro, quindi dall’adattamento a più voci per lo specifico linguaggio sonoro della radio alla lettura di un’opera, il più possibile nella sua integralità, da parte di una singola attrice o attore. In grandi linee si potrebbe anche dire che è il tentativo di interpretare il bilancio tra suono e testo nella prospettiva più prossima a quest’ultimo. Ma è pur sempre l’intersezione tra la concreta scena del teatro e l’astrazione degli studi radiofonici, cioè la tradizione del radiodramma, ad essere ancora oggi alla base del lavoro portato avanti da Radio3 con questa trasmissione unica nel suo genere (anche forse perché le anacronistiche tariffe Siae per la messa in onda delle opere letterarie permettono solo a Radiorai di realizzarla, e chissà fino a quando), una trasmissione che in venti anni "ha letto” oltre 200 titoli tra romanzi e racconti, italiani e non, e costituisce uno dei più ampi archivi di letture disponibili on line gratuitamente, con indici d’ascolto consistenti, che proprio nei mesi del lockdown 2020 hanno confermato come sia il più seguito tra i programmi disponibili sull’applicazione Rai Play Radio.

 

Dalla "fatica" al dono

 

Ad alta voce ha affiancato e forse contribuito a formare in questi vent’anni quello che appare come un nuovo mercato e una nuova abitudine. Una parte consistente della “fatica” nel penetrare il testo viene svolta a monte dall’attore, che deve essere convinto del senso di ciò che proferisce, e da noi primi ascoltatori che gli stiamo di fronte durante le registrazioni, consentendo a chi ascolta di attingere a un senso della letteratura per il quale sembriamo sempre meno attrezzati, quando non sempre meno predisposti a riceverlo perché immersi in un flusso di comunicazioni frammentato, impegnati parallelamente in più compiti e processi operativi (multitasking). Parlo di senso della letteratura dal più immediato significato di un periodare complesso – senza arrivare a Gadda, basti l’esempio di Proust, letto da Sandro Lombardi, o di Ovidio letto da Sermonti – fino ad elementi di ambientazione e atmosfera, come nei romanzi di genere gotico (Dracula e Frankenstein letti da Tommaso Ragno sono un esempio) o di fantascienza (vedi Solaris letto da Vinicio Marchioni) che altrimenti la pagina “fatica” a suscitare ancora. Aver usato due volte la parola “fatica" non significa che Ad alta voce corrisponda soltanto a un ruolo di alleviarla, ma sentendola invocare sempre più spesso come ostacolo alla lettura mentale, non si può non riconoscere questo aspetto: il lavoro sul testo compiuto insieme all’attore, restituito attraverso le vibrazioni della voce, nei casi migliori è avvertito dall’ascoltatore come “il dono della letteratura”, cioè quell’equilibrio tra conoscenza e intrattenimento che lo riporta a una condizione di infanzia, quando senza sforzo alcuno si ascoltavano storie narrate da adulti, preferibilmente distesi nel proprio lettino.

 

Più che soffermarmi sulle osservazioni cognitive ricavate dalle interazioni con i numerosi utenti della trasmissione cercherò di fornire alcune note sulla prassi editoriale e i criteri di massima seguiti dal gruppo che realizza Ad alta voce per quanto riguarda la scelta dei titoli, degli attori, la regia e l’adattamento dei testi.

 

Il radiodramma di Primo Levi

 

Può essere utile riprendere il filo che ha sempre legato radio e letteratura.

Per fare un esempio, Primo Levi nei primi anni Sessanta sceglie di adattare Se questo è un uomo per la radio, e quasi contemporaneamente per il teatro, e lo fa secondo una linea molto vicina a quello che succede negli adattamenti drammaturgici, distribuendo cioè tra vari attori i personaggi dei dialoghi e differenziandoli dalla voce narrante, e soprattutto lo fa con l’orecchio puntato al suono, scegliendo di registrare in esterni, proprio in un paese vicino Torino dove gli abitanti indossavano zoccoli di legno che nel loro scalpiccio ricordavano il passo dei prigionieri nel lager, così come si avvaleva di Vittorio Strada in persona per il plurilinguismo degli stessi (ed era stato proprio “il suono” di un adattamento radiofonico canadese del suo libro a riportargli l’angoscia di quei giorni e convincerlo dell’opportunità di farlo anche in italiano). Questo è un radiodramma tratto da un romanzo e ne è una forma di rappresentazione.

 

 

Storie alla radio, il commento e l’interpretazione

 

A partire dalla fine degli anni Novanta una trasmissione di Radio3 come Storie alla radio, che affidava la lettura e il commento di un’opera a una singola voce (esordì Baricco con Furore di Steinbeck, ma per fare alcuni esempi Sandro Veronesi lesse Chiedi alla polvere di Fante, Goffredo Fofi La storia della Morante, Francesco Piccolo Ferito a morte di La Capria) già stabiliva un rapporto molto più diretto con l’interpretazione del testo in funzione della massima comprensione per l’ascoltatore e la sua intelligenza critica, sottolineando i passaggi ritenuti fondamentali, ricostruendo il contesto e insistendo su analisi e collegamenti, “mettendolo in scena” con gli strumenti affabulatori del singolo monologante.

 

Verso l’audiolibro

 

Ed ecco che Ad alta voce fa il passo ulteriore verso l’audiolibro, dapprima intervallando la musica e la lettura di “classici della letteratura” (e qui non possiamo diffonderci sulla questione di cosa sia un classico, ma di fronte al mare magnum della letteratura mondiale è facile pensare che ad esempio Moby Dick o Guerra e pace rientrino nella categoria), con scelte di riduzione drastiche perciò, poi sempre più invece scegliendo testi meno smisurati e cercando un equilibrio con la musica, fino all’attuale formato che prevede molto spesso la lettura integrale di testi fino a 250 pagine (ma sforando spesso, come nel caso de I promessi sposi, Cent’anni di solitudine o Sotto il vulcano) e una sorta di punteggiatura e sottolineatura sonora, non proprio una “colonna sonora”, ragionata insieme a esperti registi radiofonici come Jonathan Zenti, Luigi Iavarone e Riccardo Amoruso. Anche in quest’ultimo aspetto cerchiamo di far prevalere, per quel che può significare, l’atteggiamento di massimo asservimento al testo, che guida la produzione delle nostre letture.

Sappiamo che il romanzo è un formato senza formato e dura fin quando deve durare, mentre le trasmissioni radiofoniche sono inserite in un palinsesto di flusso. Da almeno dieci anni Ad alta voce va in onda alle 17 e in replica all’una e 30 di notte. Quindi le riduzioni sono in funzione dalla durata e dalla suddivisione in puntate di venticinque minuti circa al giorno, possibilmente in multipli di 5 perché in onda dal lunedì al venerdì. Lo streaming e il podcast aprono nuove possibilità di letture integrali a fronte di trasmissioni ridotte nella durata per le suddette esigenze.

 

Dentro il palinsesto radiofonico

 

Anche se sempre più Ad alta voce può essere paragonata quindi a una produzione editoriale di audiolibri, resta prima di tutto una trasmissione inserita in un palinsesto radiofonico molto organico, e quindi anche nella scelta dei titoli valgono ricorrenze e progetti a cui tutta la rete con i suoi vari linguaggi e trasmissioni partecipa. Così nascono ad esempio cicli di letture dedicate ai 150 anni dell’unità d’Italia (Con Bandi, Abba e Pirandello di Vecchi e giovani), alla Grande guerra (con Lussu, Hemingway e Remarque), ma anche al centenario della Rivoluzione russa (da Gogol al Limonov di Carrère passando per John Reed), o a scrittori come la Morante, Jack London, la Ginzburg, la Ortese, o la lettura di Cristo si è fermato a Eboli quando Radio3 organizza il suo festival a Matera, o il Diario di Anna Frank e di Etty Hillesum e Gioventù senza Dio di Von Horvat in corrispondenza del giorno della memoria. Interpretare un ruolo di “servizio pubblico” significa anche rivolgersi agli studenti e quindi leggere i testi previsti nei programmi scolastici, significa non dimenticare “minori” italiani come Tobino, Bilenchi, Quarantotti Gambini o Satta, e affiancare autori popolari come Simenon a quelli più dimenticati come Vittorini.

 

Le voci e gli attori

 

Come criterio di massima scegliamo opere di autori già morti, tranne in occasioni specifiche e giustificate (ma si tratta di cinque o sei casi) e sono sempre professionisti della scena a interpretarli, cioè attori (con l’eccezione di Aldo Busi che ha letto la sua traduzione di Alice nel paese delle meraviglie). La scelta dei libri è operata da un gruppo di quattro persone di diverse generazioni e competenze: Anna Antonelli, Fabiana Carobolante, Chiara Valerio e me. Così anche la scelta delle voci a cui affidare le letture. Quest’ultima, sempre opinabile disciplina cerca di far corrispondere un’opera letteraria a un carattere vocale e alle caratteristiche tecniche di un interprete. Possono valere le appartenenze dialettali (come il Bandi letto da Benvenuti) e persino i caratteri fisici per i quali si finisce ad esempio per abbinare un attore come Paolo Bonacelli a Oblomov, o la grana vocale di Paravidino a Carver, quella di Manuela Mandracchia a Calvino, quella di Paolo Graziosi a Malamud. Le narrazioni in prima persona si offrono a meccanismi di identificazione più diretti con l’attore, mentre la terza persona e i dialoghi impegnano molte sfumature della sua abilità tecnica. Con il tempo abbiamo formato una sorta di compagnia e tendiamo comunque a stabilire un rapporto continuativo con gli attori perché resta fondamentale il confronto con loro sia nella scelta delle opere sia naturalmente nell’impostazione registica della lettura - che comunque ha pochi “pedali” a disposizione, soprattutto quelli del ritmo e del livello di partecipazione. Spesso gli attori conoscono il testo che scegliamo di registrare alla perfezione, può succedere che abbiano lavorato su quell’autore per uno spettacolo teatrale o intendano presto farlo. È capitato ad esempio con Toni Servillo e Salvatore Satta, Sandro Lombardi e Proust, Popolizio e Pasolini, la Paiato e Bolaño, Benvenuti e Cassola, Avogadro e Pirandello, Marchioni e Stanislav Lem, Elio De Capitani e Primo Levi. Durante il lavoro di registrazione e montaggio succede insieme a loro di compiere aggiustamenti e riduzioni, scegliere di sopprimere brani che si era deciso di conservare, perché la resa non ci soddisfa e viceversa con l'attore si trova opportuno assolutamente recuperare righe che si era scelto di sacrificare.

 

Le staffette

 

Cerchiamo in ogni modo di non far prevalere la performance sul testo, ma spesso è inevitabile e anche interessante sviluppare nel tempo un rapporto con gli ascoltatori in relazione alle interpretazioni attoriali, persino allestire vere e proprie staffette tra attori che leggono lo stesso testo passandosi il testimone di settimana in settimana, come abbiamo fatto per I promessi sposi e Cent’anni di solitudine, accentuando in questo caso proprio un confronto tra le loro diverse interpretazioni.

 

Ad alta voce a Radio3

 

Immagine: Logo della trasmissione di Radio3 Ad alta voce


© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0