02 agosto 2021

Ha fatto piangere il Brasile. In vita e in morte di Paolo Rossi

 

Dopo il mondiale spagnolo del 1982, che i media italiani chiamavano mundial come quello di sangue giocato nell’Argentina dei generali quattro anni prima, era improvvisamente risalito il prestigio calcistico dell’Italia, oscurato per quasi tutti gli anni Settanta dal fatto che il pallone, rispetto a quello tradizionalmente praticato in Italia, era andato da tutt’altra parte: il calcio totale, il gioco a zona, il nuovo senso dello spazio e del gioco senza palla, ma anche gli allenamenti fondati su criteri razionali e scientifici, e in ultimo una nuova attenzione a dati di immagine che cominciavano a trasformare i calciatori da goffi e inascoltabili figuri che potevano solo parlare attraverso il campo in personaggi pubblici la cui popolarità era monetizzabile e che andava però anche curata in qualche modo.

La nazionale del 1982, sviluppo più di quella del 1978 che di quella degli Europei del 1980, era stata messa insieme dal mitissimo e silenzioso Enzo Bearzot con un acume tattico oggi riconosciuto solo alle archistar della panchina, da Guardiola a Klopp. Era una formazione che comprendeva una caterva di virtuosi imbattibili nel loro ruolo: lo erano certamente Gentile, Cabrini, Collovati, Scirea, Conti, Causio, Tardelli, senza contare il valore di Zoff, Oriali, Antognoni e via dicendo, che certo tutto erano tranne riempitivi. La nazionale del 1982 diventò proverbiale e simbolica, la rivincita dei secondi della Terra sui soliti ricchi paesi del nord Europa, la gioia di milioni di lavoratori emigrati dall’Italia verso la Germania, asfaltata in finale.

In quel collettivo, imperniato sulla Juventus come spesso è accaduto nella storia del calcio italiano, l’uomo che si impose nel racconto epico fu però Paolo Rossi, che forse un fuoriclasse, nel senso proprio, non era, ma che una volta cominciato a segnare non smise più (del primo gol contro il Brasile ha detto, molti anni dopo: «è stato quel gol che mi ha restituito a tutti, che mi ha ridato una fiducia smisurata, che mi ha tolto dalle spalle un fardello incredibile; per me quel gol è come se mi fossero aperte le porte del paradiso», Paolo Rossi. Vita e storia del Campione del Mondo, Rai2, , 42’ 15” – 42’ 31”). Chi c’era ricorda bene il clima devastante in cui la nazionale aveva passato il primo turno finendo nel peggiore dei mondi possibili, quello di un girone di ferro che comprendeva l’Italia, l’Argentina di un giovane Maradona e il Brasile di Zico, Socrates, Falcao, Cerezo, uno dei più forti della storia del calcio. Ecco come racconta il silenzio stampa degli azzurri (il primo sciopero della parola nella storia della nazionale italiana), con parole sprezzanti, Stampa Sera del 28 giugno: «Sbatacchiato da una parte e dall’altra c’è Bearzot che non sa se difendere i giocatori e quindi lascia che la situazione si evolva senza mettere bocca in una vicenda che, dice, non lo riguarda poi tanto. “Non sono miei dipendenti” afferma sicuro il ct. che ha già un mare di problemi da risolvere nell’imminenza della partita con l’Argentina. Anche il suo vecchio amico Louis Menotti lo attacca, dicendo che guida la squadra più squinternata del Mundial. Bearzot non reagisce neppure, non ha una di quelle sue improvvise crisi di rabbia che gli fanno trangugiare metà della pipa. Un brutto segno. La nazionale attende forse la fine del Mundial per togliersi un peso dallo stomaco. Non che ci sia rassegnazione vera e propria, ma non c’è neppure grosso entusiasmo». Uno degli innumerevoli de profundis di quei giorni. Non era la descrizione della nazionale di Ventura: era quella che usciva dal quarto posto al mondiale precedente e che si accingeva a vincerne uno che mancava dal 1938.

Paolo Rossi forse, come si diceva, non era un fuoriclasse, anche se è stato in ogni caso uno degli attaccanti più forti della storia italiana (ha giocato anche decentrato, ma era per vocazione, natura e senso tattico, nonostante una struttura fisica tutt’altro che erculea, il più puro dei centravanti); però, quando era in vena, non lo avrebbe tenuto neanche un pool di domatori di Nando Orfei. Il 5 luglio del 1982 era uno di quei giorni. Quella data consacrò per Paolo Rossi il nome di battaglia che già aveva ma che da allora gli sarebbe rimasto incollato come una seconda pelle, Pablito.

 

Come sa di sale la partita altrui

 

Il racconto non sarebbe completo se non ricostruissimo per brevi cenni da quale situazione personale venisse Paolo Rossi, e quale storia di riscatto si celi dietro il colpo di testa, magistrale per elevazione, forza impressa alla palla e direzione rispetto al portiere su un cross pennellato con una perfezione giottesca da Cabrini al sesto minuto di quell’Italia Brasile del 5 luglio 1982, che i brasiliani chiamano dal loro punto di vista “la tragedia del Sarrià”, dal nome dello stadio di Barcellona in cui la partita si giocò. L’attaccante si era trovato a scontare una squalifica di due anni per una vicenda in cui il minimo che si possa dire è che lo squilibrio tra le tesi dell’accusa e della difesa è stato sproporzionato come nel primo processo Tortora: non c’era niente che Rossi potesse dire o fare a sua discolpa e che avesse la minima possibilità di essere preso in considerazione. Era chiamato a fornire quella che i penalisti chiamano prova del diavolo: la dimostrazione di non conoscere qualcuno, che ovviamente nessuno al mondo può dare di nessun altro. Detto diversamente, mentre si può dimostrare di aver fatto qualcosa (basta una fotografia, una lettera, una traccia materiale) non si può dimostrare di non averla fatta. La faccenda era partita da due allibratori che avevano denunciato un giro di calciatori coinvolti nell’accomodamento di alcune partite su cui poi scommettevano. È lo scandalo Calcioscommesse o Totonero del marzo 1980. Le cose erano andate così, secondo la testimonianza di Rossi: «Eravamo sotto Natale. L’albergo era a Vietri sul Mare (io ero in ritiro con il Perugia), dove il giorno dopo avremmo dovuto giocare con l’Avellino. Stavamo giocando a tombola, io con tutti gli altri. Mi sono alzato, perché chiamato da un mio compagno di squadra, Della Martira, il quale mi ha presentato due persone che a loro volta mi hanno detto che i giocatori dell’Avellino sarebbero stati d’accordo per un pareggio. Io ho annuito, dicendo “sentite tutti gli altri”, e me ne sono andato. Il tutto è avvenuto nel giro di 40 secondi, 45 secondi, un minuto massimo. Poi questi signori successivamente ho capito che erano Cruciani [uno dei due allibratori] e un altro» (vedi: 23’ 20’’- 24’ 09’’). Ecco cucinato Paolo Rossi come un pollo allo spiedo, ed eccolo presentato per anni come un mostro a cui applicare una condanna esemplare, come si dice con un nesso fisso che i giuristi considerano, del tutto giustamente, mostruoso di per sé. Come ricostruisce Sebastiano Vernazza (Gazzetta dello Sport, 10 dicembre 2020), «Più avanti uno dei soggetti coinvolti ammetterà che Rossi non era d’accordo su niente né aveva preso soldi, e che non era andato oltre qualche parola di circostanza. Al massimo, omessa denuncia». Invece gli comminano due anni di squalifica. Carriera finita, immagine distrutta. Due anni a guardare gli altri giocare e a vedere in televisione le partite altrui come uno spettatore qualsiasi. Ma nessuno aveva fatto i conti con i tre punti di riferimento di Paolo Rossi: il presidente del Vicenza, Farina, quello della Juventus, Boniperti, e soprattutto il suo secondo padre, Enzo Bearzot.

 

«Basta spingere»

 

La ripresa, dopo qualcosa che avrebbe ammazzato chiunque, era stata durissima, soprattutto perché Paolo Rossi era lontanissimo da quello che si potrebbe configurare come un capopopolo che reagisce alle avversità disegnando sé stesso come simbolo di un’ingiustizia o di un modo politico alternativo di essere calciatore. Diego Armando Maradona, vinta da allenatore ai mondiali del 2010 una partita contro la Grecia, aveva aspettato i giocatori ellenici al rientro nello spogliatoio e li aveva abbracciati uno per uno per dire a tutto il mondo da che parte stava. La Grecia era nel mezzo della crisi più devastante della sua storia e Maradona, con quel gesto, diceva quanto fosse vicino al popolo greco e alle sue sofferenze. Rossi no: gesti di ribellione al sistema non erano contemplati. La sua cifra era la modestia e la moderazione, e, se i nomi sono conseguenza delle cose, la sua cifra linguistica era la varietà di italiano che Francesco Sabatini ha chiamato, nel 1985, italiano dell’uso medio. Se Maradona, dopo il gol più truffaldino della storia nella partita contro l’Inghilterra del 22 giugno 1986, aveva parlato della mano de Dios – visionario e iconico anche nel creare immagini incancellabili –, Paolo Rossi aveva un andamento linguistico piano e sorridente, senza nulla che potesse attirare un’attenzione non voluta, ma anche con una consapevolezza interiore solida e forte. L’italiano di Rossi era quello di un calciatore con una salda tenuta del congiuntivo, rispettato quando si poteva senza perdere in naturalezza, e con tutti i tratti del neostandard autorizzati dalla norma. L’impressione generale di garbo e di correttezza era aumentata da una dizione impeccabile, aiutata dal fatto di essere nato a Prato (anche in questo caso, i tratti fonetici troppo locali, come l’aspirazione detta “gorgia”, quella che trasforma il coha hola dei fiorentini in una forma-bandiera, erano da lui accuratamente evitati), e non a Vicenza come comunemente si pensa.

Proprio dalla garbata ironia di Paolo Rossi viene il suo guizzo migliore, la locuzione basta spingere, che oggi nelle cronache calcistiche si usa spesso quando la qualità di un cross è tale da rendere il compito dell’attaccante particolarmente facile. Fu proprio Rossi a coniarla nel racconto di come vide il suo secondo gol di Italia-Polonia, sempre nel mondiale 1982. Bruno Conti, un altro artista indiscusso di quella nazionale, si era involato palla al piede sulla fascia sinistra, aveva alzato la testa per una frazione di secondo per vedere chi arrivava al centro e aveva spennellato un cross con una traiettoria che sembrava disegnata da un pittore rinascimentale. Al centro, non c’è bisogno di dirlo, arrivava Paolo Rossi, che sapeva sempre dove trovarsi. Quando vide quel pallone, confessò dopo la partita, ci vide sopra la scritta “basta spingere”: e spinse (lo racconta lo stesso Conti: vedi). Il difensore polacco che non era riuscito a tenerlo rimase a terra vari secondi, sfatto dalla disperazione e dall’inutilità di cercare di marcare Paolo Rossi, perché è vero che “basta spingere”, ma per farlo ci si deve trovare al posto giusto e al momento giusto.

Da commentatore, uno dei due mestieri principali dei calciatori che appendono i ferri al chiodo ma restano nell’ambiente (l’altro è l’allenatore, che Rossi, a differenza di Maradona, non ha neanche provato a fare) è stato sobrio ed efficace, concentrato sul dato tecnico senza debordare nel covercianese, il linguaggio settoriale fatto di metafore come “attaccare lo spazio” e “muoversi tra le linee” con cui si è superato il modo di raccontare le partite dei vecchi commentatori alla Bruno Pizzul. Ma come commentatore era ricercato e trasversale proprio perché uno come lui, sfuggito in gioventù come un’anguilla alla guardia di decine di difensori (e quelli di allora erano come minimo ruvidi), capiva bene quello che succedeva in campo e lo raccontava con chiarezza e gusto della precisione.

 

Fece piangere il Brasile

 

A distanza di tanti decenni dai mondiali del 1982, con un altro mondiale vinto nel 2006 da una nazionale altrettanto forte e piena di virtuosi imbattibili, il racconto epico di quei giorni è sempre più scolpito nella memoria diretta e indiretta di questo paese. Il volo con cui Dino Zoff, con l’agilità di un ventenne in un corpo di quaranta, bloccò il colpo di testa di Oscar è nei ricordi di chi c’era un gesto tecnico che costituisce il completamento naturale delle tre rapine di Pablito al Brasile. Alcuni di quei ragazzi, su tutti Bergomi e Tardelli, hanno continuato a raccontarci e ad essere essi stessi la voce del calcio italiano. Ma Paolo Rossi è stato l’icona di quell’impresa e il simbolo dell’Italia di quegli anni.

Ci perdoni il lettore la divagazione personale, che ci permettiamo solo perché istruttiva di come il mondo vedeva Rossi in quegli anni, appena prima dell’esplosione di Maradona, Platini e Van Basten, che avrebbero di nuovo spostato l’asse della discussione su altri fronti. L’allora giovanissimo autore di queste righe partecipava alle partite tra bambini del quartiere di Margarona, nella città greca di Preveza, che allora percepiva (ed è così ancora oggi) come la sua città. In un giorno dell’estate 1982 quei bambini erano andati a sfidare i bambini di Neohori, il quartiere vicino. Il futuro collaboratore della Treccani era in una giornata di grazia, e un signore greco era andato da suo padre e gli aveva detto, usando un paragone iperbolico quanto indicativo di quale ammirazione sincera verso il calcio italiano ci fosse nel mondo di allora, o jos sou pezei san Paolo Rossi, tuo figlio gioca come Paolo Rossi. Con Paolo Rossi, ed è un’esperienza molto comune tra quelli che allora erano bambini, adolescenti o giovani, se n’è andato un pezzo della vita; che la terra gli sia lieve come quella volta in cui si alzò, leggerissimo, al cielo e fece piangere il Brasile.

 

Immagine: Paolo Rossi, sull'aereo del ritorno in patria dalla Spagna, bacia la Coppa del Mondo vinta dagli azzurri al campionato del mondo 1982

 

Crediti immagine: STF / AFP Photo / UPI, Public domain, attraverso Wikimedia Commons


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