04 agosto 2021

Maradona e Napoli

Tutto è cominciato il 5 luglio 1984: dopo poco più di un mese di gestazione, durante il quale le voci divulgate da negoziatori e giornalisti avevano orientato gli umori dei tifosi, Maradona venne presentato allo stadio san Paolo. La spettacolarità dell’evento fu dovuta anche all’enorme folla accorsa per vedere il campione, al prezzo di mille lire. Maradona alternava grandi sorrisi a bronci apparentemente immotivati, un po’ per il disagio, un po’ perché determinato a non apparire come una bravissima marionetta.

Di quell’occasione solo pochi rammentano e tramandano le prime parole che Maradona disse al microfono: “Buona sera, napolitani”. In tutti, invece, è restato il ricordo delle prime immagini che apparvero dell’icona napoletana di Maradona: la capigliatura riccia e abbondante, l’abbigliamento casual, il palleggio elegante e naturale, la folla già asfissiante in quell’ambiente protetto.

A distanza di tanti anni, a consuntivo della vita di Maradona a Napoli, il giorno della sua presentazione resta il simbolo del passaggio del Pibe de oro nella Napoli della fine degli anni Ottanta: innumerevoli immagini, pochissime parole.

 

Da tiraggiro andando a ritroso

 

Dopo l’Europeo vinto dall’Italia nel luglio del 2021, il vocabolario calcistico nazionale si è arricchito di termini che in futuro verranno usati anche per il valore simbolico che hanno acquisito dopo la conquista del titolo. La più nota di queste parole è sicuramente tiraggiro, ‘tiro fatto colpendo il pallone in modo da imprimergli un forte effetto a rientrare’ (Treccani). Il termine è entrato nell’uso grazie alle accurate esecuzioni di un giocatore del Napoli (Lorenzo Insigne) e per adattamento dal dialetto napoletano.

È successo qualcosa di simile con Maradona? Sembra proprio di no. Il contributo di Maradona al lessico del calcio è di origine spagnola ed è poi entrato nel vocabolario internazionale: il suo principale soprannome, pibe de oro, lo ha accompagnato sin dal suo debutto europeo con il Barcellona; il suo più celebre inganno, la mano de Dios, è nato dalle dichiarazioni che Maradona stesso rilasciò negli spogliatoi dopo la partita con l’Inghilterra nei mondiali del 1986, quando l’arbitro aveva convalidato un gol segnato «un poco con la cabeza de Maradona y otro poco con la mano de Dios»; l’appellativo barrilete cósmico (‘aquilone cosmico’) nacque dalla traiettoria imprevedibile dei dribbling che lo portò al suo gol più famoso, nella stessa partita contro l’Inghilterra, e fu utilizzato dal giornalista argentino Victor Hugo Morales nella sua ispirata telecronaca diretta.

Nulla di paragonabile è accaduto in italiano e molto limitato è stato anche il contributo del dialetto napoletano sia alla diffusione del lessico di Maradona sia alla creazione di un vocabolario intorno a Maradona.

 

Maradona e la lingua italiana

 

Il campione argentino non aveva l’abitudine di parlare per frasi fatte né amava proporre facili slogan. Il pubblico televisivo si è abituato presto alla sua pronuncia dell’italiano, con forme di adattamento tipiche di un sudamericano e con qualche incertezza nel lessico. Con il tempo i progressi linguistici di Maradona sono stati enormi: è restata qualche incertezza nella pronuncia, per esempio in quella delle affricate come la [ʤ] di gente o della -b- e della -v-, spesso uniformate in [β], e si è fossilizzata qualche difficoltà morfosintattica, come nell’uso degli ausiliari, oltre a qualche insicurezza nella scelta delle parole. Una costante, nelle interviste rilasciate da Maradona, è stata la collaborazione dei giornalisti nel tradurre in italiano termini che non erano stati imparati dal giocatore e per i quali era necessario l’intuito dell’intervistatore o la sua conoscenza del lessico spagnolo; Maradona ha sempre accettato di buon grado queste forme di appoggio esterno all’efficacia della sua espressione, e lo ha fatto anche parlando dei momenti più difficili, come quando si inceppò raccontando a Gianni Minà del suo arresto in Argentina nel 1991 a proposito di quelle esposas (‘manette’) il cui corrispondente italiano non aveva mai avuto il bisogno di imparare negli anni napoletani.

Nel suo italiano è rimasta costante anche la ricorrenza di qualche regionalismo di area meridionale, frutto dell’incontro di spagnolo e napoletano: di qui l’uso sovraesteso di tenere al posto di avere; col tempo, invece, si è accentuata qualche consuetudine articolatoria appresa nel dialetto o nell’italiano di Napoli, come la centralizzazione delle vocali finali atone. Invece la familiarità di Maradona con il dialetto napoletano è stata limitata all’ascolto, sia nella comunicazione quotidiana sia nel confronto con forme artistiche della canzone napoletana, a cominciare dalla celebre Carmela di Sergio Bruni.

 

Parole dette per raccontare o per convincere

 

Una lunga carrellata di interviste a Maradona mostra, quindi, una persona intenzionata a farsi ascoltare e a farsi capire, per il primo anno e mezzo con l’aiuto di interpreti e poi in autonomia, con ricchezza di dettagli e con argomentazioni raramente banali. Maradona nei suoi cinque anni napoletani ha quindi utilizzato tutti i registri messi a disposizione dalla lingua, per gioire («Io ho vinto tutto soffrendo, e questo non è stato diverso»; 10/5/1987), per protestare («è il mio capo Ferlaino, quando lui vuole giocherò»; 1989), per scherzare (Galeazzi intervista Maradona e Rummenigge: «Senti Diego, [fai] una domanda a Rummenigge. Se l’avessi incontrato al di fuori dello stadio, che cosa gli avresti chiesto?». Maradona: «Che non gioca»; 1985).

Le parole di Maradona non hanno acquisito particolare memorabilità, quindi, perché erano dette per raccontare o convincere, non per essere ricordate. Le parole su Maradona, invece, hanno viaggiato su altri canali e hanno toccato ambiti molto diversificati: al di là dei professionisti della scrittura, molte persone comuni hanno sentito l’urgenza di raccontare l’esperienza di aver vissuto nell’epoca di Maradona, servendosi in parte anche del dialetto napoletano e utilizzando strategie discorsive più facilmente memorizzabili perché vincolate alla ripetizione e alla formularità: la canzone, gli slogan, le citazioni.

 

Le canzoni

 

Maradona ancora non era arrivato a Napoli quando Emilio Campassi e Bruno Lanza già avevano composto una canzone in dialetto napoletano, Maradona è meglio ’e Pelé, che, con una melodia facile e accattivante, legava in un unico vincolo il giocatore, la squadra e la città e disegnava il ruolo eroico del calciatore. Le prime strofe della canzone sono esemplari, perché rivendicano le difficoltà affrontate dalla società per acquistare il giocatore e il conseguente orgoglio popolare, la lode della sua abilità e l’invocazione a portare la squadra a vincere lo scudetto. Levare lo scuorno, cioè la vergogna, dalla faccia della città è la missione che i compositori della canzone e ben presto i tifosi e la quasi totalità dei napoletani hanno addossato a Maradona.

 

Gli striscioni allo stadio

 

Durante la realizzazione di questo “compito” i napoletani hanno adoperato molte parole dialettali per narrarlo e per raccontarsi: talvolta con modi molto tradizionali, come le canzoni e le poesie, scritte per la circostanza o riadattate, oppure con i cori da stadio; altre volte con strumenti innovativi, come gli striscioni e in genere le scritte murali o su supporti destinati alla visione pubblica. Di solito, gli striscioni da stadio sono scritti in italiano; tuttavia, quando il Napoli ha vinto i due scudetti del 1987 e del 1990, per gli addobbi carnevaleschi che hanno decorato l’intera città è stato utilizzato ampiamente il dialetto, da persone che, una volta tanto e per manifestare l’inedita gioia, hanno voluto scrivere in napoletano, con le ovvie incertezze conseguenti. In alcuni casi si è trattato di manufatti prodotti serialmente, frutto di una campagna programmata e realizzata con materiali commissionati a professionisti. Qualche esempio può essere tratto da striscioni esposti in occasione della vittoria del secondo scudetto (1990): «Ma’ che se credev’ne, ca c’ereme scurdate!» (‘ma cosa credevano, che ce n’eravamo dimenticati?’); «Te voglio bene chiù d’a primma vota» (‘ti voglio bene più della prima volta’»); oppure, con il passaggio dall’italiano al dialetto per favorire il dileggio: «Berlusconi qualsiasi cosa a esposizione a’ fore o’ scudetto» (‘Berlusconi, qualsiasi cosa, a disposizione, tranne che per lo scudetto’); «Berlusconi voleva fare il tris invece a fatt a fine e nu cachiss» (‘Berlusconi voleva vincere il terzo titolo e invece ha fatto la fine di uno rammollito come il cachi’).

 

Il dialetto come gesto estremo

 

In altri casi, però, è chiaro che ricorrere alla scrittura in dialetto è un gesto estremo, fatto da persone non abituate a tale modalità comunicativa: segni dell’eccezionalità della situazione, queste scritture sono il sintomo che la memorabilità dell’evento e delle emozioni correlate doveva essere preservata anche attraverso il ricorso a strumenti straordinari. Qualche scritta su muro, per esempio, è stata vergata con i caratteri monumentali propri dei messaggi di propaganda che si leggevano in Italia negli anni quaranta del ’900, uno stile grafico arcaico ed elementare che veniva adattato a scritture calcistiche in dialetto: «"ngopp" all'anm 'ro' nonn "o" sapevm» (‘sull’anima del nonno, lo sapevamo’; 1987); «Napule ... 3 cose. tene e. bell’. a. pizzà. ò. vesuvio. e maradona» (1990). In qualche modo, Maradona, avendo svolto in modo egregio l’ufficio che i napoletani gli avevano assegnato, ha costretto alcuni suoi tifosi a scrivere in dialetto per manifestare la propria gioia, utilizzando tutte le risorse espressive disponibili e vincendo anche la scarsa familiarità con la scrittura e, in particolare, con quella in dialetto.

 

Le immagini, la sacralizzazione

 

Tuttavia il contributo maggiore che Maradona ha dato alla città di Napoli è legato alle immagini, alle foto sui giornali ostentate nei negozi, ai gol, alle icone che in mille modi hanno riprodotto il suo aspetto o il suo nome e che in parte, dopo la sua morte, si sono monumentalizzate.

È indubbio che la forma di sacralizzazione che col tempo ha subìto la figura di Maradona a Napoli si fonda soprattutto sulla locale cultura popolare e solo in parte può essere stata favorita da motivi linguistici: i giochi di parole con Diego rievocano molto spesso il nome di Dio. All’inizio si parlò di blasfemia perfino per un “bisticcio” abbastanza elementare come Diegol ‘gol di Diego’, che scatenò polemiche quando apparve sul tabellone elettronico dello stadio San Paolo: lì di solito, oltre al risultato, appariva la scritta GOL a ogni rete del Napoli; quando un giorno, alla rete di Maradona, i led compilarono la scritta DIEGOL, qualcuno sui giornali si irritò, enfatizzando l’ambiguità del neologismo che in italiano rischiava di essere tradotto non come ‘gol di Diego’ ma come ‘gol di Dio’ e, in più, in napoletano poteva essere interpretato come «di’ ’e gol», alla lettera ‘dio di gol’ e cioè ‘gol bellissimo’. Oggi, icone in lingua spagnola come AD10S ‘addio’ o DIEZ ‘dieci’ rievocano, per il parlante italiano, il nome di Dio, senza creare particolare scandalo.

In tutti questi modi, il genio che parlava una lingua universale con il suo corpo e con la palla si manifesta oggi nel linguaggio non verbale delle immagini, dei loghi e delle icone. E così il territorio di Napoli è stato arricchito di molte scritte su Maradona e sui trofei vinti, ma, alla lunga, ha prevalso l’ineffabilità: a distanza di tanti anni è difficile raccontare di Diego e di se stessi nella Napoli degli anni Ottanta e molti film d’autore di taglio documentaristico lo dimostrano con abbondanza di testimonianze. I tifosi di oggi, soprattutto i più anziani e più umili, faticano a parlare di “lui”: con l’aiuto di figli e nipoti hanno preferito tramandare il ricordo di Maradona riconfigurando molte parti della città con le immagini del giocatore argentino, elevato a protagonista e testimone della gloria ormai trascorsa.

 

Un novello Orfeo

 

Decisamente questa è stata la traiettoria della storia di Maradona a Napoli. Della sua presentazione nel luglio del 1984, la foto più nota (di Sergio Siano) lo ritrae dall’alto verso il basso, inquadrato sullo sfondo buio degli spogliatoi, come un novello Orfeo mentre sale le scale verso il terreno di gioco. Oggi, dopo la morte, di quella stessa giornata inaugurale ricorre con rafforzata suggestione un’altra foto, che questa volta lo rappresenta di spalle mentre davanti a lui, assiepato su uno sfondo luminoso, c’è un nugolo di fotografi intenti a riprenderlo: un’immagine presepiale, scattata da Luciano Ferrara, che si adatta perfettamente all’interpretazione che oggi si dà del passaggio di Maradona a Napoli.

 

Riferimenti sitografici e bibliografici

La parola tiraggiro tra i neologismi della Treccani

Intervista di Gianni Minà a Maradona (1992)

Sequenza di interviste italiane a Maradona (1984-1991)

Protesta di Maradona contro Ferlaino (1989)

Maradona è meglio ’e Pelé (1984)

Foto di Sergio Siano (5/7/1984)

Foto di Luciano Ferrara (5/7/1984)

 

AA.VV., Diego e noi. Maradona, un mito e Napoli nelle pagine de “Il Mattino”, a cura di Francesco De Luca, Titta Fiore e Federico Vacalebre, Roma, Il Mattino, 2020.

AA.VV., Ciao Diego. Maradona ultimo mito, a cura di Ottavio Ragone e Giovanni Marino, Torino, GEDI, 2020.

Nicola De Blasi – Francesco Montuori, Una lingua gentile. Storia e grafia del napoletano, Napoli, Cronopio, 2020.

Pietro Maturi, I suoni delle lingue, i suoni dell’italiano. Nuova introduzione alla fonetica, Bologna, il Mulino, 2014.

Sergio Siano, Maradona, Napoli, Ed. Intra Moenia, 2018.

 

Immagine: Fresque représentant Diego Armando Maradona dans le vieux Naples

 

Crediti immagine: Céréales Killer, CC BY-SA 4.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0>, attraverso Wikimedia Commons


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