29 giugno 2020

Lingue di mare. Saggio di composizione (di una piccola parte) del lessico di marina

 

I nomi delle imbarcazioni

 

Oltre che poeti, artisti, eroi e santi, gli italiani – si sa – sono un popolo di navigatori. Anch’essi, però, come tutti gli altri popoli, hanno bisogno, talvolta, di ricorrere a parole straniere per indicare cose, idee, concetti lontani dal proprio orizzonte culturale, o semplicemente nati al di fuori di esso. E la navigazione, com’è ovvio, non fa eccezione.

Il GRADIT, ad esempio, registra (senza contare le polirematiche, ma includendo denominazioni generiche come barca, bastimento, canotto, nave, ecc.) più di 450 tipi di imbarcazione, da quelle primitive (l’almadia, la giangada o jangada, lo jangar, il kellek, ecc.) ai moderni natanti da diporto, utilizzati per le competizioni sportive (il cutter, il finn, il fortyniner, la star, il tempest, ecc.) o per crociere turistiche (il corsaire, il cruiser, il runabout, il sailer, lo yacht, ecc.), dalle barche a remi (barchino, canoa e canoino, pattino, piroga, sandalo, ecc.) ai velieri – mediterranei (la bàggala araba, la barza veneziana, il caramussale turco, la feluca mediorientale e nordafricana, e ancora la goletta, il pinco, la polacca, lo sciabecco, la tartana, il trabaccolo, ecc.), del nord Europa (la boiera, il dogre, la ramberga, il senale, lo ywal), atlantici (la caracca, la caravella e il caravellone, il clipper, la fregata, il galeone, ecc.), orientali (la giunca, la pangaia, il sampan, ecc.) –, dalle imbarcazioni esotiche (la baidarca siberiana, il caballito peruviano, il praho indonesiano e malese, la tafanga delle Isole Sonda, il tanquà etiope, l’umiak eschimese, ecc.) a quelle di recente o recentissima concezione (l’aliscafo, l’idroscafo, il motoveliero, la portaeromobili, la portacontainer, ecc., fino al kitesailing ‘imbarcazione che usa per la trazione particolari aquiloni al posto delle tradizionali vele’).

Queste voci, prese nel loro insieme, delineano un quadro alquanto variegato, anche solo a giudicare dall’etimo prossimo: nel repertorio, infatti, oltre a 29 voci di origine incerta (25) o sconosciuta (4), 11 detoponimici diretti o indiretti (canadese, carlofortina, caorlina, gaeta, margherotta, norvegese, polacca, sampierota, il grecismo samena, da Sámaina, der. di Sámos ‘Samo’, i francesismi dundee, da Dundee in Scozia, e dogre, tratto da Dogger Bank, nome di un banco sottomarino del Mare del Nord) e 2 sigle (mas ‘Motobarca Armata SVAN (Società Veneziana Automobili Nautiche)’, poi ‘Motobarca Anti–Sommergibili’; vas ‘Vedetta Anti–Sommergibili’), compaiono 48 nomi derivanti dal latino (compresi 4 dal latino tardo e 7 dal mediolatino), 12 dal greco (di cui 4 di epoca bizantina), 18 “prestiti interni” (6 dal veneziano e 5 dal veneto, tra cui gondola, 3 dal siciliano, uno dal triestino, uno dal sardo, una voce di area meridionale e una non marcata diatopicamente, lampara), 20 regionalismi (6 voci venete e una veneziana, 5 toscane, tra cui l’anglicismo scippe da ship¸ 2 siciliane, una ligure e una romagnola, 4 marcate genericamente come “settentrionalismi”) e 3 dialettalismi (2 del veneziano e uno del parmense), 130 termini derivanti da lingue europee antiche e moderne (65 anglicismi, compresa una voce proveniente dall’inglese americano, 32 francesismi, 9 ispanismi, 9 lusismi, 3 provenzalismi, 3 voci provenienti dal longobardo e altrettante dal nordico antico, una a testa dall’olandese, dal russo, dallo slavo, dallo svedese, dal tedesco e dall’ungherese), 14 legati a lingue mediterranee di contatto (9 all’arabo e 5 al turco), 8 da altre lingue (una rispettivamente dal malese, dall’amarico, dall’urdu, dal cinese, una voce indigena dell’Indonesia, una di origine indiana e un’ultima, yuyù ‘piccola imbarcazione con un solo remo a poppa, in uso nei porti e lungo le coste cinesi’, indicata genericamente come «orientale»).

 

Lessici specialistici e dizionari storico-etimologici

 

Si tratta, in realtà, di una classificazione significativa, ma solo approssimata, per diverse ragioni, non ultima la natura del repertorio esaminato. Il GRADIT, infatti, per quanto straordinariamente attento ai linguaggi tecnico-specialistici, non può competere per ampiezza del lemmario con un (buon) dizionario settoriale: da un rapido confronto con il Vocabolario marino e militare di Alberto Guglielmotti (Roma, 1889), ad esempio, emerge l’assenza nel nostro elenco – per rimanere ai soli forestierismi, che l’autore trae quasi interamente dal repertorio di Stratico (Vocabolario di marina in tre lingue, Milano, Dalla Stamperia Reale, 1813-1814) – di voci come balon (‘in Thailandia, barca costruita asportando l’interno di un tronco d’albero’), perma («Specie di palischermo, più grosso e più lordo delle nostre barchette, che si usa a Costantinopoli per i piccoli traghetti dei passeggeri»), scuna («Voce dell’uso ed inutile, introdotta nei nostri porti, anche in Toscana, per chiamare alla forestiera quella specie di bastimento che i tramontani dicono Skooner o Schooner, e noi dobbiamo dire goletta come abbiamo sempre detto», cfr. schooner nel GRADIT), a cui potremmo aggiungere, sulla scorta del Dizionario di marina di Francesco Piqué (Milano, 1878), bazaras (‘grande imbarcazione da diporto del Gange’), sala-sala («Nome che i Malesi danno ai battelli dell’India chiamati anche gurabe che sono attrezzati all’incirca come gli sciabecchi d’Europa»), smak («Questo battello si vede, più particolarmente, sulle coste della Scozia», cfr. semalo nel GRADIT), snow (‘nave da commercio utilizzata in Svezia’), vaca (‘grande piroga a bilanciere semplice di Tonga’) e warka-mowée (‘piroga a bilanciere tipica della parte meridionale di Ceylon’). 

Inoltre, anche rinunciando a ogni pretesa di completezza, va ricordato che il GRADIT, non essendo un dizionario storico-etimologico, di norma non precisa (o lo fa in modo non sistematico) l’origine di un’accezione innestatasi su una voce preesistente: così, ad esempio, il valore traslato di ariete, sviluppatosi in àmbito marinaresco nell’Ottocento (anche ariete corazzato o piroariete, ‘nave da guerra del XIX sec. dotata di uno sperone nella prora’: nave-ariete 1858, La Bilancia [18 settembre], anno VIII, pp. 427, 428; ariete: 1862, Lo cuorpo de Napole e lo Sebbeto [15 ottobre], anno III, p. 1144 [«All’Ariete a vapore che se sta facenno dinto a l’Inghilterra. Affondatore»], e 1864, F. Giordano, Industria del ferro in Italia, pp. 6, 44, 45 [«navi ariete»], 46, 50 [«Ariete corazzato»], 55 [«Il nostro ariete Affondatore»]; il primo ariete italiano fu, appunto, l’Affondatore), è riportato dal sistema di ricerca tra gli etimi latini (da ariete(m), di etimologia incerta) per via del significato più antico della voce (per inciso, il repertorio indica come prima attestazione assoluta il 1304-1308, probabilmente in riferimento al Convivio dantesco, ma con il significato di ‘antica macchina da guerra usata per abbattere mura e porte’, benché qui la parola compaia con il valore di ‘primo segno dello zodiaco’, peraltro già presente in Restoro d’Arezzo [1282]; cfr. TLIO, s. v. ariete); anche doppio, in riferimento al canottaggio (‘imbarcazione con due vogatori ciascuno dei quali rema con due remi’) sebbene sia legato probabilmente all’ingl. double scull, compare tra le voci di origine latina, mentre otto (‘imbarcazione da regata il cui equipaggio è costituito da un timoniere e da otto vogatori con un remo ciascuno’) viene giustamente ricondotto all’ingl. eight (‘id.’).

Ricostruire la genesi di una parola, d’altra parte, non è un’operazione semplice, neppure laddove sembrerebbe scontata (rompighiaccio è composto da rompi- e ghiaccio sul modello dell’ingl. ice-breaker o del fr. brise-glace?).

 

Tracce di storia e di lingue

 

Si può certo ovviare a tali incongruenze facendo ricorso ai repertori etimologici, sebbene non sempre sia possibile rintracciare il significato di voci specialistiche: ma una ricostruzione di questo tipo, anche apportando correzioni come queste, rischia ugualmente di essere troppo statica, e persino fuorviante.

Se allargassimo il nostro d’indagine al di là degli etimi prossimi, ad esempio, scopriremmo come alcune lingue europea hanno svolto un ruolo veicolare o, talvolta, di vera e propria mediazione semantica tra la lingua d’origine e l’italiano.

Al secondo ordine di esempi rimandano le voci di origine olandese yacht (dal neerl.ant. jaghte o jaghtschip ‘nave da caccia’), boiera (‘piccolo veliero da pesca a fondo piatto con due alberi, usato un tempo nel Mare del Nord’, dal neerl. boeier), sloop (‘veliero ad albero unico, attrezzato con vele auriche e bompresso, usato in Inghilterra e nell’America settentrionale tra il Seicento e l’Ottocento’, dal neerl. sloep ‘imbarcazione’), e pinco (‘veliero ad albero unico, attrezzato con vele auriche e bompresso, usato in Inghilterra e nell’America settentrionale tra il Seicento e l’Ottocento’, dal neerl. pinke, di etimo incerto), quelle di origine spagnola cargo (‘carico’ > ingl. cargo ‘carico di una nave’, poi ‘nave da carico’) e tornado (‘barca a vela da regata di classe olimpica, lunga 6,05 m, con scafo a catamarano e due derive’ < ingl. tornado, dallo spagn. tronada, derivato di tronar ‘tuonare’), e ancora coracle (ingl. coracle ‘piccolo battello da pesca, costruito in vimini con rivestimento di tela o di cuoio’, dal gallese antico corwgl) e dragone (‘imbarcazione a vela da diporto e da regata, a scafo tondo e chiglia fissa’, dall’ingl. dragon (boat), dallo svedese drakar ‘antico bastimento a vela quadra’), giunte a noi attraverso la mediazione dell’inglese, da cui provengono anche nomi di imbarcazioni esotiche come jangar (‘zattera da trasporto usata nelle Indie orientali’, dal port. jangar, ma in realtà di origine malayalam, v. giangada e jangda, infra), dinghy (‘barcone fluviale indiano’, dall’urdu dīṅgī, dim. di dēngā ‘barca’, poi anche ‘piccola imbarcazione a vela, da diporto e da regata’), kayak e umiak (entrambe di origine eschimese).

 

La mediazione del francese

 

Attraverso la mediazione del francese sono passate in italiano voci di origine olandese (dal neerl. medio korver ‘battello da caccia’ > corvetta; balandra o belandra ‘grossa barca a vela a fondo piatto’, dal fr. balandre e bélandre, a sua volta dal neerl. bijlander, comp. di bij- ‘presso’ e land ‘terra’; il detoponimico dogre; flauto, prama, senale, scialuppa < fr. chaloupe, forse dal neerl. sloep ‘imbarcazione’), anglosassone (battello) e inglese (ingl.ant. rowbarge ‘barca a remi’ > fr. ramberge > it. ramberga, flibotto, pacchebotto), bretone (goletta, dal «[f]r. goëlette (1806), n. anche di una ‘rondine marina’ (1752) f., con mutato suff., di goëland ‘gabbiano’, di orig. bretone», DELIN, s. v. goletta2), spagnola (pinassa o pinaccia, e due voci di origine araucana, piroga e canotto, v. canoa infra), forse anche malese (sampan ‘imbarcazione di legno larga e piatta, usata per la navigazione costiera o fluviale’, a sua volta dal cinese san ‘tre’ e pan ‘bordo’).

 

La mediazione dello spagnolo

 

Dallo spagnolo, oltre alle voci arabe petacchio (‘piccolo veliero da guerra adibito a compiti di scorta, collegamento e ricognizione in uso’ < spagn. patache ‘id.’ < ar. bataš ‘nave a due alberi’) e feluca (‘piccolo veliero con lo scafo stretto e allungato, munito di due alberi a vele latine’), quest’ultima peraltro di origine greca (gr. ephólkion ‘puledra’ poi ‘piccola nave da carico’ > ar. faluwa > spagn. faluca), sono giunte in italiano anche l’arawak canaua (canoa), il tagalog balañgay (balangai o barangai) e forse il malese kurakura (‘tartaruga’ > spagn. caracora > it. caracora ‘barca malese in cui i rematori sono seduti su banchi sporgenti dalle murate’).

 

La mediazione del portoghese

 

Il portoghese, infine, ci tramanda le voci di origine araba sambuco (‘grande barca a vele latine, usata per navigare nel Mar Rosso e lungo le coste africane dell’Oceano Indiano’, dall’ar. sanbūq, attraverso il port. sambuco) e almadia (‘imbarcazione a remi usata in passato in Africa e in Asia’, dall’ar. al ma’diya, di origine berbera, attraverso il port. almadia, ma forse anche attraverso l’omonima voce spagnola, cfr. Beccaria 1985, p. 133, n. 256), i termini malesi giunca (‘veliero a due o più alberi, dalle caratteristiche vele quadrate rinforzate con canne orizzontali’, dal mal. djong o jong, «noto ai viaggiatori portoghesi, che ce ne trasmisero la var. m. (junco: 1510), mentre quella f. sembra dipendere piuttosto dal fr. jonque», DELIN, s. v.) e pangaia (‘imbarcazione leggera dell’Africa orientale, costruita con tavole e chiodi di legno e fornita di una vela di foglie di cocco’, dal port. pangaio, a sua volta dal mal. penjajap), le voci giandaga o jandaga dal malayam (che rimandano alla stessa voce portoghese, jangada ‘imbarcazione indiana formata da due o più travi o tronchi incavati che, connessi tra loro, formano una specie di zattera’, ma a due etimi profondi differenti, caãnãnāàdam e šankātam, almeno secondo il GRADIT), il tamil catamarano (‘imbarcazione a vela o a motore costituita da due scafi paralleli collegati da un ponte’, dal port. catamarão, dal tamil kattamaram ‘zattera di tronchi legati’).

 

Il tentativo di ricostruire i fitti rapporti intercorsi tra l’italiano e le altre lingue, com’è evidente, regala poche certezze e molti dubbi, ma fa anche intravedere la complessità e il fascino di un tema che per molti aspetti rimane ancora sconosciuto. Un oceano inesplorato, appunto.

 

Immagine: Estuary Landscape by Moonlight

 

Crediti immagine: Aert van der Neer / Public domain

 

 

 


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