30 giugno 2020

Le repubbliche marinare e il lessico della navigazione

 

Quando si parla di parole della lingua della navigazione risalite dai dialetti in italiano (non necessariamente i nomi delle navi), il riferimento non è legato alla regione da cui la voce proviene bensì, il più delle volte, alla singola città che, per ragioni prevalentemente economiche, storiche e culturali, possiede un ruolo predominante nella diffusione della parola; e la parte del leone non può che toccare, storicamente, alle repubbliche marinare. Pensiamo a Venezia, da cui giunge un ingente numero di voci appartenenti alla marineria (palombaro, pontile, traghetto, ecc.) e, nel dettaglio, alle denominazioni di imbarcazioni (gondola, zattera, bragozzo e tanti altri), oppure a Genova (darsena, molo, leudo, caracca, ecc.), che rappresenta il secondo centro di irradiazione per questo settore. Dobbiamo poi considerare i nomi dello spazio in cui si costruiscono o riparano barche oppure quelli che, in qualche maniera, designano zone di passaggio necessarie per accedere alle imbarcazioni (pontile e traghetto per il veneziano, molo e darsena per il genovese).

 

I secoli d’oro

 

In generale, il contributo dei dialetti è più ampio: i primi sondaggi ci parlano di centinaia di nomi connessi al settore della pesca (denominazioni di reti, strumenti, attività lavorative, nomi di pescatori e marinai, componenti di imbarcazioni, che non saranno trattati in questa sede).

In diacronia, il periodo di maggiore concentrazione delle voci, considerando che molti elementi lessicali un tempo locali sono entrati tra il Cinquecento e il Seicento (motivo per il quale appaiono privi dell’originaria regionalità), un gran numero di termini penetra nella lingua nazionale soprattutto tra l’Ottocento e il Novecento, molto dopo il loro consolidamento nelle parlate locali. Di fatto, in virtù dei risultati provenienti soprattutto dal Veneto e dalla Liguria, si tratta del momento in cui Genova (e, in generale, la Liguria) attraversa un periodo di trasformazione urbanistica, economica e sociale, in cui nascono le grandi industrie e il traffico portuale comincia ad assumere proporzioni rilevanti; parallelamente, è nella stessa epoca che, dopo la caduta della Serenissima, comincia a risalire nella lingua anche la varietà veneta.

 

Referente locale, parola comune: la gondola

 

Se pensiamo alle voci che conservano (non solo nei repertori lessicografici, ma anche nella coscienza del parlante) un riferimento alla zona d’origine, tra i principali centri d’irradiazione, come anticipato in precedenza, c’è certamente Venezia. È nella percezione comune e non è necessario viverci o consultare un dizionario per conoscere la provenienza della voce gondola (in origine un grecismo), nota anche al di fuori dei confini italiani. Dal nome dell’imbarcazione veneziana per eccellenza derivano le locuzioni a gondola, con cui ci si riferisce agli ‘oggetti che presentano una curvatura concava con estremità rialzate simile a quelle delle gondole’ (TreccaniVoc) e andare in gondola ‘provare una grande gioia, compiacersi’ (così il GDLI). Altrettanto conosciuta, la provenienza del ‘rematore che manovra la gondola’, il gondoliere, composto di gondola + suffisso -iere che, tra le numerose formazioni, designa i nomi di mestieri legati alla pesca e alla marineria (Grossmann, Rainer 2004, p. 203).

L’apporto di notevole rilevo di Venezia è avvalorato dal fatto che, non di rado, i dizionari dell’uso, anche quando segnalano l’origine veneta (o veneziana) della parola (nell’etimologia o nell’area di diffusione), ne rimarcano la regionalità nel campo della definizione, impiegando forme di origine veneziana che, benché panitaliane, indicano referenti locali. Pertanto, all’interno del campo della definizione troviamo spesso laguna, che, per antonomasia è, appunto, ‘quella di Venezia’ (GRADIT) e, talvolta, il derivato lagunare; ma anche la voce regata (soprattutto al plurale, regate) che, solitamente viene ricondotta al veneziano (e ‘all’usanza delle regate veneziane’, per cui cfr. DELI), ma sembrerebbe in questo caso che il capoluogo veneto rappresenti il tramite di diffusione della voce in italiano e non coincida con l’area di origine della parola che, invece, è attestata nel Trecento a Genova (GDLI). Da segnalare, altresì, la presenza di toponimi (Venezia, ma anche, per esempio, Càorle), oltre che di aggettivi toponomastici (veneziana, veneta, chioggiotta).

 

Le imbarcazioni della laguna e delle regate

 

La frequenza d’uso dei venezianismi che indicano referenti locali appare particolarmente visibile tra i nomi di imbarcazioni attestati tra la fine dell’Ottocento e la seconda metà del Novecento. Alla luce di ciò, lo spoglio del GRADIT evidenzia risultati di una certa consistenza. Di area veneta, ma anche romagnola è battana (1892, GRADIT), ‘nelle lagune venete e di Comacchio, piccola imbarcazione a fondo piatto con sponde basse’, da cui derivano le locuzioni remo alla battana e voga alla battana. Tra i numerosi tecnicismi della marineria che presentano una particolare estensione semantica, abbiamo sardellara (1935, GRADIT), che indica sia una ‘rete usata nell'Adriatico per la pesca delle sardine’, sia una ‘antica imbarcazione chioggiotta per la pesca delle sardine’. E ancora: chiozzotta (1887, GRADIT) ‘imbarcazione da trasporto in uso nella laguna veneta’; bissona (1892, GRADIT) ‘grande imbarcazione a otto remi usata a Venezia per le feste e le regate’; mascareta (1989, GRADIT) ‘sandalo piccolo e leggero, a due o più vogatori, in uso nella laguna veneta come imbarcazione familiare o per competizioni’; dodesona (1892, GRADIT) ‘grossa barca da regata veneziana a dodici remi’; disdotona (1956, GRADIT) ‘barca veneziana per cerimonia, con diciotto rematori, talora riccamente ornata’. Da segnalare, tra i più recenti: pup(p)arin (1991, GRADIT, ma che già nel 1986 compare nel Vocabolario dei regionalismi veneti di Canepari, p. 138, nel significato di ‘imbarcazione sportiva per regate’), definita come ‘imbarcazione a remi originariamente usata per le battute di caccia dei patrizi, oggi impiegata in regate nella laguna veneta’; barcagno (1955, GRADIT) ‘tipo di barca a remi veneziana usata nella laguna per lavori di manutenzione o per servizio di vigilanza ai vivai di anguille’; balot(t)ina (1955, GRADIT) ‘imbarcazione a remi veneziana del sec. XVII, simile alla bissona, ma più piccola’; caorlina (1955, GRADIT, chiaramente derivato da Càorle, località del Veneto) ‘barca da pesca usata nella laguna veneta’. Tra le tipologie di barche più antiche, troviamo fisolera (1433, GRADIT, che censisce anche il significato di ‘spatola’) ‘imbarcazione veneziana molto leggera, lunga e stretta usata per la caccia agli svassi maggiori’ da cui è derivata la fortuna della fusoliera (1910, GRADIT) di D’Annunzio come ‘parte di un velivolo’; peota (ante 1536, GRADIT) ‘barca di media grandezza, usata un tempo a Venezia spec. nelle regate, vistosamente addobbata e spinta da otto vogatori in costume’; sandalo (ante 1347, GRADIT) ‘barca a remi piccola e leggera dal fondo piatto, manovrata con due remi incrociati o da poppa col palo, molto usata nella laguna veneta e nelle valli di pesca del delta del Po’ e peata (1720, GRADIT) ‘grossa barca a fondo piatto, usata nella laguna veneta e nell’Adriatico settentrionale per il trasporto delle merci’.

 

Non solo gondola

 

Il contributo della Serenissima non finisce qui. Tra i più antichi nomi di imbarcazioni troviamo il dantesco burchio ‘barca a fondo piatto per il trasporto di merci o persone su fiumi e laghi’, una misteriosa formazione dalla Expressivwort *bor(r)- / *bur(r)- ‘corpo di forma tondeggiante o cavo’ (LEI 6,1169), attestata nell’Inferno (XVII, 19), ma ancora prima e meglio nei monumenti di Lio Mazor (“en lo burclo de ser Marco Lugari”, TLIO). Tra i tecnicismi: marrano, vale a dire la ‘nave a vela mercantile in uso nel Mediterraneo nei secc. XV e XVI’; galeazza, che nel XVI e XVII secolo, indicava una ‘grossa galea d’alto bordo con tre alberi a vele latine, trenta remi per lato e armata di trentasei cannoni’; zopolo (1473 nella variante zoppolo, GRADIT), che si identifica con la ‘piccola imbarcazione ricavata da un tronco d’albero scavato, munita di due remi e di una piccola vela quadrata, in uso nell’Adriatico’, ma anche con il ‘nome dato dai navigatori veneziani del XV sec. alle piroghe usate dagli indigeni delle nuove terre scoperte’; peatone (1795, GRADIT) ‘imbarcazione coperta su cui venivano trasportati il doge e i senatori, in occasione di visite solenni in chiese lontane o per assistere a funzioni sacre’.

Di area veneta è inoltre pielego (ante 1571, GRADIT) ‘veliero a due alberi, simile al trabaccolo, usato nell’Adriatico sino al secolo scorso per il trasporto delle merci’, nonché ‘imbarcazione a vele latine, simile al bragozzo, usata nell’Adriatico sino alla fine del secolo scorso per la pesca con i palangari’.

Un caso particolare di regionalismo semantico è rappresentato da cofano che, oltre ai significati dell’italiano comune, in Veneto indica la ‘barca per la caccia in palude’.

 

La zattera e il bragozzo

 

Tra le voci venete penetrate nella lingua italiana non possiamo tralasciare zattera. Sulla derivazione della parola da zatta non vi sono dubbi; altrettanto certo il fatto che zattera sostituisca il toscano fodero. Ecco il Tommaseo-Bellini s.v. zatta: “in alcuni luoghi di Tosc., Grossa barca aperta alle due estremità, ma con sponde ai lati, colla quale i navelastri tragittano persone e bestie da una parte all’altra de’ fiumi. Altrove: Nave”. La derivazione veneta è indiscutibile (Zolli 1986, pp. 62-63): prima ancora dell’attestazione italiana in area veneziana di zattera che precede il 1449 (DELI), zatra compare a Venezia nel 1381 e nel latino medievale di Treviso è documentata la forma zatta (già nel 1271, DELI). Altrettanto indiscutibile è che la parola sia oggi perfettamente panitaliana. Tra i derivati (che ricaviamo dalla ricca documentazione del GDLI): zatteraggio, zatteraio, zatterante, zatteriere (non marcato diatopicamente), zatterino, zattero, zatterone; quanto a zattiere (che si forma, ovviamente, da zatta e non da zattera), è l’unico lemma etichettato come di area veneta.

Tra i termini veneziani di imbarcazioni entrati nell’uso della lingua comune rientra anche il bragozzo (la voce, nel GRADIT, è un tecnicismo privo di marcatura diatopica), il cui impiego comincia a ridosso dell’Ottocento (1799, GRADIT), costruito di solito nello squero (anch’esso venezianismo diffuso nell’area settentrionale che designa il ‘cantiere per la costruzione e la riparazione di barche di piccolo tonnellaggio’, ma anche lo ‘scalo coperto o tettoia per tenere al riparo bastimenti in disarmo o piccole imbarcazioni, spec. gondole’, GRADIT). Il bragozzo indica sia la ‘barca da pesca e/o da carico’ tipica di Venezia (ma anche di Chioggia e della zona dell’Adriatico), sia la ‘rete per la pesca a strascico, trainata da una sola barca’ (in quest’ultimo significato è registrato da GDLI e GRADIT).

 

Uno sguardo a Genova. L’influsso ligure

 

Il cospicuo apporto lessicale dell’altra repubblica marinara e della Liguria nel settore marinaresco è indiscutibile, nonostante che esso non riguardi tanto i nomi di imbarcazioni, bensì la lingua della marineria in generale, nonché tutto ciò che concerne le sottocategorie semantiche legate a questo settore. Basti pensare, solo per fare qualche esempio, alle numerose voci liguri come arrembare o scandagliare, che da tecnicismi della marineria sono divenute parte integrante del lessico comune. E sembra provenire da Genova la fama del bizantinismo molo: per tutte, la testimonianza di Cecco Angiolieri, che scrive che “potrebb’anzi di Genova il molo / cader”.

Tra i nomi delle imbarcazioni abbiamo il leudo, variante ligure di leuto (1937, GRADIT), che indica chiaramente il «leudo rivano: tipo di imbarcazione con albero di prua inclinato, usato a Riva Trigoso (Liguria) per la pesca con la menaide» (GDLI). Genovese, penetrata attraverso l’arabo, sembra essere la caracca, tecnicismo che designa ‘dal sec. XIII al XVI, grossa nave a vela, mercantile o da guerra, usata da genovesi e portoghesi’ (GRADIT). Indubbia la provenienza di carena, la parte inferiore di una nave che rimane immersa nell’acqua, che per estensione, letterariamente, indica la ‘nave’, come attestato nel GRADIT in cui si fa riferimento a Foscolo (“già i capaci / vadi del porto la carena attinge”); ma è probabile la penetrazione attraverso il veneziano, “malgrado la frequenza di carena in carte genovesi” (DELI).

 

 

Riferimenti bibliografici

 

Canepari 1984 = L. Canepari, Lingua italiana nel Veneto, Padova, CLESP, pp. 113-150.

DELI = M. Cortelazzo, P. Zolli, Il nuovo etimologico. DELI. Dizionario etimologico della lingua italiana. Seconda edizione con CD-ROM, a cura di M. Cortelazzo, M. A. Cortelazzo, Bologna, Zanichelli, 1999.

GDLI = Grande dizionario della lingua italiana, diretto da S. Battaglia [poi G. Bàrberi Squarotti], 21 voll., Torino, UTET, 1961-2004.

GRADIT = Tullio De Mauro (a cura di), Grande dizionario italiano dell’uso, Torino, UTET, 8 voll., 1999-2007.

Grossmann, Rainer  2004 = M. Grossmann, F. Rainer (a cura di), La formazione delle parole in italiano, Tübingen, Niemeyer.

LEI = Max Pfister, Wolfgang Schweickard, Elton Prifti, Lessico Etimologico Italiano, Reichert, Wiesbaden 1979-.

TLIO = Tesoro della Lingua Italiana delle Origini.

Tommaseo-Bellini = Niccolò Tommaseo e Bernardo Bellini, Dizionario della lingua italiana, 7 voll., Torino, Pomba, 1865-1879.

TreccaniVoc = Il vocabolario della lingua italiana, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana, 2008 (si cita dall’edizione on line).

Zolli 1986 = P. Zolli, Le parole dialettali, Milano, Rizzoli.

 

Immagine: Bacino di San Marco

 

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