01 luglio 2020

Galee, sciabecchi e caracche: navigare tra il Medioevo e l’età moderna

 

Con la locuzione latina nomen omen gli antichi Romani rendevano plastica la credenza che nel nome proprio di una persona fosse espresso, in modo implicito, il proprio destino, o che da esso si potessero dedurre le virtù possedute, o ancora che il nome stesso fosse un presagio. In una dimensione nautica, è possibile applicare tale locuzione ad alcuni nomi delle imbarcazioni che furono utilizzate dalle varie marinerie tra Medioevo ed età moderna; nel loro nome è possibile scorgere la loro funzione, quasi il loro destino. Vedremo qui solo un assaggio delle protagoniste di una stagione grande e irripetibile per la navigazione mondiale.

 

La galea

 

L’imbarcazione regina del Medioevo fu la galea, la cui attestazione risale agli albori della storia dell’italiano: “E poi n’andanmo nel porto di Genova cu(m) CIII galee di Pisa e C vacchecte”, si legge nel Ricordo d’imprese pisane scritto intorno al 1246 (TLIO). L’origine del nome è ancora discussa, salvo il punto fondamentale che si tratta di un grecismo bizantino, γαλέα (del sec. X), nome della donnola ma anche di un pesce vorace, forse da identificare con il pescecane o piuttosto il pescespada, da cui prenderebbe la forma stretta ed allungata, con il rostro simile alla spada del pesce. Fu tra le imbarcazioni maggiormente adoperate nel mar Mediterraneo, specie nei combattimenti navali tra il XIII al XVII secolo, anche se già dagli albori del primo millennio erano comparsi scafi che presentavano tali caratteristiche.

Questo tipo di imbarcazione associava propulsione velica a quella a remi e per tale motivo fu lo strumento navale utilizzato prioritariamente in campo militare. Impiegata, sovente, anche per scopi commerciali (le galee di mercato) aveva una forma stretta e allungata e la presenza di rematori a bordo (almeno duecento uomini) non permetteva di trasportare grossi carichi. Che fossero state costruite a Venezia, in Spagna o a Costantinopoli, avevano caratteristiche e proporzioni simili e differivano esclusivamente in alcuni particolari costruttivi. Nella zona prodiera vi erano due piattaforme: la rembata di prua, dove erano posti i soldati, i moschettieri e gli arcieri, e il tamburo, utilizzato per le manovre delle ancore. Tra queste due piattaforme si concentravano i cannoni fissi. All’esterno della murata di prua, nella parte bassa, vi era il rostro, un’enorme trave sporgente in metallo, spesso bronzo o ferro, impiegata per speronare i nemici. A poppa vi era il cassero, la residenza degli ufficiali, una sorta di plancia, coperta da un tendone ed era il luogo dove con un tamburo veniva scandita la cadenza della voga. Oltre la linea di poppa, inoltre, vi era il timone manovrato da una barra e dalla forma a mezzaluna. Le galee erano armate da due alberi, quello di trinchetto e quello di maestra, provvisti di vela latina; in seguito, con l’avvento delle artiglierie pesanti il rostro divenne un ulteriore albero, il bompresso, decorato con figure allegoriche, le polene. Oltre ad avere propulsione velica, le navi erano provviste di remi; questi ultimi, lunghi tra 9 e 11 m e con un peso di 50 kg, venivano sospinti da vogatori posizionati a gruppi di tre, in file parallele su entrambi i lati dell’imbarcazione. Grazie alla propulsione mista (velica e rematori), le galee riuscivano a raggiungere una discreta velocità, sino a 7 nodi, ma, in caso di vento contrario, il bastimento aveva grosse difficoltà di manovra. In base alle fonti, nel XVI secolo, la lunghezza complessiva dello scafo era di ca. 42 m con una larghezza di 5 m ed un pescaggio di appena 2 m; in seguito, nel XVII secolo, raggiunsero i 50 m di lunghezza i 7 m di larghezza ed un pescaggio di oltre 2 m. In base a queste caratteristiche le galee furono protagoniste in tutto il Mediterraneo ed il loro utilizzo raggiunse il culmine negli anni a cavallo della battaglia di Lepanto, quando la flotta turca e quella cristiana si contesero il controllo del Mediterraneo centrale.

 

La galeazza

 

La naturale evoluzione della galea fu la galeazza (la parola è attestata dal 1390, TLIO), detta anche galea grossa (prima metà del sec. XIV, nello storico fiorentino Giovanni Villani, TLIO). Questo tipo di imbarcazione nacque, fondamentalmente, per contrastare il crescente predominio della nave a vela. Si trattava di una nave da guerra molto simile nella forma alla galea di mercato; essendo un bastimento più grande, aveva un equipaggio più numeroso ed era in grado di imbarcare artiglieria pesante sviluppando, quindi, una maggiore potenza di fuoco rispetto alle comuni galee. Poteva ospitare almeno trenta cannoni per murata e in questo modo poteva insidiare le imbarcazioni nemiche anche da distanze notevoli. Le sue grandi dimensioni, però, la penalizzavano ancora una volta nelle manovre. Armata di tre alberi (trinchetto, maestra e mezzana) con vele latine, come nella galea, aveva una propulsione mista. E come nella galea la galeazza raggiunse l’apice in occasione della battaglia di Lepanto, in cui svolse un ruolo fondamentale.

 

I galeoni

 

Al XV secolo, con le navigazioni oceaniche, risale la fortuna del galeone; il nome però è ancora precedente, essendo già dell’inizio del XIV secolo (ricorre in Folgore da San Gimignano, TLIO). Il galeone è dapprima munito della propulsione mista derivata, quindi, dalla galea e successivamente, nel XVI secolo, passa alla propulsione esclusivamente velica derivata dalla caracca (su cui cfr. più avanti).

Quello a propulsione mista iniziò ad essere costruito dai veneziani alla fine del Quattrocento; era provvisto di tre alberi (trinchetto, maestra e mezzana) armati di vele latine. Quello a vele aveva dimensioni colossali, sino a 42 m; aveva due castelli, uno di prua, l’altro di poppa e ben cinque alberi (bompresso, trinchetto, maestra, mezzana e mezzanella) armati sia di vele latine che quadre. Era dotato di una potenza di fuoco importante, con almeno dodici cannoni, di cui almeno la metà di grosso calibro, per ogni lato; anche su ciascuno dei due castelli vi erano almeno quattro bocche da fuoco. Verso la fine del Cinquecento crebbe la potenza di fuoco di questo tipo di imbarcazione, dotata fino a sessanta cannoni. Grazie alle caratteristiche dello scafo ed alla capacità di coprire grandi distanze, questo naviglio fu impiegato anche in ambito commerciale, soprattutto nei traffici oltreoceano.

 

Lo sciabecco

 

Per l’età moderna, è necessario citare anche un altro tipo navale: lo sciabecco. La parola, attestata in italiano dal 1743 con Muratori, è remotamente un arabismo (ar. šabbāk ‘nave a tre alberi’) che in italiano è entrato probabilmente attraverso lo spagnolo jabeque. Utilizzato tra la fine del XVII secolo e fino all’inizio del XIX secolo, era una nave da guerra impiegata anche per questioni commerciali. Era provvisto di tre alberi (detti pible, ad unico fuso) armati principalmente da vele latine, ma anche quadre (sciabecchi quadri). La forma dello scafo richiamava quella della galea; poteva contenere una potenza di fuoco al massimo di ventiquattro cannoni; in mancanza di vento si serviva di propulsione a remi ed aveva un cassero sporgente nella zona di poppa. Si tratta dell’imbarcazione con cui i corsari compirono le loro scorrerie o intrattennero scambi con le città alleate; tuttavia, fu una nave utilizzata anche dagli stati, specie dalla marineria veneziana.

 

La caracca

 

L’imbarcazione commerciale maggiormente utilizzata tra Medioevo ed età moderna fu la caracca, il cui nome (alternato a cocca o kogge), attestato per la prima volta nel 1506 ca. (ma il latino medievale caracha è già del 1263), rimanda ancora una volta all’arabo (ar. ḥarrāqa ‘brulotto’), più che al latino navis carricata (‘nave da carico’: ma l’ipotesi latina è difficile da sostenere per motivi fonetici); in ogni caso, comunque, l’etimologia di questa voce, che pare si sia diffusa da Genova (DELIN 295), suggerisce un tipo navale destinato a sopportare carichi pesanti. Fu l’imbarcazione con cui i conquistadores Spagnoli e Portoghesi esplorarono il mondo tra il XV e XVI secolo. L’imbarcazione era munita di uno scafo tondo e due castelli, uno a poppa, l’altro a prua; armata di un numero di alberi variabile, da due a quattro a seconda delle dimensioni (sino a 35 m di lunghezza e sino a 2000 tonnellate di stazza), fu utilizzata prevalentemente per il commercio anche se poteva prestarsi, all’occorrenza, anche ad azioni militari grazie alla possibilità di ospitare un numero notevole di cannoni ed artiglierie.

 

La nave tonda

 

Un’altra imbarcazione impiegata nei commerci, e l’ultima di questa breve rassegna, fu la nave tonda da carico. Lo scafo era simile ad una nave da trasporto romana, era dotata di due alberi e dei castelli di poppa e di prua. Fu il primo tipo di nave a cui fu associata l’invenzione delle boline, che permisero la navigazione con vento contrario. Utilizzata per il trasporto di animali, merci e truppe vide il culmine del suo impiego tra XII e XIII secolo nel periodo delle crociate in Terrasanta, con Marco Polo in Cina e nel periodo delle Repubbliche Marinare.

 

 

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Immagine: Una galea veneziana che trasporta pellegrini verso la Terrasanta, tratta dal diario di viaggio di Conrad Grünenberg

 

Crediti immagine: Konrad Grünenberg / Public domain

 

 

 


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