02 luglio 2020

Il Capitano Emilio Salgari, marinaio di carta

 

Il rapporto tra la letteratura italiana e la marineria non è mai stato particolarmente intenso. L’eccezione è rappresentata da Emilio Salgari, lo scrittore di terre lontane per eccellenza, che invece con l’argomento ha un rapporto intenso, diremmo insieme simbiotico e professionale; è il solo romanziere italiano di peso che citi con naturalezza l’albero di trinchetto, il càssero, le gomene, le sartie.

 

«Dall’equatore ai mari polari»

 

È quasi accertato, ormai, che Salgari non si sia mai allontanato dai confini italiani. Nel 1878 si era trasferito da Verona a Venezia per frequentare il Regio Istituto tecnico e nautico Paolo Sarpi, senza però riuscire a ottenere il tanto agognato brevetto di capitano di lungo corso (Gallo-Bonomi 2011: 30-35). Tutto ciò, però, non lo intralciò nella creazione del mito di sé stesso come grande marinaio. La creazione di questa finzione letteraria comincia sin da giovane quando in una nota biografica a un editore dichiara di aver solcato “come ufficiale quasi interamente tutti gli oceani, […] facendo ovunque escursioni all’interno delle terre e delle isole, usando tutti i mezzi di locomozione possibili, su usi, costumi, sulla fauna e sulla flora dei vari paesi. Dall’equatore ai mari polari […]” (agosto 2012, L’uomo che viaggiava da fermo, Ernesto Ferrero, in National Geographic).

Lo scrittore infatti chiedeva, senza averne titolo, di essere chiamato Capitano di Gran Cabotaggio e su “La Ronda” si firmava in modo ricorrente “Ammiragliador” (Gallo-Bonomi 2011: 35). Il disperato tentativo di rivendicare questa carica era così forte che arrivò al punto di sfidare a duello un collega che lo derideva per questa alterazione della realtà. Il duello in questione gli procurò una condanna in tribunale al pagamento di trenta lire e al confino di sei giorni a Peschiera, sul lago di Garda (Arpino-Antonetto 1982:13). D’altronde era la carica di capitano a precedere il suo pseudonimo di Guido Altieri, sfruttato per i racconti pubblicati per la casa editrice Salvatore Biondo di Palermo.

 

Pirata di fonti documentarie

 

Neanche la moglie era risparmiata da questa piccola menzogna (o piuttosto da questa identificazione con una realtà alternativa), tanto che in gioventù, in una lettera a lei indirizzata ricca di viaggi visionari, si era firmato “Selvaggio Malese”.

Salgari aveva plasmato un alter ego di sé stesso grazie anche al supporto delle numerose letture delle quali si nutriva in biblioteca, con cui era riuscito a far fronte alla mancanza di esperienze dirette. Pirata e saccheggiatore di fonti documentarie e iconografiche, seppe fare proprie le località esotiche che disponeva sulla pagina, nelle quali prendevano vita le avventure di eroi e antieroi e nelle quali riusciva a ricreare, come uno sceneggiatore teatrale, fauna e flora, usanze e costumi.

La sua passione per il mare, invece, si esplica attraverso l’utilizzo di termini nautici e con la comparsa di numerose tipologie di imbarcazioni, spesso protagoniste delle battaglie animatrici dei suoi romanzi; e noi lettori con queste navi abbiamo solcato il mare assieme a pirati, predatori dei mari, ciurmaglia di fuorilegge, galeotti, corsari, bucanieri dei mari di Haiti, filibustieri inglesi.

 

Precisione terminologica

 

L’accuratezza e la precisione della terminologia impiegata denuncia chiaramente il fatto che gli anni al Nautico non erano passati inutilmente. Se spesso lo scrittore usa la metonimia legno per indicare qualsiasi nave, numerose sono le varie tipologie che saltano all’occhio del lettore: velieri, incrociatori, brigantini, navi a vapore, imbarcazioni locali. Le “protagoniste” appaiono spesso corredate anche dall’invenzione dei nomi propri che il Salgari dona a queste navi (e in vari casi, il più eclatante dei quali è Il Re del Mare, il protagonista inanimato della narrazione è proprio una nave).

La validità gnoseologica delle sue descrizioni nasce dall’abile uso del lessico tecnico impiegato per colpire il lettore, il quale viene abbandonato alla propria astrazione o alla suggestione oggettiva per appendere qualsiasi significato:

 

“Il povero legno era ridotto in uno stato compassionevole. L'albero di trinchetto era spezzato raso il ponte, quello di maistra si sosteneva a malapena con una fitta rete di paterazzi e di sartie. Murati e madieri erano tutti fracassati, schiantati e tempestati di stoppacci che chiudevano numerosissimi fori.” (1883, La Tigre della Malesia, cap. XV).

 

Ne Il Corsaro Nero compaiono “buoni velieri, muniti d’alta alberatura per poter approfittare delle brezze più leggere, con la carena stretta, la prora e la poppa soprattutto altissime come si usavano in quell’epoca, e formidabilmente armati” dotati di “dodici bocche da fuoco, dodici caronate, [che] sporgevano le loro nere gole dai sabordi, minacciando a babordo e a tribordo, mentre sull’alto cassero si allungavano due grossi cannoni da caccia, destinati a spazzare i ponti a colpi di mitraglia.” (1898, Il Corsaro Nero, cap. I).

Nel secolo in cui Moby Dick di Melville spopola tra i lettori, Salgari inserisce nei suoi romanzi le baleniere, velieri destinati alla caccia delle balene forniti a loro volta di imbarcazioni a remi destinate alla caccia diretta dei fiocinieri, dette anch’esse baleniere. È il caso della baleniera de Le due tigri, che porta il nome della donna amata da Sandokan, Marianna, e della quale Salgari ci regala una bellissima descrizione nell’omonimo capitolo che apre il romanzo:

 

“Sembrava un veliero malese, dalle dimensioni straordinarie delle sue vele, la cui superficie era immensa, però lo scafo non era precisamente simile a quello dei prahos, non essendo provvisto di bilancieri per appoggiarsi meglio sulle onde quando le raffiche aumentano di violenza, né avendo al centro quella tettoia che chiamasi attap. Anzi era costruito, a quanto pareva, con lamine di ferro anziché di legno, non aveva la poppa bassa, la tolda era sgombra e poi stazzava tre volte di più dei prahos ordinari, i quali di rado hanno una portata di cinquanta tonnellate. Comunque fosse, era un bellissimo veliero, lungo, affilato, che a vento largo, o, meglio ancora, con vento di poppa doveva filare meglio di tutte le navi a vapore che allora possedeva il governo anglo-indiano. Era insomma una vera nave da corsa” (1904, Le due tigri, cap. I).

 

Il praho, la giunca e il sospiratore affannato

 

In questa digressione compare la denominazione di un’imbarcazione locale malese, a remi o a vela, entrata nell’immaginario collettivo proprio grazie ai romanzi salgariani: il praho. Questo nome, in un primo momento, era invariabile sia al singolare sia al plurale e all’inizio usato con qualche incertezza grafica dal giovane Salgari. Nell’edizione veronese de La Tigre della Malesia si legge che “la caccia dei mercantili e di poi la spedizione sulle pericolose coste di Labuan, appartenevano a quella specie conosciuta nella Malesia sotto il nome di prahos o di pralì.” (1883, La Tigre della Malesia, cap. I).

Probabilmente quest’ambiguità dell’impiego della parola è data dall’ambivalenza preesistente nelle fonti da cui Salgari la aveva attinta. In italiano infatti è rintracciabile sotto diverse forme: prao (1525, Pigafetta), parao (1562, trad. dal portoghese de L’Asia di Joao De Barros), praho (1563, Ramusio); per tutte la lingua tramite tra il malese e l’italiano è stato il portoghese. Quest’imbarcazione a vela dovrà vedersela con un “fumante incrociatore”, il quale “filava silenziosamente sui mari della Tigre” (1883, La Tigre della Malesia, cap. III).

E nell’incipit dell’omonimo capitolo compare una “disalberata e sdruscita giunca”, veliero a due o più alberi diffuso nei mari dell’estremo Oriente dalle vele quadrate o rettangolari di stuoie, rinforzate da canne orizzontali. La parola compare in Pigafetta nel 1525 ma anche in questo caso la lingua veicolare è il portoghese junco, dal mal. jong (e quindi non dal cinese).

È poi curiosa la locuzione usata per designare un’imbarcazione che nell’edizione de Le Tigri di Mompracem viene modificata in “grossa giunca”. Il riferimento è al sospiratore affannato che spia l’isola di Mompracem e fa ribollire di rabbia Sandokan, il quale non sarebbe ulteriormente catalogabile se non fosse per la spiegazione presente in un dialogo tra Sandokan e Yanez: «Tu sai già, che un sospiratore affannato è una vaporiera». Il fatto che nel testo sia riportato in corsivo ci porta a pensare che si tratti della traduzione di una locuzione presente in un’altra lingua. Il termine vaporiera, il quale indicava le navi a vapore del primo Ottocento, sparisce presto nella complessa terminologia legata al progresso tecnologico.

Un’altra nave a vapore presente nei romanzi salgariani è la fregata, una nave da guerra un po’ più piccola di quelle di linea dell’epoca (a cui somiglia molto), veloce e maneggevole, impiegata nei compiti di esplorazione, collegamenti, soccorso, scorta. La più famosa è indubbiamente la Cornwall de I misteri della jungla nera, ma bisogna citare anche quella del Marchese d'Halifax che sfida la Tuonante (1910, La crociera della Tuonante), che è tecnicamente una corvetta (una fregata più piccola, con un armamento fino a venti cannoni).

 

Marineria glocal e global

 

Un’imbarcazione simile, il piroscafo, che è invece di norma una nave mercantile (qui però con la specificazione funzionale piroscafo da guerra), compare ne Il Re del Mare con tanto di citazione storica inserita da Salgari nelle note alla prima edizione:

 

“Nel 1844, un piroscafo da guerra olandese, mandato dal governatore di Macassar a castigare i pirati del Cotti, diede una terribile lezione a quel sultanato. Arse mille case della capitale, impose una taglia di 120.000 fiorini, il risarcimento dei danni subiti dalle navi mercantili assalite e volle ostaggi fino al pagamento completo delle somme fissate.” (1906, Il re del mare, cap. XIV)

 

Salgari era ben informato sulle vicende storiche delle navi del periodo, tanto che un suo romanzo gli costò un’azione legale intrapresa dalla Hoepli. La Stella Polare ed il suo viaggio avventuroso (1901) trattava della spedizione del Duca Degli Abruzzi, Luigi Amedeo di Savoia, nelle regioni desolate del Polo Nord con la baleniera Stella Polare. Il resoconto sarebbe spettato al sopracitato duca, ma il veronese lo batté sul tempo, provocando la rabbia della Regal Casa e quindi il ritiro del romanzo e la modifica del titolo.

Il brigantino più celebre, invece, è quello del Corsaro Nero: la Folgore, “uno di quei legni da corsa che adoperavano i filibustieri della Tortue per dare la caccia ai grossi galeoni spagnoli”. Questo veliero di modeste dimensioni, è attrezzato con due alberi a vele quadre (trinchetto e maestra) e bompresso, attrezzatura che si dice appunto a brigantino. Una tipologia diversa è detta brigantino a palo, veliero con bompresso e tre alberi verticali: quelli di trinchetto e maestra a vele quadre, quello di mezzana a vele auriche, ed è presente ne I Robinson italiani (1896): “La Liguria […] Quantunque fosse stata varata in un cantiere genovese nove anni prima, era in quell’epoca ancora un bel veliero, saldo di costole, di forme eleganti […], con un solido sperone e portava splendidamente la sua alta alberatura di brigantino a palo”.

La marineria salgariana, insomma, è nello stesso tempo global e glocal: dalle più avanzate navi da guerra contemporanee dell’ingegneria navale europea (e ormai anche americana) fino a imbarcazioni dai nomi misteriosi e dalle tradizioni plurisecolari, con una competenza, in quest’àmbito, non solo libresca. Il mare è la frontiera dello scrittore veronese non meno di quanto non lo sia per Conrad.

 

Testi di riferimento

Arpino Giovanni, Antonetto Roberto, Vita, tempeste, sciagure di Salgari il padre degli eroi, Milano, Rizzoli, 1982.

Ferrero Ernesto, L’uomo che viaggiava da fermo, in National Geographic, agosto 2012.

Gallo Claudio, Bonomi Giuseppe, Emilio Salgari. La macchina dei sogni, Milano, BUR Rizzoli, 2011.

Spagnol Mario (a cura di), Il primo ciclo della jungla, Milano, Mondadori, 1969.

Spagnol Mario (a cura di), Il Corsaro Nero, Milano, Mondadori, 1970.

Spagnol Mario (a cura di), Il Re del mare, Milano, Mondadori, 1974.

 

Le citazioni da La Tigre della Malesia (1883) sono tratte dall’edizione (in corso di allestimento) a cura di Maria Serena Masciullo.

 

 

Immagine: Copertina originale de Le tigri di Mompracem di Emilio Salgari, editore Antonio Donath, Genova

 

Crediti immagine: Alberto Della Valle (1851-1928) / Public domain

 

 

 

 

 

 

 


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