04 novembre 2019

Montalbano in tv e la biodiversità televisiva

«In ascensore, approfittando ch’era solo, Montalbano si scompigliò i capelli». In questa frase, tratta da Il cane di terracotta (p. 370 dell’edizione de I meridiani), c’è tutta la distanza che separa il Montalbano dell’immaginazione di Andrea Camilleri dalla figura con cui lo sterminato pubblico televisivo italiano ha conosciuto e amato il commissario con cui si identifica il suo straordinario interprete, Luca Zingaretti, noto per tutto fuorché per la fluente capigliatura. Andrea Camilleri tiene molto alla distinzione. Come scrive egli stesso (la Repubblica, 19 aprile 2019), «Un giorno della primavera del 1998, mi pare, mi scrisse dall’Università di Cagliari il professor Giuseppe Marci invitandomi a un incontro con gli studenti che avevano seguito un corso dedicato al mio Birraio di Preston. […] Fu così che incontrai Salvo Montalbano all’aeroporto di Cagliari con un mio romanzo sottobraccio. Era veramente impressionante la sua somiglianza col mio personaggio. Dirò di più: la vista del professore unificò in me l’immagine del commissario che fino a quel momento era ancora come un puzzle mancante di alcuni pezzi di sfondo».

 

La sintassi della collection televisiva

 

Assodato che Giuseppe Marci è la persona che più assomiglia all’idea di Montalbano di Andrea Camilleri, Il commissario Montalbano di Alberto Sironi non è propriamente una serie televisiva, anche se in un certo senso è percepita come tale: si tratta più propriamente di una collection, vale a dire di una sequenza di film autoconclusivi raccolti da un filo comune, completamente verticale (cioè senza elementi sequenziali che si rincorrono da una puntata all’altra: qualunque spettatore può vedere un episodio saltando gli altri senza che la sua comprensione sia minimamente pregiudicata). Per giunta la sua programmazione ha caratteristiche piuttosto singolari, che impediscono di parlare, come si fa per le serie televisive “normali”, di stagioni vere e proprie, anche se tecnicamente saremmo alla tredicesima: vengono prodotti in media due nuovi episodi l’anno (solo in alcune annate si è giunti fino a quattro), anche se le repliche, trasmesse dopo gli episodi nuovi, creano ogni lunedì sera una programmazione che ormai dura per mesi e che rafforza indirettamente l’impressione dello spettatore che di una vera serie si tratti. Terzo elemento, la pezzatura lunghissima: le singole puntate, veri e propri film, durano più di un’ora e mezza (circa 100 minuti); con la loro partenza effettiva ben oltre le 21, finiscono per occupare per intero, complici le lunghe pause pubblicitarie, la prima e la seconda serata della programmazione della rete pubblica Raiuno, dove Il commissario Montalbano è stato spostato per via degli ascolti record. Non è, non sarà una serie, ma ha caratteristiche seriali che, nella loro regolarità e ricorsività, consentono allo spettatore di orizzontarsi e di rassicurarlo, complice anche il bel lavoro di Franco Piersanti alla colonna sonora. Proviamo a elencare per sommi capi questi elementi ricorsivi. Tra i luoghi, senza dubbio, il commissariato, il ristorante di Enzo, la casa sul mare del commissario (un manufatto che con le leggi odierne sarebbe senz’altro abusivo, ma che proprio per via della fiction è diventato di interesse nazionale) da cui Montalbano, in ogni puntata, fa partire una nuotata di scaricamento della tensione accumulata. La squadra del commissariato crea un effetto di compattezza e di partecipazione emotiva nello spettatore: peraltro (ed è un’altra differenza tra la penna di Camilleri e la reinterpretazione di Sironi) essa è completamente priva, anche nei momenti di differenza di idee tra Montalbano e i suoi collaboratori, di elementi di rivalità o di piccole invidie e gelosie che invece nei romanzi ci sono, eccome: il Montalbano di Camilleri ha caratteristiche personali più solipsistiche, quello di Sironi più da leader.

 

Come il Dr. House

 

Le interpretazioni differenti di un indizio, di un interrogatorio, della rivelazione di un testimone hanno il solo scopo narrativo di far risaltare una volta di più l’acume del commissario. Niente di strutturalmente diverso, per intenderci, dal gruppo di lavoro dei collaboratori, per fare solo un esempio, del Dr. House della serie eponima. Il commissario gioca, di volta in volta, con Augello e Fazio (più con il primo che con il secondo) per vedere se hanno capito la sua verità, che è poi la verità, e usa talvolta, per segnare il loro grado di avvicinamento ai fatti, le parole del noto gioco, acqua, fuocherello, ecc. (gli esempi, qui e d’ora in poi, sono tratti dall’episodio intitolato La danza del gabbiano, Raiuno, 2011). Infine, alla familiarità dello spettatore contribuiscono i ruvidi scambi di battute con il dottor Pasquano (il compianto attore Marcello Perracchio), come questo: [Pasquano]: “Che cosa sta pensando il suo cervello malato?”. [Montalbano]: “C’è altro?”. [Pasquano]: “Sì. Mi faccia un favore. Si tolga dalle palle”. Il pubblico si aspetta almeno un dialogo tra il medico e il commissario, e si tratta, assieme all’improbabile italiano di Catarella, di uno degli ingredienti comici dell’opera.

 

L'alfabeto di Vigata

 

La Sicilia di Vigata è poi il personaggio coprotagonista inanimato della fiction. Parla attraverso i colori, gli odori, i sapori, e naturalmente attraverso la lingua. E non perché Il commissario Montalbano sia girato in dialetto come Gomorra: tutt’altro. Il code mixing, la mescolanza di codici, è l’ingrediente principale dei 32 episodi finora girati. Ma soprattutto appare chiaro come, in un prodotto letterario e televisivo destinato al grande pubblico almeno nazionale, la sicilianità linguistica si riduce, rispetto ai romanzi, in due direzioni. La prima, è che a parlare in siciliano sono solo alcuni personaggi di estrazione popolare facilmente isolabili nelle singole puntate. La seconda, è che quando protagonisti e coprotagonisti parlano, nei loro dialoghi i sicilianismi sono ridotti a pochi tratti essenziali, in qualche caso vere e proprie forme bandiera. Un esempio di questa sottile e continua reinterpretazione linguistica: il “di pirsona pirsonalmente” che è una delle frasi con cui Catarella si presenta regolarmente all’ilarità del pubblico nei romanzi camilleriani diventa, nella bellissima interpretazione di Angelo Russo (molto amata dal pubblico), “di persona personalmente”.

 

Il realismo linguistico di Luca Zingaretti

 

Vediamo alcune delle forme siciliane. Sul piano della fonetica non c’è dubbio che la realizzazione dell’italiano sia quella regionale, per cui, per fare solo qualche esempio, parole come rete, rotto sono realizzate con la r- iniziale intrinsecamente lunga (rrete, rrotto), o è lunga la r di carricare (ma vale la pena di ricordare che etimologicamente la rr dei dialetti meridionali è la forma corretta in latino, mentre semmai sarebbe da spiegare la forma con una sola r del toscano e poi dell’italiano). Quello del realismo linguistico è uno degli innumerevoli meriti di Luca Zingaretti, attore romano, per il quale l’immedesimazione nel personaggio rappresentato passa inevitabilmente dalla credibilità della pronuncia e da quel “Montalbano sono”, con posposizione del verbo, che è quasi una carta d’identità.

A proposito del sistema verbale, il passato remoto laddove l’italiano parlato ormai predilige il passato prossimo è senz’altro un’altra forma bandiera (“Mi spiegai?”, “La rrete s’impigliò”).

Ma è nel lessico che si realizza la massima presenza di sicilianismi esibiti. Ne elenchiamo qualcuno, che gli italiani di ogni regione hanno imparato a comprendere e che creano anzi un legame identitario forte con la realtà finzionale: catafottere (usato ben quattro volte nella stessa puntata; per esempio, “vogliono catafotterlo dentro uno dei pozzi secchi”), ammucciato ‘coperto’ (anche in questo caso ben quattro volte, come in “potrebbe darsi che si è ammucciato llì”), astutato ‘spento’ (“il cellulare è astutato”), le forme per ‘entrare’, trasire, e ‘uscire’, nescire (“trasisse, trasisse, commissario!”, “nescì un uomo”), fino gli immancabili minchia (“finiamola con questi complimenti alla minchia”), cabbasisi (“non scassare i cabbasisi”, “ci fazzo saltare i cabbasisi”), bbuttana (“dovevo essere bbuttana fino in fondo”).

 

Un prezioso ibrido

 

Alla caratterizzazione della fiction contribuiscono poi due suffissi collettivi, -ata e -ino/-ina. Nella fiction non mancano forme come simanata ‘settimana’, rumorata ‘rumore’ (“ho sentito la rumorata di una macchina che partiva”; ma subito dopo, “il rumore”), quarantino ‘di quarant’anni’, ammazzatina ‘omicidio’: rispetto ai romanzi, che pullulano di queste forme, cambia certamente la frequenza con cui sono usate, nettamente più bassa e concentrata su alcuni tipi lessicali che diventano presto familiari agli spettatori.

In conclusione, questo prezioso ibrido tra film e serie televisiva è la migliore opera narrativa prodotta dalla televisione pubblica dai tempi dei grandi sceneggiati per una serie di motivi già detti e per molti altri che dobbiamo sacrificare per motivi di spazio. Perché, osserva giustamente Aldo Grasso (Corriere della Sera, 9 marzo 2006), «com’è ben noto, “Montalbano” non è “C.S.I”, non è “24”, non è “Colombo”. Curiosamente, è un prodotto pre-industriale, non seriale, di alto artigianato regionale. È la biodiversità televisiva. Val la pena di farla scomparire?».

 

Immagine tratta dalla serie televisiva Il commissario Montalbano (1999-)

 

 


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