07 novembre 2019

Rotture di cabasisi: anche Montalbano, nel suo piccolo, s’arraggia!

«Lei ha seguito fino all’ultimo giorno i lavori?».

Il giometra fici ’nziga di no.

«Come mai?».

Spitaleri stisi le vrazza e fici un sono rombante con la vucca: «Ooooooooo…».

Stava imitanno un aeroplano?

«Era in volo?».

’Nziga di sì.

«Quanti muratori c’erano per sotterrare il piano abusivo?».

Spitaleri isò dù dita.

Ma si potiva annari avanti in quel modo? L’interrogatorio stava addivintanno una comica.

«Signor Spitaleri, mi sono scassato i cabasisi a vederla rispondere così. Tra l’altro mi è venuto il dubbio che lei ci stia trattando da coglioni e ci piglia per il culo».

(La vampa d’agosto, p. 84)

 

Che si tratti di un testimone reticente, di un indagato o di un colpevole, o piuttosto di un collaboratore maldestro o di un superiore ostinato, persino – e ancor di più – che si tratti dell’eterna fidanzata Livia, sempre in vena di azzuffatine, quando il commissario Salvo Montalbano si arrabbia non ha davvero mezze misure. D’altra parte, le sfuriate di Montalbano – descritto come un uomo onesto ma anche testardo e dal carattere a volte scontroso e rude – costituiscono un elemento chiave della “serialità” camilleriana, che «si caratterizza per alcuni dati marcati e inconfondibili» (Santulli 2017, p. 73).

 

Un campione di meteoropatia montalbaniana

 

Il cattivo umore di Montalbano è spesso legato al suo carattere meteoropatico («come molti siciliani», chiosa la voce narrante), così che quando il tempo è, o si fa, brutto anche il commissario si scurisce, appare nirbùso, di frequente si arraggia: «Che la giornata non sarebbe stata assolutamente cosa il commissario Salvo Montalbano se ne fece subito persuaso non appena raprì le persiane della càmmara da letto. Faceva ancora notte, per l’alba mancava perlomeno un’ora, però lo scuro era già meno fitto, bastevole a lasciar vedere il cielo coperto da dense nuvole d’acqua e, oltre la striscia chiara della spiaggia, il mare che pareva un cane pechinese» (La voce del violino, p. 9), «Quella matina non era cosa. Tirava un vento di tramontana che aveva fatto venire il nirbùso a Montalbano il quale perdipiù, la sera avanti, aveva avuto un’azzuffatina telefonica con Livia» (Referendum popolare, p. 149), «Montalbano santiò, fin da quando aveva aperto gli occhi si era fatto persuaso che quella sarebbe stata giornata contraria» (Il gioco delle tre carte, p. 113), «Non sarebbe stata una giornata tinta, di quelle che lo mittivano d’umori malo» (La piramide di fango, p. 10). E ci sono finanche giornate in cui il commissario è talmente intrattabile da doversene tenere debitamente alla larga, come sanno bene i suoi collaboratori («“Allora statemi a sentire... Cristo!” All’improvviso e violento santione, Fazio e Galluzzo sussultarono», Ferito a morte, p. 45; «E figurati se Catarella c’inzirtava con un cognome! Montalbano, inanellando una litania di santioni si susì di scatto» Ritorno alle origini, pp. p. 261-62).

 

«E che minchia d’una minchia!»

 

Il vocabolario che ruota intorno a Montalbano arrabbiato, in cui le tante componenti della lingua camilleriana coesistono (cfr. Novelli 2002, p. LXIII), è vario e – come non è difficile immaginare – molto colorito. Partiamo dai verbi metaforicamente molto forti: arraggiare o arraggiarsi ‘arrabbiarsi’ («Montalbano arraggiò. Quanno Fazio faciva accussì, pirdiva il controllo», La piramide di fango, p. 63; «Allora il commissario capì e di subito s’arraggiò», Il topo assassinato, p. 342), splodìre ‘esplodere’ («“Dottore, ora ora mi tilifonò il dottor Augello pirchì…” “Ecco, bravo, dimmilo il pirchì. Accussì saccio finalmenti quello che succedi ’n questo commissariato!” splodì Montalbano», La piramide di fango, p. 91; «“E che minchia d’una minchia!”» splodì, danno un gran pugno supra alla scrivania», id., p. 107), santiare ‘bestemmiare’ («La valigia pesava un quintale. Santiò come un pazzo, sudando», La pòvira Maria Castellino p. 41; «Santiò, pigliò sciàto come se dovesse immergersi in apnea e principiò a fare l’acchianata», Catarella risolve un caso, p. 95), ululare («“Cristo!” ululò Montalbano e siccome al telefono c’era tanticchia d’eco s’assordò lui stesso» La lettera anonima, p. 10), scassare, usato in senso assoluto («Telefonò a Mimì Augello. “Mimì, come si depila una fimmina?” “Ti sono venute fantasie erotiche?” “Dai, non scassare”», Come fece Alice, p. 233) oppure con il “debito” complemento oggetto («“Catarè, non mi scassare la minchia. Che c’è?”», Referendum popolare, p. 149).

 

Similitudini e colloquialismi

 

Alla componente verbale fa da contraltare l’uso di similitudini e modi di dire altrettanto icastici: «Alle sette era in ufficio, di un umore nivuro come l’inca» (Stiamo parlando di miliardi, p. 212), «Al commissario il sangue acchianò alla testa e vitti russo» (La piramide di fango, p. 107), «Arriniscì a mittirisi addritta e, varianno, s’addiriggì al pronto soccorso. Era fora dalla grazia di Dio» (id., p. 104), «Quanno Fazio diciva ’sti dù mallitte paroli, a malappena riusciva a controllarisi. Stavota ’nveci l’argini si rompero» (id., p. 107).

Oltre al colloquiale, ma panitaliano (non risulta infatti marcato diatopicamente nei dizionari dell’uso), minchia (da associare alla ben nutrita famiglia etimologica, minchiata, minchione, amminchiare), usato soprattutto con valore interiettivo («“Ah dottori dottori!” fece Catarella irrompendo nella cammara. “Chi fici? Si lo sdimenticò?” “Che cosa?” “La rininione col signori e questori! Ora ora tilifonarono da Montelusa ca l’aspittano!” “Minchia!” fece Montalbano niscenno fora di cursa», Sette lunedì, p. 42) o come elemento pleonastico e rafforzativo («“Catarè, ora che mi sono meravigliato come volevi tu, mi spieghi chi minchia è Scillicato?”», Gli arancini di Montalbano, p. 106; «“Ma posso avere il piacere di sapere dove minchia è andato a finire Mimì? È tutto il giorno che non si fa vedere! Ne avete notizie?”», Ferito a morte, p. 45), sono collegate a questo campo semantico almeno altre tre parole chiave: nirbùso, camurrìa e cabasisi.

 

Nirbùso

 

Se nirbùso è facilmente intuibile per il lettore, anche perché spesso inserita in contesti trasparenti e consueti anche in italiano («Riattaccò e staccò la spina. Ma gli era venuta ’na tali botta di nirbùso che per farisilla passari l’unica era ’na bella doccia», La piramide di fango, p. 12; «Se Orazio Genco non si fosse pigliato di scrupolo, lui di tutta questa storia non ne avrebbe saputo niente e avrebbe dormito sireno e tranquillo quelle tre ore di sonno che gli restavano invece di votarsi e rivotarsi nel letto come ora stava facendo, santiando e addiventando sempre più nirbùso», La prova generale, pp. 14-15; «Guidò arraggiato e nirbuso, pronto a sciarriarsi con ogni automobilista che si trovava sulla sua stissa strata», Meglio lo scuro, p. 319), le altre due lo sono senz’altro meno.

 

Camurrìa

 

Camurrìa (‘persona o cosa fastidiosa; scocciatura’, voce siciliana e di Reggio Calabria, registrata con questo significato dai repertori siculi sin da metà Ottocento, probabilmente «connessa con il toscano camòrro ‘malanno; persona malandata’ e con la famiglia di it. cimurro […], non senza contatti posteriori con la voce medica gonorrea», cfr. VSES s.v.) non è solo una delle esclamazioni preferite di Montalbano («“Bih, che camurrìa!”», La gita a Tindari, p. 95; «“Bih, chi grannissima camurrìa!”», La pista di sabbia, p. 76), ma anche, non raramente, il lessema apripista di tante sfuriate del commissario («“Bih, che grandissima camurria” sbottò Montalbano, “quanto minchia di tempo ci mette ’sto stronzo a finire di contrarsi?”», Sette lunedì, p. 23).

 

Cabasisi

 

Abbiamo lasciato per ultimo il lessema cabasisi, una delle espressioni rese celebri dai romanzi di Andrea Camilleri e fortemente penetrata, anche grazie al successo della serie tv, nella lingua comune. La base della parola è araba (come ampiamente riconosciuto dagli studiosi, da Leone Africano nel XVI sec. all’ineccepibile sintesi offerta da Varvaro nel VSES, s.v. cabbasísa) e designava in origine i dolcichini, tubercoli del cipero (o zigolo) dolce (Cyperus esculentus), pianta già nota nell’Antico Egitto e introdotta in Europa dagli Arabi, che produce piccoli bulbi dal sapore simile a quello delle noci o delle mandorle amare (cfr. il tosc. bacicci, il ven. bagigi, l’it. babbagigi, dall’ar. habb`azīz ‘mandorla buona’; si noti come il gesuita palermitano Placido Spadafora proponesse già nella prima edizione della Prosodia italiana del 1684 le voci sic. cabasisi e cabbasisi come taducenti delle it. dolcichini e dolzolini – quest’ultima in realtà variante veneta –, entrambe corrispondenti al tosc. trasi, diffuso anche in Liguria). Dall’iniziale uso come interiezione (come documentato da vari vocabolari siciliani, da Del Bono [1751-54: s.v.] in poi, cfr. VS, s.v. cabbasisi), la parola è poi passata ad indicare, probabilmente per via della forma (passaggio metaforico non raro in italiano come nei dialetti) gli organi genitali maschili. Lo scrittore siciliano ne fa scialo, usando l’espressione in varie, coloritissime locuzioni verbali e nominali: da levarsi q. o qc. dai cabasisi ‘allontanare una scocciatura’ («Nel bagno, mentre si lavava, Catarella resse per le spalle Montalbano, che non arriniscendo a levarselo dai cabasisi, principiò a sentirsi acchianare il nirbuso», Il quarto segreto, p. 151; «“E a tia ti ha levato dai cabasisi con questa minchiata dell’ammazzatina del judice Rosato”», La prima indagine di Montalbano, p. 183) a rompere i cabasisi a q. ‘dargli fastidio’ («Telefonò lo stisso, per il solo piaciri di rompere i cabasisi a Vanni Arquà», Ritorno alle origini, p. 285) e scassare i cabasisi ‘id.’ («Tanto, se c’erano novità, figurati se dal commissariato non si apprecipitavano a scassargli i cabasisi», Sette lunedì, p. 47; «Allora ci si era messo di bona gana, l’onorevole, per scassargli i cabasisi!», La prima indagine di Montalbano, p. 135), dalla locuzione rottura (o rotture) di cabasisi ‘scocciatura’ («“Che fu, dottore? Successe cosa?” Arrispunnì murmurianno: “Rotture di cabasisi, Enzo”», La finestra sul cortile; anche senza rotture di cabasisi: «Meno male, poteva starsene tranquillo a casa a smaltire la ’nfruenza senza rotture di cabasisi», Giorno di febbre, p. 17) all’espressione stare supra ai cabasisi a q. ‘essergli fortemente sgradito’ («Vanni Arquà e Montalbano si stavano l’uno supra ai cabasisi dell’altro. Non si salutavano e, quanno dovivano parlarisi, lo facivano sulo in caso di stritta necessità», La vampa d’agosto, p. 70), per finire con l’eloquente firriamento di cabasisi ‘giramento di scatole, profonda irritazione per qualcosa’ («Il firriamento di cabasisi di Montalbano fu ’stantanio, ’na speci di partenza a razzo», Una voce di notte, p. 31), con cui si chiude la nostra breve rassegna.

 

Bibliografia

Del Bono 1751-54 = M. Del Bono, Dizionario siciliano italiano latino, 3 voll., Palermo, nella stamperia di Giuseppe Gramignani [vol. I, 1751].

Novelli 2002 = M. Novelli, L’isola delle voci, in A. Camilleri, Storie di Montalbano, Milano, Mondadori, pp. LIX-CII.

Santulli 2017 = F. Santulli, Camilleri tra gastronomia e linguistica. Parallelismi e intersezioni, in I. Bajini, I., M. V. Calvi, G. Garzone, G. Sergio (a cura di), Parole per mangiare. Discorsi e culture del cibo, Milano, LED, pp. 73-92 (http://dx.doi.org/10.7359/818-2017-sant).

VSES = A. Varvaro, Vocabolario Storico-etimologico del Siciliano, 2 voll., Strasbourg, Éditions de linguistique et de philologie / Centro di studi Filologici e Linguistici siciliani, 2014.

VS = Vocabolario siciliano, fondato da G. Piccitto, poi diretto da G. Tropea e S.C. Trovato, 5 voll., Catania-Palermo, Centro di studi filologici e linguistici siciliani / Opera del vocabolario siciliano, 1977-2002.

 

Immagine tratta dalla serie televisiva Il commissario Montalbano (1999-)

 


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