06 novembre 2019

La lingua pirsonale di Agatino Catarella

Non si può aver aperto un romanzo di Camilleri o guardato un episodio della serie tv dedicata al Commissario di Vigàta senza essere stati letteralmente travolti dalla verve verbale (abilmente costruita a tavolino, cfr. Cerrato 2018, p. 89) di Agatino Catarella, «il principe indiscusso dello scangio verbale» (Novelli 2002, p. XCIX), a volte al limite della comprensibilità: così è presentato l’agente in uno dei primi romanzi: «“Mi chiamo Davide Griffo e sono mortificato per aver alzato la voce, ma non capivo quello che il suo agente mi andava dicendo. È straniero?”» (La gita a Tindari, p. 26).

Degli ingredienti squisitamente comici che lo scrittore siciliano distribuisce con sapienza nei suoi scritti, il parlato del centralinista è senz’altro uno degli addendi più saporiti.

La lingua di Catarella è uno splendido e raffinato pastiche, che spazia tra italiano popolare, italiano burocratico, italiano formale e dialetto, generando copia di malapropismi, paretimologie, storpiature, deformazioni, misunderstanding, tante volte irresistibili.

 

Una figura etimologica

 

Tra le sue espressioni-bandiera possiamo annoverare senz’altro l’uso della figura etimologica, come nella frase «“Montalbano sono.” “Di pirsona pirsonalmente è dottori?”» (La gita a Tindari, p. 177), in cui l’effetto comico della battuta è spesso ripreso nella risposta «“Sì, Catarè, io di pirsona sono”»; ancora: «“Pirchì da stamatina alli sette c’è uno ca ci voli parlari pirsonalmente di pirsona della istissa ’ntifica facenna”» (La pòvira Maria Castellino, p. 37); «Che lei cioè vossia s’arrechi subbito subbitissimo ’mmidiato da lui che sarebbi il signori e guistori”» (Una voce di notte, p. 55); «“Dice che è cosa urgentissimamenti urgenti!”» (Sette lunedì, p. 77); «Tutto di tutto tuttissimo ci feci stampa, dottori!» (La gita a Tindari, p. 55).

Gli esempi si potrebbero moltiplicare a piacimento, soprattutto nella ridondanza delle forme pronominali (d’ora in poi, corsivi nostri): «“Catarella, dov’è andata a finire la busta che aieri a sira avevo lasciato qua sul tavolo?” “Non lo saccio, dottori. Ma datosi che stamatina a presto vinni la polizia, capace che la misero fora di posto suo di lui”» (Il quarto segreto, p. 127), «“Nonsi, dottori, io affiducia solo in lui di lui ho”» (id., p. 128), «“Per non fàrimi sentìri dagli altri. Fazio m’ha dato priciso ordine di fari questa tilifonata solo a lei con lei”» (La pòvira Maria Castellino, p. 23), «“Dottori, tutto assuppato è il vistito suo di lei!”» (Il quarto segreto, p. 151), «“Hanno arritrovato la machina della signora Pagnozzi e del di lui di lei marito, il commendatore”» (Stiamo parlando di miliardi, p. 211), «“Pronti, dottori? È lei di lei pirsonalmente?”» (La voce del violino, p. 36).

 

La resa popolare

 

Tralasciando in toto il semplice impiego di parole dialettali, ci soffermeremo sul nutrito ventaglio di fenomeni propri della resa popolare: deformazioni (Boccadasse, il paese di origine di Livia, l’eterna fidanzata di Montalbano, diventa Bonchidassa, La pòvira Maria Castellino, p. 21), metatesi (indivvia per invidia, id., p. 28; premette per permette, Catarella risolve un caso, p. 83; crape per capre,  id., p. 89 è invece una metatesi pienamente dialettale), inserzioni indebite di fonemi (aspirina diventa gaspirina, Sostiene Pessoa, p. 55; strangolata è resa con strangoliata, La pòvira Maria Castellino, p. 21, qui complice l’intrusione di forme dialettali; costituirsi passa a crostituirsi, Referendum popolare, p. 126; mandato di perquisizione diventa mannato di piricquisizione, Il ladro di merendine, p. 129), o sillabe (priorità passa a pripiorità, Sette lunedì, p. 77; aspirina diventa aspirinina, Il quarto segreto, p. 151), sonorizzazione del fonema iniziale (ghilometro per chilometro, Catarella risolve un caso, p. 89), formazioni paretimologiche (influenza diventa ’mprudenza, Sostiene Pessoa, p. 55), scambi di suffissi (qui una parola del lessico tecnico, appostamento: «“Macari Fazio non c’è. È in appostazione con Gallo e Galluzzo”», Catarella risolve un caso, p. 81), malapropismi (posta celere diventa posta accellerata, Il quarto segreto, p. 123; parco macchine passa a pacco machine: «“Dottori, ci voleva fare l’avviso che la machina di servizio di Gallo non vosi partiri e che non ci stanno autre machine in tutto il pacco machine in disponibilità di disposizioni in quanto che sono indisponibili essendo inamovibili”», La piramide di fango, p. 13; comprensione diventa compressione, La voce del violino, p. 10; se non vado errato diventa errante: «“Lo fece arrè, addrumò e astutò. Se non vado errante, quello si sta cataminanno verso la porta del canteri”», La paura di Montalbano, p. 226). Da qui al misunderstanding vero e proprio il passo è brevissimo: «Catarella, glorioso e trionfante, gli mise sul tavolino lo stampato del computer. “In tempo reale, eh, Catarè?” “Reali, dottori? Imperiali!” (Una mosca acchiappata a volo, p. 308).

 

Cata-logismi

 

Bersaglio linguistico di Catarella sono anche le parole nuove (il cellulare diventa ciallulare, Catarella risolve un caso, p. 82; il navigatore satellitare diviene naviquatore parlante: «“Ma tu lo sai indove sta il morto?” “Certissimo, dottori. E po’ per sicurizza mi porto macari il naviquatore parlante”», La piramide di fango, p. 14) e i forestierismi che, a seconda dei casi, vengono o storpiati («“Tilifonò un picoraro. Disse che trovò un morto” “E dove?” “In località Passo di Cane. Dintra a un vecchio banker. Se l’arricorda che vossia ci andò roba di un tre anni passati per...” “Sì, Catarè, lo so dov’è. E si dice bunker” “Pirchì, io come dissi?” “Banker” “Sempri l’istissa cosa è, dottori”», Catarella risolve un caso, p. 82) o, più comunemente, adattati alla fonetica locale, che non prevede parole uscenti in consonante («“C’è un fàcchisi che sta arrivando per lei di pirsona pirsonalmente. Maria santissima, dottori!”» Pezzetti di spago assolutamente inutilizzabili, p. 114; «“Dottori, ci vado a pigliari un cognacco?”», Il quarto segreto, p. 151; «“E poi ci metti tutti i dischetti e i… come si chiamano?” “Giddirommi, dottori”», con traslitterazione lettera per lettera, La gita a Tindari, p. 43).

 

Un ci tuttofare

 

Altro ingrediente di comicità è costituito dalla personalissima morfologia verbale di Catarella, dal condizionale («“Come mai c’è quella macchina?” “Io lo saprebbi, dottori”», Catarella risolve un caso, p. 83), alla costruzione stare per + infinito resa con il gerundio («“Nenti mi capitò, dottori. Ci voleva dire che io massimo massimo tra una mezzorata sono in commissariato, inzomma sto per arrivando”», id., p. 89).

Nel sistema pronominale prevale l’uso di un ci tuttofare: «“Se ne andò pirchì aviva chiffare con le pecore. Però ci [gli] appigliai nomi, cognomi e intirizzo”», Catarella risolve un caso, p. 83), «“Un bisogno ci [gli] scappava”» id., p. 83), «“M’aspetta? Ci [le] devo parlari» id., p. 89), «Come, non ce lo [glielo] dissi?» id., p. 87; «“Un malanno ci [le] veni!”», Il quarto segreto, p. 151).

 

Ridondando

 

Passando alla costruzione sintattica e testuale, sono “normali” ripetizioni e ridondanze varie, dislocazioni e frasi marcate («“Anzi Fazio disse una cosa ca io non ce la posso dire”», La pòvira Maria Castellino, p. 22; «“Sissi, dottori. Sei pirsone tilifonaro per quella facenna della bottana sasinàta! I nomi su questo pizzino ce li scrissi”», id., p. 32; «“Pirchì io con quella macchina venni”» Catarella risolve un caso, p. 83; «“La parete mi feci. Io meglio di un arpino sono”», id., p. 83; «“Dottori, io la mia importanzia qua la canoscio. Epperò non mi pare di giusto lo stisso”», id. p. 88), così come strutture dialettali come il complemento oggetto preposizionale («“Andarono indovi che hanno ammazzato a uno”», Sostiene Pessoa, p. 56).

 

Note seriali

 

Chiudiamo con altri due must che hanno per protagonisti Catarella e Montalbano, due delle tante note seriali dei romanzi (Santulli 2007: 77), quasi degli intermezzi comici (Jurisic 2011: 171).

Il primo riguarda i passi in cui all’agente immancabilmente scappa, sciddica, ecc., la porta dello studio del Commissario («Si era appena assittato che la porta sbattì con violenza contro il muro. Apparse, naturalmente, Catarella. “Mi scusasse, dottori, mi scappò”», Sette lunedì, p. 77; «La porta dell’ufficio del commissario s’aprì violentemente, sbatté contro la parete, Montalbano sobbalzò e Catarella trasì. “Mi scusasse, dottori, la mano mi scappò”. Il solito rituale. Lucidamente, il commissario seppe che un giorno o l’altro su qualche giornale sarebbe apparso un titolo così: IL COMMISSARIO SALVO MONTALBANO SPARA A UN SUO AGENTE», Referendum popolare, p. 122).

 

Nomi (im)propri

 

Il secondo è legato alla proverbiale capacità del centralinista di prodursi in storpiature dei nomi propri, provocando, spesso, non poco imbarazzo al suo superiore. Così Alcide Maraventano diventa Algida Parapettano («“Ti ha detto come si chiama?” “Sissi. Algida” “Come il gelato?” “Priciso come il gilato, dottori”», Sette lunedì, p. 77); un commerciante viene spacciato per un alto prelato («“Dottori? Mi scusasse, ma qua c’è un signore e Monsignore che voli parlare con vossia di pirsona pirsonalmenti”», Ritorno alle origini, p. 261) e dichiara di essersi presentato in Questura per le pressioni ricevute dalla moglie, lasciando Montalbano di stucco: «“Mi scusi, Monsignore, ma...” Il prelato lo taliò imparpagliato. “No, commissario, non Monsignore, ma Bonsignore. Mi chiamo Ernesto Bonsignore. Ho uno spaccio di sale e tabacchi a Gallotta”. E figurati se Catarella c’inzirtava con un cognome! Montalbano, inanellando una litania di santioni dintra di sé, si susì di scatto» (id., p. 261); De Magistris diventa Dimastrissi (Sequestro di persona, p. 173); il capo di Gabinetto del Questore, Lattes, diventa Latte con la esse in funno («“Dottori, c’è il signori e dottori Latte con la esse in funno”», La pazienza del ragno, p. 159).

Anche quelle rare volte in cui Catarella ci ’nzerta riesce a procurare guai: «“Dottori? C’è al tilefono uno che dici d’essire la luna. E io, cridenno che sghirzava, ci arrispunnii che ero lu suli. S’incazzò. Pazzo, mi pare.” “Passamelo.” “Dottor Montalbano? Buongiorno. Sono l’avvocato Luna”» (id., p. 157).

 

Bibliografia

Cerrato 2018 = M. Cerrato, Oggetto di indagine: la lingua di uno scrittore sospetto, in «Quaderni camilleriani», 5, pp. 85-96.

Jurisic 2011 = S. Jurisic, La dimensione teatrale dei racconti di Andrea Camilleri, in «Misure Critiche», 1/2, pp. 69-187 (consultabile in pdf online).

Novelli 2002 = M. Novelli, L’isola delle voci, in A. Camilleri, Storie di Montalbano, Milano, Mondadori, pp. LIX-CII.

Santulli 2017 = F. Santulli, Camilleri tra gastronomia e linguistica. Parallelismi e intersezioni, in I. Bajini, I., M. V. Calvi, G. Garzone, G. Sergio (a cura di), Parole per mangiare. Discorsi e culture del cibo, Milano, LED, pp. 73-92 (http://dx.doi.org/10.7359/818-2017-sant).

 

Immagine tratta dalla serie televisiva Il commissario Montalbano (1999-)

 


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