20 settembre 2021

A Liuba che parte: un exemplum poetico

Chi volesse chiarirsi preliminarmente la chiave di lettura proposta fin dal titolo per questo testo delle Occasioni montaliane penserebbe senz’altro a una provocazione, leggendo la definizione di exemplum offerta dall’Enciclopedia Treccani: «Nella letteratura medievale, racconto a scopo didattico-religioso».  

 

Miracoli laici

 

Ma le Occasioni non sono del 1939? E non sono quelli gli anni in cui l’esperienza poetica montaliana appare almeno in parte riconducibile (ma certo non riducibile) al movimento ermetico? E sempre la nostra autorevolissima Enciclopedia Treccani non ci insegna a riconoscere una «programmatica inclinazione all’oscurità» come «il tratto letterariamente più rilevante della poesia ermetica»? Come conciliare oscurità e chiarificazione didascalica? Come è pensabile un utilizzo (per non dire asservimento) della poesia, di quella poesia, a finalità didattiche?

E poi, religioso… È vero che Montale, in una cartolina indirizzata all’amico scrittore Piero Gadda Conti, ha voluto indicare il motivo del «miracolo» come centrale nella sua produzione poetica, ma per precisare subito che quel miracolo è «diciamo così, laico», esplicitando così non solo la propria distanza da una possibile interpretazione in chiave religiosa, ma anche la propria consapevole rivendicazione di quella distanza.

 

Pinocchio e Dickens

 

Certo, leggere A Liuba che parte come exemplum non vuol dire appiattirlo anacronisticamente su un genere estraneo all’orizzonte della cultura e della poetica montaliana, ma scommettere sulla possibilità che un simile improbabile accostamento accenda alcune analogie tra il breve testo montaliano e alcune caratteristiche della narrativa esemplare di tutti i tempi.

 

Non il grillo ma il gatto

del focolare

or ti consiglia, splendido

lare della dispersa tua famiglia.

La casa che tu rechi

con te ravvolta, gabbia o cappelliera?

sovrasta i ciechi tempi come il flutto

arca leggera – e basta al tuo riscatto.

 

La suggestione viene dallo stesso esordio animalistico del testo, che nel primo dei suoi otto versi convoca sul palcoscenico, prima ancora di Liuba, la protagonista femminile annunciata dal titolo, il fantasma di un personaggio consegnato alla memoria collettiva da un classico della narrativa educativa come Pinocchio: ma sì, proprio lui, un grillo in grado non soltanto di parlare ma anche e soprattutto di consigliare e dunque consegnare una morale della favola al(la) protagonista (Pinocchio? Liuba?) e a noi lettori del libro. Due dettagli, però, avvicinati e rimarcati dalla prima delle rime interne del testo (focolare: lare) fanno pensare anche a un altro possibile ascendente letterario del personaggio, quel Grillo del focolare che dà il titolo a uno dei racconti di Natale di Dickens e che recita in effetti un ruolo di angelo custode nei confronti del nucleo familiare con cui abita.

 

Metamorfosi

 

Ed è quel ruolo a determinare la centralità della presenza animale nel primo dei due periodi di quattro versi che compongono il testo: tanto è vero che il grillo può fiabescamente metamorfizzarsi in un gatto, mutuando e mantenendo comunque lo splendore magico della sua funzione di lare, mentre  Liuba, la misteriosa viaggiatrice annunciata dal titolo, compare solo come destinataria dei consigli dell’animale protettore (ma anche di tutta la poesia) e come membro di una famiglia caratterizzata dalla precaria instabilità della disgregazione. Pure, quella caratterizzazione della famiglia si riflette inevitabilmente su quella della donna come personaggio «che parte», conferendole un carattere non accidentale ma strutturale: per chi appartiene a una famiglia dispersa, partenza e viaggio sembrano essere non scelta, ma destino.

Se pure qui è una rima interna (consiglia: famiglia) ad accostare i due elementi che definiscono il personaggio, anche il secondo periodo è ritmato da coppie di rime nascoste all’interno dei versi (rechi: ciechi; cappelliera: leggera; sovrasta: basta, quest’ultima completamente inabissata, mentre in tutte le precedenti almeno una delle parole coinvolte emergeva a fine verso).

Anche questi ultimi quattro versi continuano a insistere sulla dimensione domestica valorizzata nei quattro precedenti, evocando la possibilità che la stabilità rappresentata dalla casa possa essere mantenuta e traslata anche nella dimensione precaria del viaggio, a patto però di una magica metamorfosi nel misterioso bagaglio che Liuba ha scelto di portare con sé.

 

Il gesto di Noè

 

Ma che cos’è, questo bagaglio? L’inserzione colloquiale di un interrogativo ne espone l’indecifrabile ambiguità (una gabbia per il gatto? un contenitore per il più frivolo e meno necessario dei capi d’abbigliamento femminili?), lasciando a una similitudine il compito di dichiararne il senso: in tempi di diluvio universale, solo un’arca che sappia essere leggera può fare galleggiare sui ciechi flutti una possibilità di salvezza per uomini e animali. Perché a salvare Liuba, ad assicurarne il riscatto non è tanto l’opzione del viaggio, quanto il gesto disinteressato che riprende e ripete l’esempio biblico di Noè, costruendo un’arca per preservare o il più inutile degli animali domestici (gabbia?) oppure, non tanto un cappello, quanto la forma elegante di un cappello (cappelliera?). Grillo o gatto, il lare che Liuba forse porta con sé non le assicurerà uova, latte o lana, così come il cappello bisognoso di un’apposita custodia per mantenere inalterata la sua forma non rappresenta certo un capo d’abbigliamento irrinunciabile per chi deve viaggiare nei ciechi tempi dell’emergenza.

 

«la fuga dalla catena ferrea della necessità»

 

Eppure il lieto fine del raccontino è proprio lì, a garantire quel riscatto che, attraccandosi al gatto del verso incipitario, compatta questa specie di ballata chiudendola con l’unica rima aggettante, sia pure a distanza, nella posizione canonica di fine verso. Solo la leggerezza di quel gesto gratuito, di un investimento a perdere per qualsiasi calcolo pragmaticamente economicistico, può salvare Liuba e basta a salvare Liuba. Se la cappelliera non serve tanto a portare un cappello, quanto a salvare la bellezza del cappello, illuminarla vuol dire non solo conferire eleganza alla silhouette femminile che la reca con sé, ma anche identificare nella superiore leggerezza di quel gesto e di quella scelta la capacità di liberarsi e librarsi sopra la schiavitù della necessità. È dunque quel gesto a permettere di ricondurre questo testo delle Occasioni ai motivi chiave della propria poesia enumerati da Montale nella già ricordata cartolina a Piero Gadda Conti, facendo riconoscere in Liuba uno di quei «fantasmi che frequentano le varie poesie e provocano […] l’evasione, la fuga dalla catena ferrea della necessità, il miracolo, diciamo così, laico (“cerca la maglia rotta” ecc.)» (Gadda Conti 1966: 279-280). Laico, quel miracolo, perché affidato al minimalismo di un agire umano che sceglie di evadere con leggerezza dal peso delle necessità, per preservare non tanto o non soltanto la propria esistenza, ma la propria umanità, in una riproposizione novecentesca di quella pietas che connotava l’approccio al viaggio del pio Enea, per evocare il capostipite del personaggio che parte (il cui destino è partire) nella letteratura occidentale.

 

Nei ciechi tempi

 

Che poi Montale ci tenesse a offrire ai suoi lettori gli elementi per comprendere meglio il senso di questo suo exemplum, la morale della sua favola, lo rivelano alcune sue note esplicative, che dichiarano quell’«occasione-spinta» taciuta nel testo per valorizzare l’espressione dell’«opera-oggetto», come avrebbe dichiarato alcuni anni dopo nella sua Intervista immaginaria (Montale 1976: 567): la protagonista della poesia è Liuba Blumenthal, una giovane ebrea costretta a partire da Firenze nel 1938 a causa delle leggi razziali e il grillo potrebbe essere un ricordo della festa fiorentina dell’Ascensione, in cui si vendono grilli in gabbia. Se questo aiuta a comprendere meglio quali siano i ciechi tempi e perché la famiglia di Liuba sia dispersa e forse anche il perché di quel riferimento biblico, certo la morale della favola, come in ogni exemplum che si rispetti, è in grado di levitare al disopra delle tragiche contingenze della storia che l’ha generata, e consegnare la sua lezione ai lettori di ogni tempo e di ogni storia.

 

Bibliografia minima

S. Avalle D’Arco, La critica delle strutture formali in Italia, «Strumenti critici», n. 7, 1968, pp. 312-319; poi in Id., Tre saggi su Montale, Einaudi, Torino, 1970, pp. 91-99.

P. Gadda Conti, Montale nelle cinque terre (1926-1928), «Letteratura», XXX-XIV, n.s., 79-81, gennaio-giugno 1966, pp. 275-280.

E. Montale, Le occasioni, a cura di D. Isella, Torino, Einaudi, 1996.

E. Montale, Sulla poesia, a cura di Giorgio Zampa, Milano, Mondadori, 1976.

 

 

Immagine: Il giardino delle delizie, central panel

 

Crediti immagine: Hieronymus Bosch, Public domain, attraverso Wikimedia Commons


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