18 ottobre 2021

Per altezza d’ingegno - 3. Paradiso, canto decimo

Guardando nel suo Figlio con l’Amore

che l’uno e l’altro etternal-mente spira,

lo primo et ineffabile Valore                                 3

 quanto per mente e per loco si gira

con tanto ordine fe’, ch’esser non puote

sanza gustar di lui chi ciò rimira.                          6

 Leva dunque, lettore, a l’alte rote

meco la vista, dritto a quella parte

dove l’un moto a l’altro si percuote;                     9

 e lì comincia a vagheggiar ne l’arte

di quel maestro che dentro a sé l’ama,

tanto che mai da lei l’occhio non parte.               12

 Vedi come da indi si dirama

l’oblico cerchio che i pianeti porta,

per sodisfare al mondo che li chiama.                  15

 E se la strada lor non fosse torta,

molta virtù nel ciel sarebbe in vano,

e quasi ogne potenza qua giù morta;                    18

 e se dal dritto più o men lontano

fosse ’l partire, assai sarebbe manco

e giù e sù dell’ordine mondano.                           21

 Or ti riman’, lettor, sovra ’l tuo banco,

dietro pensando a ciò che si preliba,

s’esser vuoi lieto assai prima che stanco.             24

 Messo t’ò innanzi: omai per te ti ciba;

ché a sé torce tutta la mia cura

quella matera ond’io son fatto scriba.                   27

 Lo ministro maggior de la natura,

che del valor del ciel lo mondo imprenta

e col suo lume il tempo ne misura,                       30

 con quella parte che sù si rammenta

congiunto, si girava per le spire

in ch’e’ più tosto ognora s’appresenta;                 33

 et io era con lui, ma del salire

non m’accors’io, se non com’uom s’accorge,

anzi ’l primo pensier, del suo venire.                   36

 O‹h›! Bëatric’è quella che sì scorge

di bene in meglio, sì subita-mente

che l’atto suo per tempo non si sporge.               39

 Quant’esser convenia da sé lucente

quel ch’era dentro al Sol, dov’io entra’mi

(non per color, ma per lume parvente),                42

 perch’io lo ’ngegno e l’arte e l’uso chiami,

sì nol direi che mai s’imaginasse;

ma creder puossi, e di veder si brami.                  45

 E se le fantasie nostre son basse

a tanta altezza, non è maraviglia:

ché sovra ’l Sol non fu occhio ch’andasse.            48

 Tal era quivi la quarta famiglia

de l’alto Padre, che sempre la sazia

mostrando com’e’ spira e com’e’ figlia.                51

 E Bëatrice cominciò: «Ringrazia,

ringrazia il sol degli angeli, ch’a questo

sensibil t’à levato per sua grazia».                         54

 Cuor di mortal non fu mai sì digesto

a divozione, et a rendersi a Dio

con tutto il suo gradir cotanto presto,                     57

 come a quelle parole mi fec’io;

e sì tutto il mio amore in lui si mise,

che Bëatrice eclipsò ne l’oblio.                              60

 Non le dispiacque, ma sì se ne rise,

che lo splendor degli occhi suoi ridenti

mia mente unita in più cose divise.                        63

 Io vidi più folgór’ vivi e vincenti

far di noi centro e di sé far corona,

più dolci in voce che ’n vista lucenti:                     66

 

 così cinger la figlia di Latona

vedén talvolta, quando l’aire è pregno

sì, ch’e’ ritegna il fil che fa la zona.                       69

 Nella corte del cielo, ond’io rivegno,

si truovan molte gioie care e belle

tanto, che non si posson trar del regno;                  72

 e ’l canto di quei lumi era di quelle:

chi non s’impenna sì che là sù voli

dal muto aspetti quindi le novelle.                          75

 Poi, sì cantando, quelli ardenti soli

si fuôr girati intorno a noi tre volte,

come stelle vicine a’ fermi poli,                              78

 donne mi parver non da ballo sciolte,

ma che s’arrestin, tacite ascoltando

fin che le nòve note ànno ricolte.                             81

 E dentro a l’un senti’ cominciar: «Quando

lo raio de la grazia, onde s’accende

verace amore e che più cresce amando,                   84

 multiplicato in te tanto risplende,

che ti conduce sù per quella scala

u’ sanza risalir nessun discende,                              87

 qual ti negasse il vin della sua fiala

per la tua sete, in libertà non fôra,

se non com’acqua ch’al mar non si cala.                 90

 Tu vuo’ saper di quai piante s’infiora

questa ghirlanda, che ’ntorno vagheggia

la bella donna ch’al ciel t’avalora.                           93

 I’ fui degli agni della santa greggia

che Domenico mena per cammino

u’ ben s’impingua se non si vaneggia.                     96

 Questi che m’è a destra più vicino

frate e maestro fummi, et esso Alberto

è di Cologna, e io Thomàs d’Aquino.                      99

 Se sì di tutti gli altri esser vuo’ certo,

di retro al mio parlar te n’ vien’ col viso

girando su per lo beato serto.                                   102

 Quell’altro fiammeggiare esce del riso

di Grazïan, che l’uno e l’altro fòro

aiutò sì, ch’e’ piace in paradiso.                               105

 L’altro ch’appresso addorna il nostro coro

quel Pietro fu che con la poverella

offerse a Santa Chiesa suo thesoro.                          108

 La quinta luce, ch’è tra noi più bella,

spira di tale amor, che tutto ’l mondo

là giù ne gola di saper novella:                                 111

 entro v’è l’alta mente u’ sì profondo

saver fu messo, che (se ’l vero è vero)

a veder tanto non surse il secondo.                           114

 Appresso vedi il lume di quel cero

che giuso in carne più a dentro vide

l’angelica natura e ’l ministero.                                117

 Nell’altra piccioletta luce ride

quello avvocato de’ tempi cristiani

del cui latino Agustin si provide.                              120

 Or se tu l’occhio de la mente trani

di luce in luce dietro a le mie lode,

già de l’ottava con sete rimani.                                 123

 Per vedere ogni ben, dentro vi gode

l’anima santa che ’l mondo fallace

fa manifesto a chi di lei ben ode.                              126

 Lo corpo ond’ella fu cacciata giace

giuso in Cieldauro; et essa da martiro

e da essilio venne a questa pace.                               129

 Vedi oltre fiammeggiar l’ardente spiro

d’Isidoro, di Beda e di Riccardo,

che a considerar fu più che viro.                               132

 Questi onde a me ritorna il tuo riguardo

è·lume d’uno spirto che ’n pensieri

gravi a morir li parve venir tardo:                             135

 essa è la luce etterna di Sigieri,

che, leggendo nel Vico de li Strami,

silogizzò invidïosi veri».                                           138

 Indi, come orologio che ne chiami

nell’ora che la sposa di Dio surge

a mattinar lo sposo perché l’ami,                              141

 che l’una parte e l’altra tira et urge,

tin tin sonando con sì dolce nota,

che ’l ben disposto spirto d’amor turge,                   144

 così vid’io la glorïosa rota

moversi e render voce a voce in tempra

et in dolcezza ch’esser non pò nota   

 se non colà dove gioir s’insempra.                          148

 

 

 

1 eternamente Mad   4 o per La Ham Urb – occhio Mart* Triv Urb   5 [con] Ham Laur – ordine tanto fe Laur   6 cio che r. La, chi ben r. Laur   8 meco la testa Laur – dritta Mart Triv Rb – in quella Mart Triv   9 e(t) laltro La Ham Rb Urb Laur [V P]   16 Che se Ham Rb Urb Mad [P]   21 e(t) su e(t) giu Urb Mad   33 ognor piu tosto Mart (ognihor) Triv   34 io chera Ham, io mera Laur   36 pensar Laur   37 E beatrice Laur [È B. V P]   38 [si] Rb   41 ouio La Mad Pal, qual io Laur   42 vista p. Mart* Triv   43 [e] larte Mart* Triv Ham Urb Laur   52 incomincio Triv   53 che i(n) q(ue)sto Ham   59 mio core Mart Triv   63 pensier Ham Laur   65 di lor far Rb Laur   66 uoci La Ham Rb Urb Mad Laur Pal   68 e laer pregno Urb   69 le fa çona Laur   75 qui(n)ci Mad   78 a primi Pal (a marg. a fermi)   79 maparuer Rb, mapparber Laur   81 nuoue uolte Rb   82 udij Mad   83 in che sacende Urb   84 amore che Ham Laur – poi Mart* La Ham Urb Laur [V P]   86 p(er) la sua scala Ham   87 doue sança salir Ham Laur (sença)   93 chel ciel Ham   96 du Mart Triv, dun La (rev. u), do Ham Rb, o Urb, donde Mad – sinpingna Rb, simpugna Pal   98 et esso e A. Urb   99 [e] di Urb   105 piacque Ham Laur   108 il suo Mart Triv Ham Mad   112 Dentro Laur, Tanto Rb – ue lalta luce Mart*, ne(l)lalta mente La Rb Urb Laur, nulaltra mente Mad – un si profondo La (rev. u si p.) Urb Mad (proff-) Laur, o si p. Ham   116 giu Mart Triv La (rev. -so) Laur [V P]   119 templi Mad   128 dal m. Laur   130 Vedoltre Laur Pal – sfiammeggiar Triv – letterno s. Laur   133 Questo La Ham Laur, Quest- Pal   135 graue Mad Laur Pal – al morir Mad – a uenir Urb   142 [e] laltra Ham Mad – tira e surge Rb   144 ad amor Laur   145 nota La (rev. rota)   146 a render Ham Mad – uoci a uoce Ham   148 il gioir Mart* – si sempra Rb Pal        

 

 

1 suo Triv Pal] su Mart*   2 etternalmente Triv Pal] eternalmente Mart*   5 tanto Triv Pal] tant’ Mart* – ch’e. Mart* Triv] che e. Pal – puote Pal] pote Mart Triv   11 dentro Triv Pal] dentr’ Mart*   15 sodisfare Mart* Triv] sogdisfare Pal – li Triv Pal] gli Mart*   18 ogne Pal] ogni Mart* Triv   21 dell’ Mart] del Triv Pal   22 Or Triv Pal] Hor Mart*   23 dietro Triv Pal] Drieto Mart*   24 s’ Mart* Triv] se Pal – vuoi Mart* Pal] vuo Triv   25 ò Triv Pal] ho Mart* – omai Triv Pal] homai Mart*   27 matera Pal] materia Mart* Triv   28 de la Mart*] della Triv Pal   31 rammenta Mart* Pal] ramenta Triv   35 uom Triv Pal] huom Mart*   38 bene Triv Pal] ben Mart*   41 dentro Triv Pal] dentr’ Mart* – entra’mi Mart* Triv] intrami Pal   43 lo ’ngegno Pal] lingegno Mart Triv   44 s’imaginasse Mart* Triv] simmaginasse Pal   47 tanta Triv Pal] tant’ Mart* – altezza Mart* Triv] alteza Pal   48 sovra Pal] sopra Mart Triv – ’l Mart* Triv] il Pal   53 degli Mart*] delli Triv Pal   54 t’à Triv Pal] t’ha Mart*   55 Cuor Mart* Pal] Cor Triv   57 il Triv Pal] ’l Mart*   58 come Triv Pal] Com’ Mart*   59 il Pal] l Mart* Triv   60 ne l’ Mart* Pal] nel l Triv – oblio Mart* Triv] obblio Pal   62 degli Mart* Pal] delli Triv   64 I’ Mart* Triv] Io Pal – folgór Triv Pal] fulgorj Mart   66 ’n Mart* Triv] in Pal   67 Latona Mart* Pal] lathona Triv   68 aire (Rb, cfr. arie Laur)] aer Mart*, aer e Triv   69 ritegna Triv Pal] ritenga Mart*   70 ond’io Triv Pal] dond’io Mart* (leggendo ciel)   71 truovan Pal] trovan Mart* Triv   73 quei Triv Pal] que Mart*   74 s’impenna Mart* Triv] si inpe(n)na Pal   77 fuôr Mart Triv] fu o r Pal   81 nove Mart Triv] nuoue Pal   82 dentro Triv Pal] dentr’ Mart*   83 raio Pal (cfr. La Rb Urb Laur)] raggio Mart* Triv – de la Mart*] della Triv Pal   85 risplende Pal (cfr. rispiende Rb Urb)] resplende Mart Triv   88 il Triv Pal] ’l Mart*   90 non Mart* Triv] no Pal   91 vuo’ Triv Pal] vuoi Mart*   93 avalora Mart* Triv] auualora Pal   94 I’ Pal] Io Mart* Triv – degli Mart* Pal] delli Triv   96 vaneggia Mart* Pal] uanneggia Triv   99 Cologna Mart* Triv] colomgni Pal – Thomàs Mart* Triv] Thommas Pal   100 gli Mart* Pal] li Triv – vuo’ Mart Triv] uuoi Pal   103 Quell’ Mart*] Quel Triv Pal – fiammeggiare Triv Pal] fiammeggiar Mart*   104 l’uno Triv Pal] l’un Mart*   106 appresso Mart* Pal] apresso Triv – coro Triv Pal] choro Mart*   110 tale Triv Pal] tal Mart* – ’l Mart* Triv] il Pal   114 il Triv Pal] ’l Mart*   115 il Triv Pal] ’l Mart*   118 Nell’ Mart*] Nel Triv Pal   119 quello Triv Pal] Quel Mart* – avvocato Pal] avocato Mart* Triv – cristiani Triv] Christiani Mart*, xpiani Pal   120 Agustin Mart* (cfr. Ham Rb Laur)] Augustino Triv, agostin Pal – provide Mart* Triv] prouuide Pal   121 Or Triv Pal] Hor Mart* – de la Mart*] della Triv Pal   124 vedere Triv Pal] ueder Mart*   128 martiro Mart* Triv] marthyro Pal   131 Isidoro Mart*] ysidoro Triv Pal   133 onde a Triv] ond’a Mart*, onda Pal   134 è·lume Triv Pal] È il Mart* – ’n Mart* Triv] in Pal   136 Sigieri Mart Triv] sigeri Pal   137 leggendo Mart* Triv] lege(n)do Pal – de li Pal] delli Mart Triv   139 orologio Pal] horologio Mart*, Orolosio Triv   140 nell’ora Triv] Ne l’hora Mart*, nelhora Pal   141 mattinar Pal] matinar Mart* Triv   146 moversi Triv Pal] Muouersi Mart*   147 dolcezza Mart* Triv] dolceça Pal – Mart Triv] puo Pal              

 

 

Parafrasi

 

[1-27] Guardando nel suo Figlio [il Verbo] con l’Amore [lo Spirito Santo] che entrambi emanano in eterno, il primo e ineffabile Valore [Dio Padre] creò con tanto ordine tutto ciò che si muove in cerchio attraverso l’intelletto [delle sostanze separate] e lo spazio, che non è possibile rimirarlo senza gustare qualcosa di lui. Dunque, lettore, solleva lo sguardo alle alte orbite, proprio verso quella parte [il punto di tangenza tra l’equatore celeste e l’eclittica, ovvero l’equinozio] in cui l’un moto [quello diurno dei corpi celesti, da Est a Ovest] si interseca con l’altro [quello annuo zodiacale dei pianeti, da Ovest a Est]; e lì comincia ad appuntare la vista con desiderio nell’opera d’arte [la natura] di quel maestro [Dio] che la ama in sé stesso, tanto che non distoglie mai lo sguardo da essa. Considera come da quel punto si dirama il cerchio obliquo che porta i pianeti [la fascia zodiacale, inclinata di 23,5 gradi], per soddisfare il mondo che li invoca. E se il loro percorso non fosse inclinato, si vanificherebbero molti influssi celesti, e quaggiù quasi tutte le potenzialità resterebbero inespresse; e se l’angolazione fosse maggiore o minore rispetto alla retta dell’equatore, sarebbe assai manchevole l’ordine cosmico sia sulla terra sia nei cieli. Ora, lettore, rèstatene seduto al banco, seguendo col pensiero ciò di cui si dà qui un assaggio, se vuoi essere felice ben prima di stancarti. Ti ho apparecchiato: ormai nùtriti da solo; ché cattura tutta la mia attenzione quell’argomento [il viaggio in paradiso] di cui sono divenuto trascrittore.   

[28-51] Il più importante servitore della natura [il Sole], che informa il mondo della virtù celeste e ci dà la misura del tempo con la sua luce, unito al punto equinoziale, ruotava nella spirale [il moto apparente fra i due tropici] in cui appare ogni giorno prima [tra il solstizio invernale e quello estivo, dunque nell’equinozio di primavera]; e io ero con lui [nel cielo del Sole], ma non mi accorsi che salivo, se non come ci si accorge dell’arrivo di un pensiero prima del suo affacciarsi alla mente. Oh! È Beatrice colei che guida così di bene in meglio, tanto rapidamente che il suo atto non si protrae nel tempo. Quanto doveva essere lucente di per sé ciò che era nel Sole, dove entrai (non per colore, ma per luminosità), per quanto invochi l’ingegno e l’arte e l’esperienza, non lo potrei mai dire in modo da farlo immaginare; ma si può credere, e si brami di vederlo. E non ci si deve stupire se le nostre fantasie sono inferiori a tanta altezza: infatti non vi fu sguardo che superasse il Sole. Tale era lì la quarta famiglia dell’alto Padre [le Potestà, e con loro i beati], che sempre la sazia mostrando come emana lo Spirito Santo e come genera il Figlio.

[52-63] E Beatrice cominciò: «Ringrazia, ringrazia il sole degli angeli [Dio], che ti ha sollevato fino a questo sole materiale per sua grazia». Un cuore mortale non fu mai così predisposto alla devozione e tanto pronto ad affidarsi a Dio con tutta la sua riconoscenza, come mi feci io a quelle parole; e tutto il mio amore si ripose così in lui, che eclissò Beatrice nell’oblio. Non le dispiacque, ma se ne rise tanto, che lo splendore dei suoi occhi ridenti divise in più oggetti la mia mente unita [nella contemplazione di Dio]. 

[64-81] Io vidi più fulgori, che vincevano la vista umana con la loro vividezza, disporsi in cerchio intorno a noi come a un centro, più dolci in voce che lucenti allo sguardo: così vediamo cingere talvolta Diana [la luna], quando l’aria è tanto densa di vapori da trattenere il tessuto della sua cintura [i raggi lunari]. Nella corte celeste, da cui ritorno, si trovano molte gemme tanto preziose e belle, che non si possono portar via dal regno [dal paradiso]; e il canto di quei lumi era una di quelle: chi non si procura le ali in modo da volare fin lassù aspetti che il muto gli riporti notizie da lì. Dopo che quei soli ardenti, così cantando, si furono girati intorno a noi per tre volte, come stelle equidistanti dai poli celesti, mi parvero donne non sciolte dalla coreografia, ma che si fermino, ascoltando in silenzio finché non hanno colto le nuove note musicali. 

[82-138] E in uno di quei soli sentii cominciare a dire: «Poiché il raggio della grazia divina, per cui si accende l’amore autentico [verso Dio] e che più cresce grazie all’amore, in te moltiplicato tanto risplende, che ti conduce in alto per quella scala da dove nessuno scende senza poi risalirvi, chi ti negasse il vino della sua ampolla [la sapienza] per la tua sete, non sarebbe libero [di farlo], se non come un fiume che non si getta nel mare. Tu vuoi sapere di quali piante si infiora questa ghirlanda, che girandole intorno contempla con desiderio la bella donna che accresce le tue facoltà per salire in cielo. Io appartenni agli agnelli del santo gregge che Domenico conduce per un sentiero dove si ingrassa bene se non si seguono vane illusioni. Questi che mi è più vicino a destra fu mio confratello e maestro, ed è Alberto di Colonia [Alberto Magno], e io sono Tommaso d’Aquino. Se vuoi essere altrettanto certo degli altri, vienitene dietro alle mie parole con lo sguardo girando in alto per la corona dei beati. Quell’altra fiamma scaturisce dal sorriso di Graziano, che aiutò entrambi i fori [il civile e l’ecclesiastico] in modo gradito in paradiso. L’altro che dopo adorna il nostro coro fu quel Pietro [Pietro Lombardo] che, imitando la poverella evangelica [Mc 12.42, Lc 21.2], offrì a Santa Chiesa il suo tesoro [i Libri quattuor Sententiarum]. La quinta luce, che tra noi è la più bella [Salomone], emana da tale amore, che tutto il mondo dei vivi brama averne notizie: dentro vi è la nobile mente in cui fu posta una conoscenza così profonda, che (se il vero è tale) non è nato il secondo in grado di capire tanto. Di séguito vedi il lume di quel luminare [Dionigi l’Areopagita] che in vita riuscì a comprendere più di tutti la natura degli angeli e le loro funzioni. Nell’altra piccola luce sorride quel difensore dell’età cristiana [sant’Ambrogio] della cui opera [gli Historiarum libri VII adversus paganos] Agostino si munì per tempo. Ora se tu trascini l’occhio della mente di luce in luce dietro alle mie lodi, rimani ormai con il desiderio di sapere dell’ottava. Potendo vedere ogni bene [cioè Dio], dentro vi gode l’anima santa [Severino Boezio] che rende manifesta la fallacia del mondo a chi la ascolta bene. Il corpo da cui fu cacciata giace giù in Ciel d’Oro [a Pavia]; ed essa raggiunse dal martirio e dall’esilio questa pace. Vedi fiammeggiare oltre l’ardente spirito di Isidoro, di Beda e di Riccardo, che nella contemplazione superò qualsiasi uomo eccellente. Questi da cui ritorna a me il tuo sguardo è il lume di uno spirito cui la morte sembrò arrivare tardi, immerso com’era in grevi pensieri: essa è la luce eterna di Sigieri, che, insegnando nella Via della Paglia [rue du Fouarre, a Parigi], dimostrò per sillogismi verità che suscitarono invidia».     

[139-148] Poi, come un orologio che ci chiami nell’ora in cui la sposa di Dio [la Chiesa] si alza per dire le preghiere del mattino allo sposo affinché la ami, in modo che l’una parte [dell’ingranaggio] tira e l’altra spinge, facendo risuonare un tin tin con nota così dolce, che lo spirito già ben predisposto si gonfia d’amore, così io vidi muoversi la ruota delle anime gloriose e rispondersi voce a voce in armonia e in dolcezza che non può essere conosciuta se non là dove gioire dura per sempre. 

 

 

1-6 – L’atto della creazione discende dall’amore che spira tra Padre e Figlio; la precisazione del v. 2 è in linea con la questione del Filioque, motivo di scissione tra la Chiesa latina e quella greca, che non riconosce la processione dello Spirito Santo ex Patre Filioque, bensì solo dalla prima persona della Trinità. Nella Summa Theologiae (q. 45, a. 6) si precisa la partecipazione delle tre persone divine all’atto creativo: «Cum autem omne agens agat sibi simile, principium actionis considerari potest ex actionis effectu, ignis enim est qui generat ignem. Et ideo creare convenit Deo secundum suum esse, quod est eius essentia, quae est communis tribus personis. Unde creare non est proprium alicui personae, sed commune toti Trinitati. Sed tamen divinae personae secundum rationem suae processionis habent causalitatem respectu creationis rerum. Ut enim supra ostensum est, cum de Dei scientia et voluntate ageretur, Deus est causa rerum per suum intellectum et voluntatem, sicut artifex rerum artificiatarum. Artifex autem per verbum in intellectu conceptum, et per amorem suae voluntatis ad aliquid relatum, operatur. Unde et Deus pater operatus est creaturam per suum verbum, quod est filius; et per suum amorem, qui est spiritus sanctus. Et secundum hoc processiones personarum sunt rationes productionis creaturarum, inquantum includunt essentialia attributa, quae sunt scientia et voluntas» (“Ora, siccome ogni operante produce cose a sé somiglianti, si può stabilire quale sia il principio di un’o­perazione dall’effetto della medesima: infatti a produrre il fuoco non sarà che il fuoco. Quindi a Dio appartiene l’atto creativo in for­za del suo essere: e questo non è altro che la sua essenza, comune alle tre persone. E così il creare non è proprio di una sola persona, ma è comune a tutta la Trinità. Tuttavia le persone divine hanno un influsso causale sulla crea­zione in base alla natura delle rispettive pro­cessioni. Come infatti abbiamo dimostrato sopra, quando si trattava della scienza e della volontà divina, Dio è causa delle cose per mezzo del suo intelletto e della sua volontà, come l’artigiano nei confronti dei suoi manu­fatti. Ora, l’artigiano si pone all’opera serven­dosi di un verbo [parola intima o idea] conce­pito dall’intelligenza, e spinto da un amore [o inclinazione] della sua volontà verso un qual­che oggetto. E così anche Dio Padre ha pro­dotto le creature per mezzo del suo Verbo, che è il Figlio, e per mezzo del suo Amore, che è lo Spirito Santo. E sotto questo aspetto le processioni delle persone sono la ragione della produzione delle creature, in quanto esse includono gli attributi essenziali della scienza e della volontà” [trad. di Tito Sante Centi]). Antico il nesso tra le meraviglie del cosmo e l’essenza divina, per cui Pietro Alighieri, nella prima redazione del suo commento, cita un versetto di Isaia: «levate in excelsum oculos vestros et videte quis creavit haec» (40.26).   

9 – «Perché un e[quinozio] si verifichi, occorre che il cerchio percorso dal Sole durante il suo moto quotidiano sia diviso dall’orizzonte in due parti uguali e che tale cerchio sia perciò l’equatore. Ma d’altra parte il Sole, ogni giorno, occupa un punto differente dell’eclittica: si avrà perciò e[quinozio] il giorno in cui il Sole si troverà nel punto in cui l’eclittica s’interseca con il cerchio dell’equatore. Anche i due punti d’intersezione dell’eclittica con l’equatore prendono il nome di equinozi» (ED, s. equinozio, a cura di Emmanuel Poulle). Per la prep. a con il verbo percuotere cfr. If 30.11: «e rotollo e percosselo ad un sasso». La congiunzione subentra in alcuni copisti anche per eco del v. 2 (l’uno e l’altro). La triplice ripetizione, quasi isometrica (a l’alte rote, a quella parte, a l’altro), potrebbe essere intenzionale, per esprimere la forte tensione ideale e morale che si richiede al lettore.

15 – Il mondo invoca i «superiores planetae, qui etiam sunt causae universales effectuum in mundo» (Tommaso d’Aquino, De caelo et mundo 2.18).

16 – L’incipitario E se nelle due terzine evidenzia e mette in correlazione le rispettive ipotesi per absurdum, entrambe disastrose: l’assenza di inclinazione dell’eclittica e un angolo diverso.

16-21 – Tale riflessione è l’equivalente medievale del principio antropico della cosmologia contemporanea.

37 – L’interiezione, presente nella quasi totalità dei testimoni dell’antica vulgata, esprime lo stupore e la gratitudine di Dante per il privilegio di essere scortato (sì scorge) da Beatrice, che non gli fa pesare affatto la prodigiosa ascesa. La frase scissa è necessaria, e l’elisione risparmia l’integrazione del verbo.

40 – Gli editori non colgono l’enjambement fra terzine, in virtù del quale Quant’esser è una dislocazione rispetto al v. 44. Stesso andamento in un passo del Triumphus Temporis di Petrarca, forse influenzato dal nostro: «ché quant’io vidi il Tempo andar leggiero / dopo la guida sua [del Sole], che mai non posa, / io no ’l dirò, perché poter non spero» (46-48).

49 – A Pg 15.29 «la famiglia del cielo» si riferisce agli angeli, che ancora vincono la facoltà visiva di Dante. Nel cielo del Sole sono le Potestà, secondo la gerarchia angelica dello Pseudo-Dionigi (vd. sotto).

61-63 – Il poliptoto dinamizza la scena, mostrando l’allegra vendetta di Beatrice, che quasi compete con la luce divina e le potestà angeliche, assorbendo la mente stupita del poeta.

66 – Meno difendibile il plurale voci, sia perché facilitato dagli altri vicini, sia perché nel complemento di limitazione ci aspetteremmo la preposizione articolata (cfr. «ed è negli atti suoi tanto gentile» [VN 17.13, v. 12]).

68 – Per l’uso di aer bisillabo in alternativa ad aire cfr. la nota a If 1.48. La variante di Urb nasce proprio dalla difficoltà della scansione con aere.

78 – Per fermi poli cfr. Cv 2.3.13: «Ed è da sapere che ciascuno cielo di sotto dal Cristallino ha due poli fermi quanto a sé». La variante di Pal deriva da un altro passo del Convivio e sarà glossa subentrata a testo: «’l suo mezzo cerchio [del cielo del sole], che equalmente è ’n tra li suoi poli, nel quale è lo corpo del sole, sega in due parti opposite lo [mezzo] cerchio delli due primi poli, cioè nel principio dell’Ariete e nel principio della Libra» (3.5.13). La similitudine esprime l’equidistanza delle anime beate rispetto a Dante e a Beatrice.

83 – Raio è variante più difficile, nonché plausibile alla luce del plurale rai (Pd 2.106, 3.37, 22.24, 26.82, 31.72) e del provenzale rai ‘raggio’; in area fiorentina è attestata in un volgarizzamento della storia del San Gradale, risalente al primo quarto del Trecento.

84 – Petrocchi liquida il più con la chiosa «gonfierebbe inutilmente il verbo», senza tener conto di Cv 2.14.4: «e più crescere non si può se non questo multiplicando». Il concetto è che la grazia divina tanto più cresce quanto maggiore è l’amore del bene (verace amore). Si noti anche la conservazione della variante in rami indipendenti della tradizione; peraltro nell’apparato di Petrocchi non si registra il più di Mad  (MAD). La questione della grazia divina che si implementa all’infinito è trattata da Tommaso d’Aquino nella terza parte della Summa theologiae (q. 7, a. 11, ad 3): «Unde sicut virtus ignis, quantumcumque crescat, non potest adaequari virtuti solis; ita gratia alterius hominis, quantumcumque crescat, non potest adaequari gratiae Christi» [“Pertanto, come la virtù del fuoco, per quanto cresca, non può adeguarsi alla virtù del sole, così la grazia di un altro uomo, per quanto cresca, non può adeguarsi alla grazia del Cristo”]. Dal punto di vista sintattico spicca il gerundio assoluto amando, per cui cfr. Pd 15.49-52 («Grato e lontano digiuno, / tratto leggendo [Cacciaguida, che parla] del magno volume […] solvuto hai, figlio»).

96 – La diffrazione del relativo locativo è più estesa rispetto a Pd 11.139 (Un La, O Urb, Ou Mad), tanto da avvalorare l’ipotesi che la lezione dell’archetipo fosse du, forse con il punto espuntorio sotto la consonante.

97-99 – Nel nominarsi dopo il suo maestro, l’Aquinate esprime un debito di riconoscenza. Peraltro Dante è più vicino al pensiero di Alberto Magno che a quello del suo allievo su varie questioni di stampo averrostico, quali la generazione dell’anima e la felicità terrena (vd. ED, s. Alberto Magno, a cura di Eugenio Massa).

101 – Si noti l’apò koinoû in clausola: col viso è infatti riferito sia all’imperativo sia al gerundio.

103-105 – Il Decretum Gratiani, o meglio la Concordia discordantium canonum, costituisce il fondamento del diritto canonico, per cui alcuni hanno proposto la dotta distinzione (presente in Tommaso) tra il forum conscientiae (interiore, spirituale) e il forum publicum o iudicii (esterno, materiale); ma il verbo aiutò richiede referenti molto concreti, per cui è logico intendere ius civile e ius ecclesiasticum, per cui vd. la Distinctio III: «Omnes he species secularium legum partes sunt. Sed quia constitutio alia est civilis, alia ecclesiastica: civilis uero forense vel civile ius appellatur, quo nomine ecclesiastica constitutio appellatur, uideamus. Ecclesiastica constitutio nomine canonis censetur». Del resto, anche se Graziano non si occupò di diritto civile, la sua opera servì a ripartire gli àmbiti di competenza giurisdizionale, come quando afferma che «in civili causa clericus ante civilem iudicem est conveniendus» (p. 2, causa 11, q. 1, c. 30).

106-108 – L’esempio evangelico della povera vedova che offre le sue due uniche monete per il tempio di Gerusalemme si legge in Lc 21.1-4 ed è ripreso da Pietro Lombardo nel prologo alle Sententiae, sfruttando la stessa preposizione scelta da Dante: «Cupientes aliquid de penuria ac tenuitate nostra cum paupercula in gazophylacium Domini mittere» (“Desiderando, con la poverella, versare qualcosa da quel poco e scarso che abbiamo nel tesoro del Signore” [trad. mia]).

115-117 – A Pd 28.130-139 si loda la distinzione delle gerarchie angeliche esposta nel trattato De coelesti hierarchia, attribuito per errore a Dionigi l’Areopagita, contro quella di Gregorio Magno, seguita invece nel secondo libro del Convivio.

116 – Contro il monosillabo giù depone la dura dialefe, evitata altrove (giuso in a If 2.83, 16.114, 30.65, Pd 2.50, 10.128), nonché la rima interna con più, banale e non significativa.

118-120 – Già i primi commentatori (Iacomo della Lana, l’Ottimo, Pietro Alighieri, Benvenuto da Imola) individuano Ambrogio, maestro di Agostino, nella «piccioletta luce». Ma l’attribuzione è stata osteggiata (con soluzioni non convincenti, come Orosio [già proposto in alternativa dall’Ottimo], Lattanzio, Paolino da Nola e Mario Vittorino) per due ragioni: l’aggettivo non sarebbe adatto a un dottore della Chiesa; la qualifica di «avvocato de’ tempi cristiani» non corrisponderebbe alle opere ambrosiane, scarsamente apologetiche. Tuttavia nella terzina il termine di confronto è sant’Agostino, rispetto al quale il vescovo di Milano è quella «poca favilla» che «gran fiamma seconda» (Pd 1.34), e il diminutivo avrà valore affettivo; inoltre, nelle Confessiones Agostino sottolinea l’importanza della predicazione di Ambrogio per la sua crescita spirituale (5.23-25, 6.1 [«et studiosius ad ecclesiam currere et in Ambrosii ora suspendi, ad fontem salientis aquae in vitam aeternam», con citazione giovannea]), e il quarto inno ambrosiano (Deus, creator omnium) è ricordato dopo le esequie della madre Monica (9.32); infine, Ambrogio contrastò l’arianesimo e, nella disputa con il senatore Simmaco, difese l’editto dell’imperatore Graziano (382) per la rimozione della statua della Vittoria dalla Curia romana, episodio emblematico della fine di ogni tolleranza nei confronti del politeismo. Peraltro, se si negasse in questi versi il riferimento ad Ambrogio, il Padre della Chiesa risulterebbe del tutto assente non solo nel Paradiso, ma nell’intero poema, a differenza di Gregorio Magno (Pd 28.133-135), Girolamo (Pd 29.37-39) e Agostino (Pd 32.35). Come nella perifrasi su Boezio, in cui il toponimo Cieldauro sgombra il campo da qualsiasi dubbio, così in questa terzina è il nome di Agostino a chiarire l’identità dell’anima beata, senza equivoci: al lettore, infatti, non può non venire in mente Ambrogio come predicatore cristiano del cui eloquio si avvalse il vescovo di Ippona. Nella prima redazione del commento di Pietro Alighieri si legge: «Item Ambrosium doctorem Ecclesiae, in praedicationibus eximium, qui scripsit librum Exameron, et alia; propter cujus latinum, idest epistolas et praedicationes, Augustinus, haereticus Manichaeus, effectus est tantus christianus, ut fuit»; e nella terza si giustifica l’aggettivo: «quia inter quattuor doctores Ecclesie remissius et minus scripsit quam Augustinus, Gregorius et Yeronimus vocatur hic ‘parva lux’». L’espressione tempi cristiani vale ‘cristianesimo’, come in Agostino, per cui cfr. «Sed quae sunt scandala? Locutiones illae, verba illa, quibus nobis dicitur: Ecce quid faciunt tempora christiana, ecce quae sunt scandala» (Sermones 81.7).

120 – Due volte nel Convivio la forma Agustino (1.2.14, 1.4.9).

121 – Trani verrà da tràini, con sincope post-tonica (vd. TLIO, s. trainare, a cura di Mariafrancesca Giuliani).

124-129 – Boezio, il dottore di Dante (come lo chiama Francesca da Rimini a If 5.123), è forse il pensatore antico in cui il poeta riusciva più facilmente a immedesimarsi, vuoi per la formazione di confine («l’ultimo dei Romani e il primo degli scolastici» [Claudio Moreschini in Boezio, La consolazione della filosofia, Torino, UTET, 2006, p. 10]), vuoi per la tragica parabola politica (l’ingiusta condanna da parte dei suoi stessi colleghi senatori). La basilica di S. Pietro in Ciel d’Oro, a Pavia, è qui presentata come sacro rifugio per il corpo, dopo la violenza subita (fu cacciata); inoltre il sostantivo essilio è messo in rilievo sia dalla cesura sia dall’assonanza con martiro. Nel secondo metro del quinto libro della Consolatio si insiste sul nesso etimologico tra il dio unico (solus) e il sole: «quem, quia respicit omnia solus, / verum possis dicere solem» (vv. 13-14), “poiché lui solo vede tutte le cose, / puoi ben chiamarlo ‘vero sole’” (trad. di Moreschini).     

131 – In un singolo verso si racchiudono la sapienza enciclopedica di area iberica, l’erudizione benedettina anglosassone e il misticismo francese; ma solo all’ultimo beato spetta una chiosa specifica, ovvero l’elogio della virtù contemplativa (vd. Mira Mocan, L’arca della mente. Riccardo di San Vittore nella Commedia di Dante, Firenze, Olschki, 2012).

135 – Cfr. «e lo morire mio me pare tardo» (lauda Mamma, como dolore de morte, v. 19, in Rosanna Bettarini, Iacopone e il Laudario Urbinate, Firenze, Sansoni, 1969, p. 542). I pensieri gravi di Sigieri lo assimilano quasi al Cristo crocifisso, in una sorta di lungo martirio interiore, tra il 17 marzo 1277, quando alcune sue tesi filosofiche furono condannate dal vescovo di Parigi, e una data precedente il novembre del 1284, quando fu ucciso per mano di un servitore, presso Orvieto, dove forse era recluso in penitenza per volere del pontefice, Martino IV. Nel Fiore l’episodio è raccontato da Falsembiante (l’ipocrisia personificata), che rivendica l’omicidio del filosofo: «Mastro Sighier non andò guari lieto: / a ghiado il fe’ [fei ‘feci’] morire a gran dolore / nella corte di Roma, ad Orbivieto» (92.9-11).

138 – Il verbo, calco del latino medievale syllogizare, pare introdotto in italiano antico da Dante stesso, che già lo usa nel Convivio, riferendosi a quanti saltano alle conclusioni «anzi che silogizzino» (4.15.15). L’aggettivo riprende la seconda accezione del latino invidiosus, ‘che suscita invidia, invidiabile’ (OLD, s. v., §2). Dunque l’Aquinate, avversario di Sigieri nella disputa parigina sull’averroismo (o aristotelismo radicale), per cui arrivò a scrivere il De unitate intellectus contra Averroistas (1270), riconosce l’intrinseca verità delle argomentazioni (sillogismi) del maestro brabantino, che aveva letto Aristotele in modo più coerente rispetto alle strumentalizzazioni tomistiche; anzi, il Doctor angelicus ammette che i ragionamenti di Sigieri suscitarono invidia in àmbito accademico, per quanto erano perfetti e inattaccabili. In tal senso il giudizio dantesco è condiviso ancora oggi: «nelle Quaestiones in tertium De anima, Sigieri mostra che, proprio come già diceva Bonaventura, l’unica conclusione coerente con le premesse assunte da Alberto [Magno] e da Tommaso è quella secondo cui l’intelletto possibile non viene individuato, perché se è immateriale, non risulta individualizzabile» (Antonio Petagine, Aristotelismo difficile. L’intelletto umano nella prospettiva di Alberto Magno, Tommaso d’Aquino e Sigieri di Brabante, Milano, Vita e Pensiero, 2004, p. 296). Su questo problema verte il discorso di Stazio (Pg 25.61-78), in cui l’infusione divina dello spirito novo nel cervello del feto è la prova, per fede, non dimostrabile, dell’immortalità dell’anima. Già Bruno Nardi osservò: «in ultima analisi, la vita eterna dell’anima è sospesa a un atto della volontà divina, come pensava anche Sigieri di Brabante, nella quinta delle Quaestiones sul terzo libro De Anima, contenute nel cod. 292 del Merton College di Oxford […] Molti altri scolastici del secolo XIV, specialmente tra i francescani, affermano apertamente che l’immortalità dell’anima non si può dimostrare con argomenti necessari di ragione» (Dante e la cultura medievale, Roma-Bari, Laterza, 1990, p. 243).

139-148 – La similitudine, di gusto moderno, trasmette, più che l’ineffabile canto della ruota dei beati, lo stupore di Dante per l’invenzione dell’orologio meccanico a sveglia, alquanto recente, come ha osservato lo storico della scienza Joseph Needham: «It may be considered as quite certain that the earliest type was in use by about +1310 and that all the characteristic features were assembled by +1335 […] Yet no +14th-century has survived immune from later reconstructions so extentive as to render difficult the restoration of the original condition. One of the earliest literary references is due to Dante […], who describes quite clearly in a text of +1319 the gear-work of a striking clock» (Science and civilisation in China. Volume 4. Physics and physical technology. Part II: mechanical engineering, Cambridge, University Press, 1965, p. 445). L’equivalente volgare del latino horologium è già attestato nell’accezione di ‘strumento meccanico per misurare il tempo’ nei Documenti d’Amore di Francesco da Barberino (1314), anche se nella forma dissimilata e sincopata arlogio (vd. TLIO, s. v., a cura di Luca Morlino).

145 – Petrocchi preferisce il pronome dieretico, che altrove è ammissibile, ma non qui, per la presenza di un aggettivo (gloriosa) sempre quadrisillabo nei versi danteschi.

148 – La rima rara favorisce il neologismo, che consiste in un verbo parasintetico (in + avv. + morfema grammaticale) posto in chiusura, lapidario, a rendere quasi tangibile la gioia eterna dei beati.

 

Sintesi critica

 

Non si può non notare il forte stacco rispetto al canto precedente, che si chiude con l’invettiva di Folchetto contro la curia pontificia: l’ascesa al cielo del Sole è quasi istantanea, e brusco il passaggio dalla santa indignazione al fervore mistico, che però si sostanzia di un’attenta esplorazione dei moti celesti, in particolare della nostra stella, rappresentata secondo il sistema tolemaico, dunque coinvolta in un’orbita intorno alla Terra (eccentrica, senza epiciclo), in modo da passare attraverso i dodici segni dello Zodiaco, scandendo così mesi e stagioni (l’anno solare, appunto). Il richiamo incipitario alla Trinità si spiega alla luce di Cv 3.12.7-8: «Nullo sensibile in tutto lo mondo è più degno di farsi essemplo di Dio che ’l sole. Lo quale di sensibile luce sé prima e poi tutte le corpora celestiali e [le] elementali allumina: così Dio prima sé con luce intellettuale allumina, e poi le [creature] celestiali e l’altre intelligibili. Lo sole tutte le cose col suo calore vivifica, e se alcuna [se] ne corrompe, non è della ’ntenzione della cagione, ma è accidentale effetto: così Iddio tutte le cose vivifica in bontade, e se alcuna n’è rea, non è della divina intenzione, ma conviene quello per accidente essere [nel]lo processo dello inteso effetto». Di qui la riflessione sull’importanza dell’angolo dell’eclittica, la cui assenza o variazione sarebbe dannosa per l’umanità.

Beatrice è esaltata nel ruolo di guida portentosa, che vince il tempo e proietta Dante-personaggio nel quarto cielo senza fargli capire come sia successo; ma la sua bellezza confonde il poeta, diviso nel contemplare più miracoli, ovvero lo sguardo splendente della donna oltre al fulgore degli spiriti sapienti, disposti in cerchio intorno ai due viaggiatori. Il paragone con l’alone lunare risente del gusto dantesco di procedere per antitesi, trovando spesso termini di confronto secondari (come la corona) con cui introdurre elementi di segno opposto.

Il Tommaso d’Aquino dantesco ha ormai superato le polemiche con la facoltà delle arti di Parigi, come si evince dall’omaggio reso a Sigieri di Brabante; e, come si vedrà nel canto seguente, è anche lontano dai dissidi fra domenicani e francescani, successivi alla sua morte, dei quali Dante ebbe esperienza frequentando le «scuole delli religiosi» (Cv 2.12.7), ovvero gli studia conventuali di Santa Maria Novella (domenicani) e di Santa Croce (frati minori). A tal fine risulta felicissima l’idea del chiasmo dialogico tra l’Aquinate e il teologo francescano Bonaventura da Bagnoregio (Pd 12.31-145), per cui entrambi tesseranno le lodi del fondatore dell’altrui ordine e biasimeranno il declino del proprio; di qui la clausola ipotetica (se non si vaneggia), che sarà chiarita alla fine del canto seguente, con il discorso di Tommaso sull’allontanamento dei frati dalla regola dell’ordine domenicano.

La successione dei sapienti nominati dall’autore della Summa theologiae non è casuale: prima il suo maestro, Alberto Magno, che influenzò Dante forse più dello stesso Tommaso; poi Graziano, principale autorità del diritto canonico, e Pietro Lombardo, le cui Sententiae erano fondamentali per lo studio della teologia, sintesi compilativa che attingeva, per le fonti, allo stesso Decretum Gratiani; la luce «più bella» è ovviamente quella di Salomone, il cui «profondo saver» gli concesse di governare con saggezza ineguagliabile; segue Dionigi l’Areopagita, cui si attribuiva erroneamente il De coelesti hierarchia, di cui Dante accoglie la dottrina sulle gerarchie angeliche (cfr. Pd 28.130-132); il maestro di Agostino, Ambrogio, dottore della Chiesa; Boezio, autore del prosimetro De consolatione philosophiae, testo molto caro a Dante; il trittico formato dal vescovo Isidoro di Siviglia (le Etymologiae, fonte dell’enciclopedismo medievale), dal monaco Beda il Venerabile (l’Historia ecclesiastica gentis Anglorum) e dal mistico Riccardo di San Vittore (il De Trinitate, il Beniamin minor e il Beniamin maior); e, ultimo ma non per importanza, Sigieri di Brabante, il cui elogio da parte del suo avversario in vita appiana ogni controversia intellettuale, oltre a ripudiare l’ingerenza ecclesiastica nello studio e nell’insegnamento della filosofia.

In questo canto (ma anche nei tre seguenti, sempre ambientati nel cielo del Sole) Dante vuole celebrare una altezza d’ingegno priva di superbia e del tutto in armonia con la sapienza divina, antitesi perfetta del folle volo di Ulisse e del disdegno di Guido Cavalcanti: le anime che alla fine cantano con la precisione dell’ingranaggio di un orologio a sveglia, lungi dal gloriarsi del proprio talento, rendono lode a Dio, riconosciuto come vera fonte di conoscenza.  

 

Immagine: Canto X, miniatura del codice alla British Library, Londra

 

Crediti immagine: Giovanni di Paolo, Public domain, via Wikimedia Commons


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