07 agosto 2014

Il versipelle

di Luigi Baldacci*

Non amo quei presentatori di libri di poesia i quali – forse perché troppo spesso si lasciano coinvolgere in queste occorrenze – assumono la veste di analisti dei campioni merceologici sottoposti al loro responso.
 
Credo all’ineffabilità dell’emozione di lettura e credo che la sola giustificazione di chi testimonia in favore di un poeta contemporaneo sia la sua consonanza con quel poeta medesimo. Vorrei dire di più: che non è il critico a presentare il poeta, bensì l’inverso; perché, essendo il poeta il maestro e il padrone (le maître) della parola, è suo compito dichiarare che il tal lettore, privo di parola in quanto dominato da quella commozione oscura che gl’impedisce di dire, si riconosce nella sua poesia.
 
Non è un paradosso o uno scherzo: è la verità.
 
Il mio accordo con Palmery data da molti anni. Ciò che mi colpì in lui fu, in un primo momento, lo scandalo dei contenuti. Il poeta moderno è certamente il più pudico fra tutte le generazioni di poeti che sono passate sulla terra; in realtà non è del tutto uscito da quella reazione al romanticismo che è consistita nel determinare ciò che non stava bene, non era decente, dire in poesia. Palmery invece ti butta subito in faccia la sua disperazione senza pudore. E magari non sarà un sentimento privato, ma è comunque una fede, un codice, una griglia di decifrazione: a me questo coraggio di svelare, come aveva fatto Leopardi, la mano occulta dell’universal carnefice piacque e mi conquistò.
 
Palmery è della stirpe dei Cioran: lui stesso parla di squartamenti perpetrati in qualche macelleria metaflsica (e vorrei ricordare che In quattro s’intitola la plaquette di quartine pubblicata dalle Edizioni della Cometa nel 1991). Non pensa a Poe come a un creatore di simboli, ma come a una inesauribile fonte di orrore; e può rivisitare L’albatros baudelairiano o riscrivere una sua Vie antérieure, come in Feria. Ebbene, tutto questo significa coraggio; ma sono anche certo che tutto questo – che abbiamo chiamato scandalo – non sarebbe bastato se la ricognizione di quel supremo grado della materia che è il nulla, non fosse rappresentata e mimata nella stessa materialità della parola.
 
Al fondamento del sistema retorico di Palmery c’è Dante: un Dante spogliato di tutti i significati suoi e inchiodato all’evidenza di un significante che si genera da sé medesimo in perfetta autonomia: «[...] Ma forse è 89 – 9 e non 3 – / l’imminente presente: è questo il termine? / (Il 3, mentre lo guardo, ora si anella / in testa, si chiude a 9, ora si apre, pare / e scompare: un serpe – è quello che non è) [...]» (Le Muse). La parola si colloca «tra il prima / e il dopo», è «l’imprendibile presente che già / non è quello che è, eternamente/ inessente, pure il solo successore di sé // stesso vivente e di sé negatore [...]» (Il versipelle); e dunque la parola è l’unica realtà consentita, una realtà attimale che supremamente è nel suo stesso non essere, premuta dall’accumulo del passato e dalla frana del futuro.
 
Così la data 1983 può essere riattualizzata in 1989, che è quella dell’oggi: ma soprattutto per dire che del presente – e non solo del domani – non c’è certezza. E d’altra parte è interessante vedere come Il versipelle, da protagonista umano diventi il verso nel «punto / in cui s’inarca, dove con solenne lentezza / o lesto s’incurva e / gira – non la ferma linea ma l’inafferra- / bile spira [...]». E allora «non resta // che restare a torcersi nelle volute / di versi inveleniti che in violenti testa- / coda si volgono si rivoltano, oppure // ondeggiano, si snodano e l’uno / all’altro anellandosi in ricurve / spire s’involgono [...]»: tanto basti a segnare un passaggio di vertiginosa abilità fabrile che fa dell’uomo un verso e del verso un serpente: restando inteso che queste metamorfosi sono l’assicurazione ultima che né l’uomo né il verso né il serpente esistono.
 
A volte Palmery sembra John Donne; ma in lui c’è anche una suggestione del barocco trascendentale di Giacomo Lubrano: una religiosità al negativo, di sigla mistica, come in Maria Maddalena de’ Pazzi che comincia a pregustare l’estasi dell’inesistenza quando ancora la vita, la biologia frappongono i loro deboli ripari a quella piena acquisizione. Così in Pegni: «Unghie secreti pelli peli capelli: / sono anticipi e annunci, i nostri pegni / precoci alla terra, ignari seppelli- / mentì prematuri o sparizioni [...]». Che è un eccellente modo per dire che la morte si sconta vivendo, ma dove, soprattutto, quell’anticipazione del nulla viene figurata nell’azzeramento di un lessico, sicché pelli, peli, capelli si elidono nello stesso gioco di rima, seppelli, che sembrava originarsi da una mera necessità metrica e assume invece un suo significato perentorio.
 
E qual è oggi l’esperienza, non diciamo più avanzata nei territori dell’avanguardia, ma nella dimensione dell’annullamento del sistema formale all’atto stesso in cui è definito e proposto? Non si annuncia niente di nuovo dicendo che è la duplicazione, non la replica, della Gioconda. Ebbene: Palmery non arriva a tanto: non ci dà il sonetto perfettamente inutile e mimeticamente perfetto che potrebbe essere attribuito a Bernardo Cappello o a Jacopo Marmitta; però si diverte a darci, per così dire, il programma di quei sonetti (penso alla sezione Corona del fuoco) : «Brucio giorno dopo giorno a fuoco / lento [...]», e subito dopo la proposta ecco non già lo sviluppo, ma il sovvertimento manieristico del tema: «e sono io il pasto e il cuoco / che lo cucina e il pallido fuoco / che lo cuoce [...]». Insomma Palmery si diverte: ma più che a creare simulacri di realtà, a rompere il tenue velo delle loro apparenze, per ammonirci che niente è: neppure nella fittizia aseità di un codice linguistico. Ciò significa che in questo poeta l’alternanza tra il nonsense e quello che abbiamo chiamato lo scandalo del significato è continua e necessaria, come gli è necessaria una riflessione teologica che – nella linea che collega Leopardi a Caproni – sia radicalmente ateologica. Vogliamo dire che solo la teologia è la strada maestra per l’ateismo come il linguaggio è la premessa obbligata alla sua stessa distruzione, o meglio, che non si può distruggere il linguaggio se non linguisticamente. Con una precisazione da fare: che in Palmery tutte queste operazioni sono pagate di persona. Il linguaggio non è il luogo dell’alibi, anzi è il patibolo dell’écartèlement. È vera la disperazione di vivere come è vera l’altra: di non riuscire a dire la vita nella sua disperazione.
 
Da parte mia, riprendendo lo spunto di partenza preferisco ammirare in silenzio questo cavaliere dell’apocalisse: tra i primi poeti operanti oggi in Italia. «È impossibile, insomma, spiegare una poesia», ha detto recentemente Francis Bacon in un’intervista: Bacon, certo, che appartiene anche lui alla costellazione sotto la cui influenza Palmery è venuto alla luce – o alla tenebra –. So che i professori di scienza della letteratura non sono d’accordo su questa scelta del silenzio. A me pare che ci sia più intelligenza in quella conclusione del pittore inglese che in tutta la scienza dei professori.
 
Il presente testo (datato Firenze, 13 agosto 1991) costituisce la Prefazione al volume Il versipelle di Gianfranco Palmery (Edizioni della Cometa, 1992).
 
Immagine sotto il titolo: Gianfranco Palmery, Cranio sul libro, 1995.
 
*Luigi Baldacci (Firenze 1930-2002) è stato docente di Letteratura italiana all’Università di Firenze e ha pubblicato numerosi volumi di testi e di critica. Fra i primi: Lirici del Cinquecento (1957), Poeti minori dell’Ottocento (1958-1963), Secondo Ottocento (1969), Tutti i libretti di Verdi (1975), Opere di Papini e di Bontempelli (1977 e 1978); fra gli studi: Il petrarchismo italiano nel Cinquecento (1957), Letteratura e verità (1963), Le idee correnti (1968), I critici italiani del Novecento (1969), Tozzi moderno (1993), La musica in italiano. Libretti d’opera dell’Ottocento (1997), Il male nell’ordine. Scritti leopardiani (1998), Novecento passato remoto. Pagine di critica militante (2000), Trasferte. Narratori stranieri del Novecento (2001), Ottocento come noi. Saggi e pretesti italiani (2003), I quadri da vicino. Scritti sulle arti figurative (2004).

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