22 dicembre 2020

Il lieto scritto-parlato dell’Evangelii gaudium

 

In italiano come in altre lingue, la parola vangelo richiama immediatamente un testo scritto, da leggere o ascoltare durante una lettura. Ma la parola greca che intitolava in origine i racconti di Matteo, Luca, Marco e Giovanni rimandava a ciò che è stato annunciato a voce: una buona notizia di cui si era parlato e di cui bisognava continuare a parlare.

Anche il testo scritto dell’Evangelii gaudium continua a parlarne, e quasi nel senso più letterale del verbo. La prima Esortazione apostolica di Papa Francesco, infatti, è sì un corposo documento scritto in italiano, ma con una scrittura che in più momenti sembra conservare molto del caldo e lieto parlato di chi ridice e di nuovo spiega, da vicino, questa buona notizia ai fedeli.

Nel leggere l’Esortazione, i lettori avranno probabilmente sentito l’estemporaneità di un discorso ogni volta che un’affermazione si dispiega in una breve serie di frasi o parole. Così accade quando si parla: se non si è contenti di una prima espressione, la si migliora subito con un’altra o delle altre, sicché a questa prima espressione, che pure resta valida e si conserva, si aggiungono precisazioni, chiarimenti, moltiplicazioni in altre forme del suo significato. Sembrano infatti riverberi di prime espressioni, e non sempre accumulazioni retoricamente ponderate, le enumerazioni, diverse per tipo e quantità, che spesso occorrono nel dettato dell’Esortazione. Meno frequentemente incontriamo una singola chiosa o una ripetizione sinonimica (e la coppia talora pare seguire il modello offerto da alcuni dei passi biblici citati, come per esempio Is. 9, 2: «Hai moltiplicato la gioia, hai aumentato la letizia»):

 

«Invito ogni cristiano, in qualsiasi luogo e situazione si trovi, a rinnovare oggi stesso il suo incontro personale con Gesù Cristo o, almeno, a prendere la decisione di lasciarsi incontrare da Lui, di cercarlo ogni giorno senza sosta» (p. 4)*.

 

«Questa presenza non deve essere fabbricata, ma scoperta, svelata . Dio non si nasconde a co­loro che lo cercano con cuore sincero, sebbene lo facciano a tentoni, in modo impreciso e diffuso» (p. 60).

 

Pìù spesso il riverbero di un’espressione è doppio, ed è qui che più sembra di riconoscere la franca ricerca di una spiegazione chiara e immediata, in un punto cruciale, anziché una figura calcolata qual è il tricolon, che ci si potrebbe anche attendere più costantemente disposto in scala ascendente:

 

«Il grande rischio del mondo attuale, con la sua molteplice ed opprimente offerta di consumo, è una tristezza individualista che scaturisce dal cuore comodo e avaro, dalla ricerca malata di piaceri superficiali, dalla coscienza isolata (p. 3)».

 

«è vitale che oggi la Chiesa esca ad annunciare il Vangelo a tutti, in tutti i luoghi, in tutte le occasioni, senza indugio, senza repulsioni e senza paura» (p. 21).

 

«A volte siamo duri di cuore e di mente, ci dimentichiamo, ci divertiamo, ci estasiamo con le immense possibilità di consumo e di distrazione che offre questa società» (p. 156).

 

«Questo implica apprezzare il povero nella sua bontà propria, col suo modo di essere, con la sua cultura, con il suo modo di vivere la fede» (p. 157).

 

Tanto più che, se è lecito dirlo così, l’effusione della voce può talora eccedere lo schema della terna, con un’eco di tre o quattro espressioni consecutive. Ma di nuovo, e anche quando l’avvio dei cola sia coincidente, il lettore tenderà a riconoscere più il flusso spontaneo di un’orazione, piuttosto che la scelta di un’anafora ben assestata, che pure è un espediente retorico a cui Francesco in alcuni momenti non rinuncia:

 

«Coloro che si lasciano salvare da Lui sono liberati dal peccato, dalla tristezza, dal vuoto interiore, dall’isolamento» (p. 3).

 

«Questa gioia è un segno che il Vangelo è stato annunciato e sta dando frutto. Ma ha sempre la dinamica dell’esodo e del dono, dell’uscire da sé, del camminare e del seminare sempre di nuovo, sempre oltre» (p. 20).

 

«per questo essa [la comunità evangelizzatrice] sa fare il primo passo, sa prendere l’iniziativa senza paura, andare incontro, cercare i lontani e arrivare agli incroci delle strade per invitare gli esclusi» (p. 22).

 

«Quando si assume un obiettivo pastorale e uno stile missionario, che realmente arrivi a tutti senza eccezioni né esclusioni, l’annuncio si concentra sull’essenziale, su ciò che è più bello, più grande, più attraente e allo stesso tempo più necessario» (p. 31).

 

«Nella cultura dominante, il primo posto è occupato da ciò che è esteriore, immediato, visibile, veloce, superficiale, provvisorio» (p. 52).

 

«La vera novità è quella che Dio stesso misteriosamente vuole produrre, quella che Egli ispira, quella che Egli provoca, quella che Egli orienta e accompagna in mille modi» (p. 12).

 

«Oggi, quando le reti e gli strumenti della comunicazione umana hanno raggiunto sviluppi inauditi, sentiamo la sfida di scoprire e trasmettere la “mistica” di vivere insieme, di mescolarci, di incontrarci, di prenderci in braccio, di appoggiarci, di partecipare a questa marea un po’ caotica che può trasformarsi in una vera esperienza di fraternità, in una carovana solidale, in un santo pellegrinaggio» (p. 72).

 

La prosa manzoniana cara a Papa Francesco

 

Il linguista, inoltre, riconoscerebbe come tipiche dell’italiano parlato medio, e non ancora di quello scritto più formale, sia esso accademico, professionale o istituzionale, queste due costruzioni sintattiche, nelle quali una prima frase dislocata a sinistra resta quasi in sospeso per essere subito commentata da un’altra frase completa che la segue (nella tradizione scritta dell’italiano costrutti simili si rinvengono nella narrativa che imita consapevolmente il parlato, come per esempio fa la prosa manzoniana, peraltro cara, come sappiamo, a Papa Francesco):

 

«Chi rischia, il Signore non lo delude, accada quel che accada» (p. 4).

 

«Chi già lo ha visto all’orizzonte, il profeta lo invita a farsi messaggero per gli altri» (p. 5).

 

Ma non sono soltanto queste le tracce di una voce che vuole continuare a farsi ascoltare da vicino, così come in un dialogo anche in una lettura, nel corso della quale, quindi, quasi si aspettano asserzioni in prima persona o esortazioni proferite con un noi inclusivo:

 

«Insisto ancora una volta: Dio non si stanca mai di perdonare, siamo noi che ci stanchiamo di chiedere la sua misericordia» (p. 4).

 

«Per tutto ciò mi permetto di insistere: non lasciamoci rubare la gioia dell’evangelizzazione!» (p. 68).

 

«Osiamo un po’ di più di prendere l’iniziativa!» (p. 22).

 

«Usciamo, usciamo ad offrire a tutti la vita…» (p. 41).

 

La madrelingua rioplatense e il fresco italiano

 

Viene da chiedersi, peraltro, se in un testo che tanto conserva del dire quotidiano, non si debba riconoscere nelle posizioni di questi avverbi, naturali nella madrelingua rioplatense di Francesco, le conservazioni del suo fresco italiano parlato, colorato di tanto in tanto, come si sa e com’è normale che sia, di ispanismi:

 

«Con Gesù Cristo sempre nasce e rinasce la gioia» (p. 3).

 

«Egli ci permette di alzare la testa e ricominciare, con una tenerezza che mai ci delude e che sempre può restituirci la gioia» (p. 4).

 

«Si adatta e si trasforma, e sempre rimane almeno come uno spiraglio di luce» (p. 7).

 

«Gli Apostoli mai dimenticarono il momento in cui Gesù toccò loro il cuore» (p. 12).

 

Come in un dialogo spontaneo, del resto, è Francesco stesso che nell’Esortazione sembra recuperare lì per lì, dal repertorio della sua madrelingua, l’ormai celebre verbo primerear, colloquiale e ben porteño, che gli pare il più adatto a rendere l’idea della pia intrepidità a cui sta facendo riferimento:

 

«La Chiesa “in uscita” è la comunità di discepoli missionari che prendono l’iniziativa, che si coinvolgono, che accompagnano, che fruttificano e festeggiano. “Primerear – prendere l’iniziativa”: vogliate scusarmi per questo neologismo».

 

Uno sviluppo sintattico assai piano

 

La prima Esortazione appare dunque in più punti uno scritto che ha spesso la voce di un parlato spontaneo. I lettori la coglieranno più volte nel corso di uno sviluppo sintattico assai piano, come conviene a un testo che intende essere chiaro e di facile lettura e lontano da ogni linguaggio burocratico. L’Evangelii gaudium forma i suoi brevi paragrafi con frasi semplici giustapposte, inframmezzate da citazioni, specie bibliche o patristiche, oppure, nei luoghi più argomentativi, procede con frasi rese appena complesse per l’aggiunta di una coordinata o l’inclusione di una o più brevi subordinate. Un esempio:

 

«Gli evangelizzatori hanno così “odore di pecore” e queste ascoltano la loro voce. Quindi, la comunità evangelizzatrice si dispone ad “accompagnare”. Accompagna l’umanità in tutti i suoi processi, per quanto duri e prolungati possano essere. Conosce le lunghe attese e la sopportazione apostolica. L’evangelizzazione usa molta pazienza, ed evita di non tenere conto dei limiti. Fedele al dono del Signore, sa anche “fruttificare”. La comunità evangelizzatrice è sempre attenta ai frutti, perché il Signore la vuole feconda. Si prende cura del grano e non perde la pace a causa della zizzania. Il seminatore, quando vede spuntare la zizzania in mezzo al grano, non ha reazioni lamentose né allarmiste. Trova il modo per far sì che la Parola si incarni in una situazione concreta e dia frutti di vita nuova, benché apparentemente siano imperfetti o incompiuti (p. 22).

 

Esclamazioni e giudizi critici

 

Se le argomentazioni si susseguono con una sintassi piana o mossa quanto basta, i sussulti nel testo si devono anzitutto alle esclamazioni (ovvero alla voce che in un parlato si fa alta). Si leggano quelle che tirano le somme di un’argomentazione, come per esempio, «Il denaro deve servire e non governare!» (p. 49) o «Prego il Signore che ci regali più politici che abbiano davvero a cuore la società, il popolo, la vita dei poveri!» (p. 162).

Ma è anche il lessico a modulare la voce del testo. Non tanto con i termini astratti o tecnici che quasi a forza s’incuneano nel discorso quando i giudizi critici riguardano il secolo, con i suoi fenomeni sociali e le loro influenze, richiamati con i nomi del dibattito intellettuale, filosofico o sociologico, che li riguarda: «autoreferenzialità» (p. 8), «meccanismi sacralizzati del sistema economico imperante», «globalizzazione dell’indifferenza» (p. 46), «mercato divinizzato» (p. 48), «soggettivismo relativista» (p. 59), «neopelagianesimo autoreferenziale e prometeico» (p. 76), «immanentismo antropocentrico» (p. 77), «funzionalismo manageriale» (p. 78) ecc. La voce s’accende piuttosto per la frequente, ancorché dimessa, espressività del vocabolario.

 

La messa a nudo dell’inequità

 

Spicca, per esempio, la scelta della variante inequità. A dispetto dell’etimologia e dell’odierna fonologia sia italiana sia spagnola, la pronuncia con la e sembra scelta al tempo stesso per spogliare il concetto del suo abito cólto e per mettere dunque a nudo tutta l’antonimia di questa «radice dei mali sociali» (p. 160) rispetto a ciò che invece è equo e giusto, in particolare per ciò che riguarda la ricchezza («no a un’economia dell’esclusione e della inequità», p. 45). Né sono consuete, quanto al lessico, alcune giunture tra nomi e aggettivi, espressive eppur sommesse: «il cuore comodo e avaro» (p. 3) o «tenerezza combattiva» (p. 70). E se, soffermandosi sulle omelie, Francesco ricorda l’efficacia del «parlare con immagini», eccole le immagini apparire di frequente nel suo discorso, sia pur nella concentrazione di una parola metaforica. Sono della memoria biblica quelle della sete e della fonte/sorgente, richiamata da verbi quali scaturire o sgorgare, contrapposte alla visione del deserto. È questa una tensione che peraltro dal vocabolario di Francesco fa stillare il composto, tutto didascalico col suo trattino, di «persone-anfore», con il quale il Papa conforta i fedeli chiamati a vivere la loro fede in condizioni avverse. Ma non si va più in là quanto a onomaturgia. Il lessico collocato in modo espressivo, figurato o meno che sia, resta pur sempre rattenuto nella quotidianità, serve alla chiarezza del messaggio, nasconde l’oratore e favorisce l’orazione: per esempio, un evangelizzatore non dovrebbe avere una «faccia da funerale» (p. 10); la Chiesa lascia sempre aperte le porte perché non è «una dogana» (p. 40); è colpevole l’economia che fa dei poveri («“non cittadini”» o «“cittadini a metà”») «avanzi urbani» (p. 46); se il cristiano non incontra l’altro, l’edificio morale della Chiesa diventa un «castello di carte» (p. 74); l’accidia è «paralizzante» (p. 66), la mondanità «oscura» (p. 77) e «asfissiante» (p. 79); la preghiera è «un polmone» (p. 197); i teologi faranno bene a non praticare una teologia «da tavolino» (p. 107), mentre la tratta delle persone è senza mezzi termini un «crimine mafioso e aberrante» (p. 165). E talvolta non manca perfino una certa ironia, che riconosciamo nella paronomasia dell’espressione «carità à la carte» (p. 142), quella di chi cerca una comoda pietà.

 

*Tutti i corsivi nelle frasi citate nel testo sono miei.

 

 

Biblio/sitografia

 

Rita Librandi, La letteratura religiosa, Bologna, Il Mulino, 2012.

 

Rita Librandi, Francesco, la spinta dell'autenticità.

 

Giovanni Nencioni, La lingua di Manzoni. Avviamento alle prose manzoniane, Bologna, Il Mulino, 1993.

 

Caro Enrico Roggia, tema sospeso, in Enciclopedia dell'Italiano.

 

 

Immagine: Inaugurazione del ministero petrino di papa Francesco, 19 marzo 2013

 

Crediti immagine: Fczarnowski, CC BY-SA 3.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0>, attraverso Wikimedia Commons

 

 


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