21 dicembre 2020

Fratelli tutti 2. Il valore dell'economia linguistica

 

Oltre che frutto della retta coscienza personale e dei comportamenti individuali che ne discendono, la «fraternità» e l’«amicizia sociale» possono essere promosse e mantenute solo se si agisce anche ad un livello più alto: quello della gestione della cosa pubblica, che vedremo anche tra poco. Ma mentre la politica dovrebbe configurarsi come «una sana discussione su progetti a lungo termine per lo sviluppo di tutti e del bene comune» (ivi, 15), laddove essa si eserciti attraverso l’attacco personale nei confronti dell’avversario, l’esclusione volontaria di soggetti sociali e la diffusione quasi esasperata di una «sfiducia costante» diviene solo una sterile accozzaglia di «ricette effimere di marketing che trovano nella distruzione dell’altro la risorsa più efficace» e un «gioco meschino delle squalificazioni» (ibidem).

Quando ciò avviene si verificano ulteriori conseguenze concettuali e semantiche aberranti, per cui «vincere viene ad essere sinonimo di distruggere» e «un progetto con grandi obiettivi per lo sviluppo di tutta l’umanità […] suona come un delirio» (ivi, 16). O ancora, spostandosi su un piano spesso intersecato a quello della politica, «“aprirsi al mondo” è un’espressione che oggi è stata fatta propria dall’economia e dalla finanza», ma in una prospettiva ben diversa rispetto a quella che vorrebbe promuovere giustizia e fraternità, giacché «si riferisce esclusivamente all’apertura agli interessi stranieri o alla libertà dei poteri economici di investire senza vincoli né complicazioni in tutti i Paesi» (ivi, 12).

 

Vecchie e nuove povertà, conflitti di ieri e di oggi

 

Dato che, nel tempo, i significati delle parole possono mutare, è indispensabile adeguare il proprio vocabolario al tempo e alla situazione specifici, perché – ad esempio – l’incontestabile aumento generalizzato della «ricchezza» non è stato affatto sinonimo di maggiore «equità», ma ha anzi spesso provocato un aumento delle disparità con un contestuale acuirsi della logica dello «scarto» e del «razzismo»: «quando si dice che il mondo moderno ha ridotto la povertà, lo si fa misurandola con criteri di altre epoche non paragonabili con la realtà attuale. […] La povertà si analizza e si intende sempre nel contesto delle possibilità reali di un momento storico concreto» (ivi, 20-21).

Altrimenti è fin troppo facile cadere in un relativismo opportunista che conduce a oscurare alcune realtà o a non chiamarle col loro vero nome: «Guerre, attentati, persecuzioni per motivi razziali o religiosi, e tanti soprusi contro la dignità umana vengono giudicati in modi diversi a seconda che convengano o meno a determinati interessi, essenzialmente economici. Ciò che è vero quando conviene a un potente, cessa di esserlo quando non è nel suo interesse. Tali situazioni di violenza vanno “moltiplicandosi dolorosamente in molte regioni del mondo, tanto da assumere le fattezze di quella che si potrebbe chiamare una ‘terza guerra mondiale a pezzi’”» (ivi, 25).

 

Una metafora del tempo presente

 

Papa Francesco si serve poi di un’espressione idiomatica colloquiale per ricordare che nel nostro mondo globalizzato «siamo tutti sulla stessa barca» (ivi, 30): una realtà resa ancor più evidente in questi lunghi mesi di pandemia, evento a cui il pontefice dedica una parte importante delle sue riflessioni. Lo fa richiamandosi al momento straordinario di preghiera tenuto in una piazza San Pietro deserta il 27 marzo 2020; in quell’occasione il papa aveva commentato il passo evangelico della tempesta narrato in Mc 4,35-41 per spiegare appunto che cosa significa «essere una comunità mondiale che naviga sulla stessa barca»: «con la tempesta, è caduto il trucco di quegli stereotipi con cui mascheravamo i nostri “ego” sempre preoccupati della propria immagine; ed è rimasta scoperta, ancora una volta, quella (benedetta) appartenenza comune alla quale non possiamo sottrarci: l’appartenenza come fratelli» (ivi, 32).

Una situazione che se ha visto compiersi grandi gesti di generosità quando non addirittura di eroico altruismo, ha però anche dato nuovo vigore ad un “conflitto tra pronomi” (e quindi tra esseri umani di uguale dignità) che il pontefice spiega servendosi ancora di modi di dire comuni: «Voglia il Cielo che alla fine non ci siano più “gli altri”, ma solo un “noi”» (ivi, 35); altrimenti l’unica conseguenza possibile è che «il “si salvi chi può” si tradurrà rapidamente nel “tutti contro tutti”, e questo sarà peggio di una pandemia» (ivi, 36).

 

La verità vi farà liberi

 

Un obiettivo non facile, se ci si lascia vincere dall’emotività irrazionale, se alla comunicazione non si accompagna una riflessione previa, se si punta sempre alla massima sintesi a discapito dell’analisi e se ci si lascia guidare da notizie fasulle o parziali; una dinamica che si gioca su altre parole chiave: la «saggezza», la «verità» e la «libertà» attraverso le quali è possibile non lasciarsi travolgere da quella che è stata recentemente battezzata “infodemia”.

«Venendo meno il silenzio e l’ascolto, e trasformando tutto in battute e messaggi rapidi e impazienti, si mette in pericolo la struttura basilare di una saggia comunicazione umana. […] Il cumulo opprimente di informazioni che ci inonda non equivale a maggior saggezza. La saggezza non si fabbrica con impazienti ricerche in internet, e non è una sommatoria di informazioni la cui veracità non è assicurata. In questo modo non si matura nell’incontro con la verità. […] Così, la libertà diventa un’illusione che ci viene venduta e che si confonde con la libertà di navigare davanti a uno schermo. Il problema è che una via di fraternità, locale e universale, la possono percorrere soltanto spiriti liberi e disposti a incontri reali» (ivi, 49-50).

 

La carità per il prossimo

 

La fraternità universale e l’amicizia sociale non possono che essere ispirate, per papa Francesco, dalla virtù teologale ad esse più strettamente legata: la carità; una prospettiva che si fonda sugli insegnamenti evangelici e sui cardini della teologia cattolica, i quali ancora una volta consentono di conferire alle parole il loro giusto significato: «la statura spirituale di un’esistenza umana è definita dall’amore, che in ultima analisi è “il criterio per la decisione definitiva sul valore o il disvalore di una vita umana”. […] Cercando di precisare in che cosa consista l’esperienza di amare, che Dio rende possibile con la sua grazia, san Tommaso d’Aquino la spiegava come un movimento che pone l’attenzione sull’altro “considerandolo come un’unica cosa con sé stesso”. L’attenzione affettiva che si presta all’altro provoca un orientamento a ricercare gratuitamente il suo bene. Tutto ciò parte da una stima, da un apprezzamento, che in definitiva è quello che sta dietro la parola “carità”: l’essere amato è per me “caro”, vale a dire che lo considero di grande valore» (ivi, 92-93).

E a questo punto è più agevole comprendere come interpretare il secondo dei due grandi comandamenti ricordati da Gesù: «La parola “prossimo” nella società dell’epoca di Gesù indicava di solito chi è più vicino, prossimo. Si intendeva che l’aiuto doveva rivolgersi anzitutto a chi appartiene al proprio gruppo, alla propria razza. […] Il giudeo Gesù rovescia completamente questa impostazione: non ci chiama a domandarci chi sono quelli vicini a noi, bensì a farci noi vicini, prossimi. […] Vale a dire, ci interpella perché mettiamo da parte ogni differenza e, davanti alla sofferenza, ci facciamo vicini a chiunque. Dunque, non dico più che ho dei “prossimi” da aiutare, ma che mi sento chiamato a diventare io un prossimo degli altri» (ivi, 80-81).

 

Bibliografia

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Immagine: Ritratto di Papa Francesco, dipinto da Giuseppe Frascaroli

 

Crediti immagine: Giuseppe Fascaroli, CC BY-SA 4.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0>, via Wikimedia Commons

 

 


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