04 febbraio 2019

Bembo: la grande bellezza dell’architettura dell’italiano

Nel 2013 Padova celebrò Pietro Bembo – che lì visse a lungo, sia in città sia in una splendida residenza in campagna – con una grande mostra (Pietro Bembo e l’invenzione del Rinascimento) che ha avuto, tra i tanti pregi, anche quello di restituire ai suoi visitatori l’immagine complessa e affascinante di un uomo per molti tratti straordinario. Patrizio veneziano cresciuto tra le collezioni del dotto padre e a sua volta celebre appassionato di opere d’arte, Bembo ebbe la buona sorte, il coraggio e la sagacia di costruirsi un percorso intellettuale e una carriera al di fuori del solco a cui sarebbe stato destinato per nascita. Persino i suoi celebri amori, fra tutti quello con Lucrezia Borgia al tempo duchessa di Ferrara, delineano i contorni di una vicenda esistenziale ben lontana da quell’“ingessatura” a cui la tradizione scolastica lo ha condannato associando il suo nome solamente alla normatività dell’italiano letterario. La fama di arcigno teorizzatore di una “grammatica” della lingua asfittica e purista, basata sull’imitazione rigorosa dei modelli trecenteschi, nasce da una semplificazione a cui storicamente e, verrebbe da dire, fatalmente è andata incontro la complessa e articolatissima teoria stilistica e linguistica espressa nelle Prose.

Questa profondità speculativa e l’ampiezza di orizzonti di tutta la sua esperienza letteraria e culturale sono il fulcro intorno a cui Giuseppe Patota impernia il capitolo dedicato a Pietro Bembo nel suo recentissimo volume La grande bellezza dell’italiano. Il Rinascimento (Laterza, 2019). Il ritratto, vivido ed approfondito insieme, idealmente prosegue e completa le indagini raccolte dallo studioso poco più di un anno fa nel saggio La Quarta corona. Pietro Bembo e la codificazione dell’italiano scritto (il Mulino, 2017). Due volumi diversi, per finalità e impianto, ma che rispecchiano la stessa visione e che hanno il grande pregio della assoluta chiarezza e di un approccio “amichevole” nei confronti del lettore non specialista, per cui anche i passaggi più tecnici risultano accessibili e piacevoli.

 

La rivalutazione di Bembo scrittore

 

Così come nel precedente studio dedicato al Trecento (La grande bellezza dell’italiano. Dante, Petrarca, Boccaccio, Laterza, 2015), l’approfondimento linguistico e stilistico è inserito all’interno di una ricostruzione complessiva degli autori trattati: le tre corone fiorentine nel primo volume, Machiavelli e Ariosto, i due grandi autori canonici del primo Cinquecento, nel nuovo lavoro. A questi ultimi si aggiunge appunto Bembo, in prima posizione, quale ideale chiave di volta, «pietra che tiene insieme l’arco di tutto quanto l’italiano» (sono parole dello stesso Patota, p. XII).

Pietro Bembo trova dunque il suo posto, accanto a due classici indiscussi e tuttora al centro del canone scolastico, in quanto autore rappresentativo della letteratura italiana. La scelta di Patota è importante e per nulla scontata. La rivalutazione di Bembo scrittore è legata a doppio filo alla sua riflessione intorno alla lingua letteraria. Non c’è dicotomia tra ispirazione poetica e teorizzazione grammaticale, anzi le due esperienze si alimentano a vicenda: il poeta applica sempre più coerentemente le norme linguistiche e stilistiche che il “grammatico” va codificando, ma quella codificazione avviene in base e in funzione della propria esperienza letteraria. Il retroterra teorico comune alle due istanze, come persuasivamente argomenta Patota, è di tipo filosofico: il principio di armonia, su cui Bembo imposta sia la propria poetica sia le sue regole grammaticali, è eredità e rivisitazione delle teorie neoplatoniche ficiniane apprese nella giovinezza, una sorta di filo rosso che si snoda lungo tutto il suo percorso esistenziale.

 

Revisione, riscrittura e limatura

 

Carlo Dionisotti, che nel secolo scorso ha curato l’edizione di quasi tutte le opere volgari di Bembo (Asolani, Prose, Rime, carteggio con Maria Savorgnan), nel corso di un cinquantennio di studi, tuttora fondamentali, ha imposto una nuova visione, basata su una rigorosa analisi storica e filologica della formazione e delle opere di colui che era stato definito «il più grande tra i mediocri del Cinquecento» (U. A. Canello, Storia della letteratura italiana del secolo XVI, 1880). Alla linea tracciata da Dionisotti si sono aggiunte negli ultimi decenni nuove importanti edizioni e un approfondimento di indagini soprattutto relativo alla stratigrafia delle fasi redazionali delle varie opere. Sappiamo infatti che Bembo sottopose praticamente tutte le sue composizioni ad una indefessa opera di revisione, riscrittura e limatura, in molti casi durata decenni, seguendo un principio costante di approssimazione all’armonia e alla perfezione formale sul modello dei grandi trecentisti, Boccaccio per la prosa e Petrarca per la poesia. Questo lavoro inesausto emerge con evidenza confrontando tra loro le diverse edizioni a stampa della stessa opera curate dall’autore (per esempio il rivoluzionario dialogo d’amore intitolato Asolani ebbe tre edizioni: 1505; 1530; 1553, quest’ultima postuma), ma anche indagando le molte tracce lasciate da Pietro sui volumi manoscritti e a stampa appartenutigli, sotto forma di cancellature, glosse, postille e rimandi. Appartiene proprio a questo campo la recente scoperta da parte di Fabio Massimo Bertolo, Marco Cursi e Carlo Pulsoni di un esemplare della prima edizione delle Prose (1525) fittamente annotato dall’autore probabilmente fino agli ultimi giorni di vita, in vista di una nuova pubblicazione che Bembo non poté realizzare in prima persona a causa della morte (gennaio 1547). Grazie all’autografia degli interventi questo testo – seppur non ultimato e privo di qualunque tipo di circolazione – rappresenta ora uno stadio di elaborazione da anteporre almeno a livello teorico all’edizione postuma (1549, con evidenti interventi di Benedetto Varchi che la curò) e come tale viene impiegato, per la prima volta, da Giuseppe Patota nella sua analisi delle Prose (o Prose nelle quali si ragiona della volgar lingua, preferibile al vulgato Prose della volgar lingua, titolo privo in realtà di attestazioni d’autore).

 

L’influenza sui contemporanei e sui posteri

 

È ben noto come Bembo si fece teorizzatore e “normatore” di una lingua la quale, più ancora che mezzo comunicativo, è stata un codice culturale potentissimo, che tanta parte ha avuto nella costruzione e nella percezione di un’unità nazionale anche prima che questa si realizzasse a livello politico. L’importanza capitale delle Prose si realizza però anche a livello di quella che Patota ha definito, già molti anni fa, «grammatica silenziosa»: il modello linguistico e stilistico proposto da Bembo emerge dalla sua stessa scrittura, quella del trattato sulla lingua così come di tutte le altre opere volgari. L’influenza sui contemporanei e sui posteri (si pensi per esempio ad Ariosto) passa da questa imitazione “pratica” forse prima ancora che dallo studio teorico delle sue norme. In quest’ottica le puntualissime analisi fonomorfologiche, sintattiche e stilistiche che La grande bellezza offre come esempi ai lettori permettono di verificare nella concretezza dei testi il grado altissimo di conformità del dettato bembesco ai suoi modelli e quanto l’opzione per il fiorentino trecentesco sia stata precoce, seppur scalfita inizialmente da interferenze settentrionali e toscane coeve, man mano erase dalle successive revisioni.

 

Riferimenti bibliografici

F. M. Bertolo, M. Cursi, C. Pulsoni, Bembo ritrovato. Il postillato autografo delle Prose, Roma, Viella, 2018.

G. Patota, La Quarta corona. Pietro Bembo e la codificazione dell’italiano scritto, Bologna, Il Mulino, 2017.

M. Faini, L’alloro e la porpora. Vita di Pietro Bembo, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 2016.

G. Patota, La grande bellezza dell’italiano. Dante, Petrarca, Boccaccio, Roma-Bari, Laterza, 2015.

Pietro Bembo e l’invenzione del Rinascimento, a cura di G. Beltramini, D. Gasparotto e A. Tura, Venezia, Marsilio, 2013.

C. Dionisotti, Scritti sul Bembo, a cura di C. Vela, Torino, Einaudi, 2002.

 

*Elisa Curti insegna Letteratura italiana all’Università Ca’ Foscari di Venezia. Si occupa in particolare di letteratura medievale e rinascimentale, con qualche sconfinamento nel Novecento. Tra le sue pubblicazioni: Tra due secoli. Per il tirocinio letterario di Pietro Bembo, (Gedit, 2006); Una cavalcata con Ariosto. L’Equitatio di Celio Calcagnini (Ferrara Arte, 2016); Fra le carte di Olindo Guerrini, voll. I-II (Odoya, 2017-2018). Ha inoltre scritto, insieme ad Elisabetta Menetti, un profilo di Boccaccio (Giovanni Boccaccio, Le Monnier, 2013) e curato l’edizione critica delle Lettere volgari di Angelo Poliziano (Edizioni di Storia e Letteratura, 2016).

 

 


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