01 giugno 2020

Il giocattolo poetico e l’insegnamento dell’italiano: struttura e libertà

 

La linguistica va a scuola

 

Gianni Rodari non ha speso molto inchiostro nella stesura di manuali o libri di testo per la scuola: ha preferito affidare la sua proposta pedagogica ai libri di racconti o filastrocche, o alle rubriche di «Paese Sera». Una sintesi teorica la offre però nella Grammatica della Fantasia. Introduzione all’arte di inventare storie (1973), concepita durante gli incontri di formazione per insegnanti tenuti a Reggio Emilia. Rodari dice che il lettore non vi troverà una teoria sistematica, ma alcune tecniche per imparare divertendosi, sviluppate grazie all’attenta osservazione del comportamento dei bambini e dei loro linguaggi.

Nell’invenzione di queste tecniche ha una parte importante la conoscenza della linguistica strutturalista, della semiotica e della narratologia, di cui Rodari comprende il potenziale didattico e poetico. La figura del linguista ricorre anche nella sua produzione narrativa: nel racconto Crunch! Scrash! ovvero Arrivano i Marziani compare il prof. De Mauris, docente di linguistica, esperto di fumettese e suonatore di strumenti a percussione. Evidente il riferimento a Tullio De Mauro, che dal canto suo aveva ben compreso la profondità della visione pedagogica di Rodari e come questa aderisse perfettamente ai principi dell’educazione democratica e di un rinnovamento in senso scientifico dell’insegnamento della lingua italiana.

Gli usi ludici e creativi della lingua servono a Rodari per condurre il bambino a prendere consapevolezza dei meccanismi che regolano il linguaggio e la comunicazione, quegli stessi meccanismi che sono al centro degli interessi delle più importanti teorie della linguistica novecentesca. Ricorrendo agli acrostici, Rodari dichiara di aver in mente il concetto di doppia articolazione del linguaggio, formulato da André Martinet negli Elementi di linguistica generale:

 

Sulla

Altalena

Saltano

Sette

Oche

 

Di fronte a un acrostico l’occhio è costretto a scorrere verticalmente e orizzontalmente il segno sulla pagina. Deve prendere atto che ogni parola può essere analizzata in una prima dimensione in cui ha una forma e un senso (sasso), ma anche in una seconda dimensione, in cui è costituita da una sequenza di unità che la distinguono da altre: s-a-s-s-o di contro a t-a-s-s-o o b-a-s-s-o, l-a-s-s-o, e così via immaginando le più varie combinazioni. L’acrostico invita il parlante a esplorare queste due dimensioni.

Molte filastrocche di Rodari associano parole prive di legame semantico o morfologico in base alla similarità dei significanti, cioè della loro forma esteriore: si creano così coppie di falsi derivati, parole che sembrano derivare l’una dall’altra, come matto e mattone. Una volta disposte nel testo, l’apparente nonsense rivela alla fine il suo messaggio. Ecco il giocattolo poetico:

 

Chi si somiglia / non sempre si piglia: / non sta sul gelso il gelsomino, / non va sul ciclo il ciclamino, / nella brocca non c’è il broccato, / nella buca non c’è il bucato, / chi porta basto non porta bastone, / tutti hanno un viso, non tutti un visone, / tutti hanno un capo, il fatto è normale, / ma non tutti hanno un capitale. (Libro dei Perché, p. 219)

 

Altrove sfrutta il meccanismo della composizione delle parole e della ricorsività, come nello scioglilingua sul presentatore televisivo:

 

Telecronista che teletrasmetti / che teleparli e telebalbetti, / se ti teleimpaperi e telefarfugli, / mezza Italia, si può dire, / ti manda a farti telebenedire (LP, p. 189)

 

L’elemento di origine greca tele- crea composti verbali e nominali ibridi: dai normali telecronista e teletrasmettere si arriva a soluzioni sempre più strampalate, sino all’eufemistico telebenedire.

È importante per Rodari rompere le attese, unire gli opposti e le cose lontane: cercare «un’ortica che non punga, / la cosa più corta che sia la più lunga, / il sole freddo, il ghiaccio che bolle, / il buio che brilla, il marmo molle…» (LP, p. 147). 

 

«Ridar sangue ai luoghi comuni, rinverdire le metafore»

 

L’intera “ludolinguistica” rodariana si alimenta della teoria del binomio fantastico. Favorire le associazioni originali vuol dire anche disinnescare gli automatismi linguistici, soprattutto se sono il riflesso di un pensiero non critico e imposto dall’esterno. Alla parola intesa come strumento di liberazione dell’individuo e delle sue energie creative si contrappongono i proverbi, gli slogan, le frasi fatte usate in modo automatico. Agendo su una delle sue proprietà più tipiche – la fissità – Rodari manipola questo materiale. Di qui la lotta ai vecchi proverbi e la proposta di inventarne di nuovi:

 

Chi va piano non arriva a Milano. / Can che abbaia / strada gaia. / Chi va con la pecora / impara a belare. / Ride bene chi ha tutti i denti. / Osso di sera / cena leggera, / osso di mattina / colazione poverina. / Il peggio sordo è quello / che fa finta di sentire. / Pensa dieci parole /prima di dirne due sole (LP, p. 191-192)

 

Alcuni vecchi proverbi contengono però un bel messaggio: si potrebbe allora crearne altri sul loro modello:

 

Chi ha testa di vetro / non faccia a sassate, / chi ha testa di ferro / non faccia a zuccate, / chi ha testa di legno / ai chiodi stia attento, / tenga la bocca chiusa / chi nella testa ha il vento (LP, p. 197)

 

Il racconto La torta in cielo nasce proprio da un pretesto idiomatico: è lo stesso Rodari a raccontare come l’espressione a pie in the sky, usata in inglese in riferimento a qualcosa di bello ma che ha pochissime probabilità di verificarsi, lo abbia condotto a scrivere un racconto, ambientato nella periferia romana del Trullo, che parla proprio di una torta sospesa in cielo.

La proposta educativa rodariana è piuttosto semplice: rendere impossibile un insegnamento dogmatico. Anche l’errore è visto come un’opportunità: entrando in rapporto dialettico con l’opzione corretta diventa anche uno strumento per avvicinarsi a essa. La pasticchina che diventa la mastichina, l’aggettivo putativo che si trasforma in più cattivo, la Lamponia per Lapponia, il serpente bidone, parente fantastico del serpente pitone, sono tappe nel processo di apprendimento che ci dicono che il bambino si sta appropriando di qualcosa di nuovo, sfruttando quel che sa.

 

A che gioco stiamo giocando?

 

Oggi la scuola è molto ricettiva nei confronti dell’insegnamento ludico e dei modelli pedagogici che esaltano il gioco, intenso sia come autonoma e libera sperimentazione (play), sia come partecipazione a giochi dotati di regole e scopi ben precisi (game). I libri di scuola prevedono quasi sempre esercizi ludici, spesso tratti dalla tradizione enigmistica (cruciverba, rebus, indovinelli) e antologizzano favole e filastrocche di Gianni Rodari, anche per affrontare questioni etiche e di cittadinanza.

La didattica dell’italiano a stranieri ha contribuito ulteriormente a diffondere tecniche ludodidattiche, come i giochi di ruolo. Si tratta di strumenti molto efficaci, specialmente in quei contesti in cui l’insegnante e gli alunni modulano insieme il gioco, lo adattano al contesto della classe, lo rendono unico e significativo. Le tecniche ludiche rischiano invece di perdere il loro potenziale e di trasformarsi in banali esercizi se rimangono carta morta, se non prendono vita nella classe o peggio si trasformano in automatismi che impigriscono, piuttosto che liberare il pensiero. Era chiaro ad Andrea Zanzotto, che già nel 1987 osservava in certa didattica un riuso delle tecniche rodariane privato di ogni affettività e “poesia”.

Oggi i social media e la facilità di accesso alla rete hanno favorito la costruzione di un contesto stabilmente “gamificato”. La gamification, cioè la ricreazione degli aspetti tipici del gioco (quiz, test, attribuzione di punteggi, bonus, premi, ecc.), è sfruttata in ambiti molto diversi per favorire l’apprendimento o addirittura la ricerca scientifica, ma anche per creare coinvolgimento sul web, per pubblicizzare prodotti che vanno dalle merendine per bambini ai mutui bancari, per conoscere gli orientamenti e le preferenze dei consumatori o degli elettori. Il processo ludico rischia allora di perdere la sua funzione liberatrice: anche in questo caso solo un’educazione libera e democratica sarà in grado di farci capire quando non vale più la pena stare al gioco.

 

Bibliografia

Rodari, Gianni, La grammatica della fantasia. Introduzione all’arte di inventare storie, Torino, Einaudi, 2018 (I ed. 1973).

Rodari, Gianni, Il Libro dei Perché, Torino, Einaudi, 2018 (I ed. 1980).

Zanzotto, Andrea, Anche la poesia ha un corpo. Intervista ad Andrea Zanzotto a cura di Carmine De Luca, in «Italiano e Oltre», 5, 1987, pp. 233-238.

 

Profilo biobliografico

Elisa De Roberto insegna Linguistica italiana e Didattica dell’italiano presso il Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università Roma Tre. In ambito didattico ha scritto con Claudio Giovanardi il manuale L’italiano. Strutture, comunicazione, testi (Milano, Pearson, 2018) e curato la miscellanea Fuori e dentro il libro di italiano (Firenze, Cesati, 2020), che raccoglie contributi di insegnanti e ricercatori su grammatiche e antologie per la scuola.

 

Immagine: Cagnaccio di San Pietro, Bambini che giocano (1925)

 

Crediti immagine: Cagnaccio di San Pietro / Public domain

 


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