01 giugno 2020

Filastrocca in fila italiana

 

Gianni Rodari si avvicina al genere filastrocca per caso, dalle pagine di una rubrica domenicale per bambini dell'Unità. Un approdo non voluto e cercato, che però fu subito un successo, con continue richieste di rime nuove, su argomenti e personaggi vari, da parte dei lettori stessi. La natura di poesia d'occasione della filastrocca è spiegata da Bruno Tognolini, uno dei più grandi filastrocchieri contemporanei, che, nel suo sito personale, descrive queste rime come una "fisarmonica", uno strumento mobile, "sociale, conviviale" che, a differenza del pianoforte, si può usare, appunto su richiesta, per far festa in qualunque momento e circostanza. L'essenza occasionale e volatile del genere si manifesta anche nelle vicende editoriali spesso tortuose di questi testi – vicende toccate anche alle filastrocche rodariane – che raramente nascono per far parte di progetti precostituiti e raccolte coerenti.

 

Dal paternalismo al surrealismo

 

Nonostante Rodari stesso, nell'introduzione a Il libro degli errori, sancisca la dimensione primariamente ludica e leggera della filastrocca, quando si autodefinisce "fabbricante di giocattoli", riferendosi proprio alle sue raccolte di filastrocche e favolette, attinge in realtà a un orizzonte letterario assai vasto, sostanziato dalla tradizione italiana e da spinte innovative internazionali. A partire dall'Unità d'Italia, con l'imporsi della scuola dell'obbligo e di un'adeguata educazione dell'infanzia per il contrasto all'analfabetismo dilagante, diversi poeti e scrittori, tra quelli più attenti ai temi sociali, si erano dedicati alla scrittura di versi per bambini. Angiolo Silvio Novaro, Francesco Dall'Ongaro, Marino Moretti, Diego Valeri, Arpalice Cuman Pertile, nomi che hanno popolato le antologie per le elementari per tutto il Novecento, ricorsero proprio alla filastrocca per parlare di pacifismo, uguaglianza, lavoro, contestazione del potere, persino di femminismo. A questo filone riformista Rodari seppe sottrarre la vena paternalista e la lingua arcaica e oscura e infondere la linfa nuova della fantasia, in un reale dialogo con i bambini. La leggerezza calviniana dei suoi testi fu il frutto di una studiata deaulicizzazione del linguaggio e del confronto con movimenti internazionali come lo strutturalismo e il surrealismo, con le suggestioni del futurismo, nonché con tutto il fervido mondo della grafica e del design – testimoniato dall'intenso sodalizio con Bruno Munari e Lele Luzzati – del fumetto e della coeva, innovativa produzione per ragazzi: Rodari stesso confessò, per esempio, di sentirsi profondamente debitore verso le vignette in versi di Sergio Tofano e la misurata ironia del Signor Bonaventura. Negli anni Cinquanta le prime raccolte rodariane, Il libro delle filastrocche e Il treno delle filastrocche, furono accolte da piccole case editrici vicine al Partito Comunista: Rodari, nonostante la fama maturata all'estero, in Italia era allora considerato solo un giornalista di sinistra prestato alle bagattelle per bambini. Quelle prime poesie mostrano in effetti una forte tensione ideologica: il lavoro degli operai, la lotta di classe, le ciminiere, i senza fissa dimora, le mondine, cariche di lavoro e povere di soldi, sono immagini che rimandano a una militanza attenta all'umanità dolente di quegli anni. L'immediatezza vivida della lingua è però già ben presente: si parla ai bambini in modo chiaro, senza lirismi e senza fini didascalici e moraleggianti, ma sempre nella tensione dell'impegno e dell'attenzione alla complessità del mondo. Le Filastrocche in cielo e in terra furono pubblicate da Einaudi nel 1960, le Filastrocche per tutto l'anno uscirono nel 1986 per Editori Riuniti: in 25 anni la letteratura italiana per ragazzi visse una rivoluzione copernicana, grazie anche alla coraggiosa operazione culturale di alcune case editrici, in particolare di Einaudi che, tra gli anni Sessanta e Settanta, fu capace di coagulare la migliore produzione autorale per bambini, non solo Rodari, ma anche i già citati Bruno Munari e Lele Luzzati, nonché Italo Calvino e Mario Lodi.

 

Limerick e Punto-e-Virgola

 

La lingua semplice delle filastrocche, come del resto quella delle favole, è tale per scelte lessicali e sintattiche, ma non per l'intelaiatura profonda, articolata in un ricco armamentario retorico. Molti componimenti di Rodari s'ispirano al limerick, genere poetico tipico della lingua inglese, elegante nonsense con uno modulo fisso: il primo verso introduce il protagonista, un secondo meglio lo delinea, i due successivi descrivono l'azione, infine l'ultimo fa da conclusione. Nella Grammatica della Fantasia il limerick è esplicitamente additato come ottimo strumento per esercitare la fantasia: Una volta un dottore di Ferrara/voleva levare le tonsille a una zanzara./L'insetto si rivoltò/e il naso puncicò/a quel tonsillifico dottore di Ferrara. L'abbrivio quasi cronachistico e lo sviluppo brillante, per altro, dovevano essere particolarmente congeniali alla penna del Rodari giornalista.

E ancora, tra le figure retoriche più usate da Rodari, la personificazione, il gioco straniante di animare l'inanimato, anche con inserti di discorso diretto: segni ortografici e di punteggiatura, come nel celeberrimo gruppo de La famiglia Punto-e-Virgola, che inaugurò il filone della poesia metalinguistica e della ludolinguistica, ma anche corpi celesti, animali, oggetti, come nel divertente dialogo tra il corredo scolastico in Buongiorno alla scuola.

 

Lo swing del lessico chiaro

 

La lunghezza è mediamente breve, anche se le Filastrocche per tutto l'anno hanno un respiro più dispiegato, vicino al racconto in versi. Se la rima prevalente è, come è tipico della filastrocca, quella baciata per distici, non mancano schemi diversi, specie in componimenti più intimi. La metrica segue leggera i ritmi delle situazioni evocate: quando Rodari parla di treni, per esempio, dispone gli accenti secondo il ritmo tipico dello swing. Era infatti un grande appassionato di musica, oggetto di riflessioni e proposte nei suoi scritti: una passione culminata nell'album Ci vuole un fiore del 1974, scritto a quattro mani con Sergio Endrigo. Di grande delicatezza ed efficacia alcuni componimenti quasi epigrammatici, che nel giro di quattro versi svelano l'orizzonte ideale dell'autore. Così è per esempio in La galleria, dove il tunnel attraversato da un treno è metafora delle buie difficoltà da attraversare rapidamente con fiducia o ancora in Alla formica, in cui si sovverte la morale della celebre favola: Chiedo scusa alla favola antica,/se non mi piace l'avara formica./Io sto dalla parte della cicala/ che il più bel canto non vende, regala.

Caratteristici sono il lessico e l'aggettivazione piana: buono, cattivo, bello e brutto, divertente, bugiardo, piccolo, grande, grosso, contento, felice, vecchio, sono espressione di un modo di qualificare basico, che non ama le astruserie e i mezzi termini: aggettivi che non conoscono particolari sfumature e sottodeclinazioni, non per pochezza, ma per nettezza, "parole dritte e chiare: amare, lottare, lavorare" (Il primo giorno di scuola). Incursioni in un vocabolario meno usuale hanno l'effetto di inserire l'elemento originale: malignetto, superbioso, pescoso, chiotti, drastico, brontolona, scalpitanti, cubitale, satanico, bizzarro, bisbetica, letichini. Emerge prepotentemente il ricorso alla sfera degli alterati: tra gli aggettivi piccoletto, poveretti, poveretta, poverina, poveraccio, magrino, curiosone, azzurrina, piccoletti, poverino, malatino, giallino, tra i nomi scolaretto, cavallino, piattino, acciughette, casetta, vicoletto, puntolino, legaccetti, baretto, botteguccia, laghetto, ometto, omino, ragazzetto, trombettina, vagoncini, sportellino, vecchine, quadernuccio, paginetta, zampetta. Una lingua affettiva, non stucchevole e di maniera, spia dello sguardo benevolo ed empatico dell'autore: celeberrima la Filastrocca delle parole in cui il poeta dichiara la sua passione per "parole belle e parole buone", e la sua avversione per quelle cattive, come guerra.

 

Il mondo nei nomi

 

E ancora, anche le filastrocche, come le favole, restituiscono il senso rodariano per la nomenclatura, una miriade di nomi propri, inseriti con gusto e a volontà: nomi di persona, come lo scolaro Giuseppe Moneta di Gastone, Carletto, Robin Robin il grassone, la signora Moriconi, il fachiro Kissa-Ki, Giovannino Perdigiorno, Zolletta, Dolcecuore, Glucosio il Dolcificatore, la dinastia dei Poltroni con il capostipite Poltrone Primo, detto il Dormitore e tutta la sua discendenza, il ragionier Pasquizio. E poi un pullulare di toponimi, italiani, come nel Giro d'Italia de Le filastrocche per tutto l'anno, Roma, con Ostia, Piazza San Cosimato, Via del Tritone, viale Buozzi, Napoli con il suo Pallonetto, Santa Lucia, Marechiaro, e ancora Genova, Milano, Torino, Venezia e poi Busto Arsizio, Livorno, Rho, ma anche esotiche e misteriose località straniere, Salamanca, Saragozza, Kiev, le rovine di Palmira, Pechino, Berlino, Lima, Bogotà, Cina, Scozia, Svezia, Argentina, Slovacchia, Cile, India, Congo. Nomi che guidavano i bambini a scoprire il mondo, in tempi in cui viaggiare era un lusso raro: l'indicazione dei luoghi come ampliamento dell'orizzonte in cui siamo immersi e in cui immaginare di fare esercizio di libertà. E, per finire, il tripudio poetico della geografia astronomica, negli anni della corsa alla conquista dello spazio, che servì ai bambini le imprese degli astronauti sul piatto della trasfigurazione fantastica.

 

Inventori di neologismi

 

La poetica rodariana è un viaggio non solo nella geografia reale, ma anche in una distopia sincronica, allegra e tutt'altro che angosciante: il pianeta Filomena e il pianeta Bruscolo, il pianeta degli alberi di Natale, lo zoo delle favole, il paese dei bugiardi, dalle parti di Chissà, il Museo delle lacrime, monte San Dolcino, città di Vanigliosa e tutta la grande galleria delle mete di Giovannino Perdigiorno. Luoghi dove sono consentiti intuitivi giochi di parole: invenzioni lessicali come spennello, anticappello, stemporale della filastrocca Parole Nuove appaiono un invito ai bambini di ogni tempo a farsi coniatori di vocaboli inusitati, a diventare audaci inventori di neologismi, protagonisti attivi della lingua in cui sono immersi.

 

Bibliografia

Marcello Argilli, Gianni Rodari, Einaudi, Torino, 1990.

Laura Baglioni, Gianni Rodari ‘favolista delle cose vere’, in AA.VV., Libri e scrittori di via Biancamano: casi editoriali in 75 anni di Einaudi, Educatt, Milano 2009, pp. 131-133.

Pino Boero, Una storia, tante storie. Guida all’opera di Gianni Rodari, Einaudi, Torino, 1992.

Mario Piatti, Gianni Rodari e la musica. Appunti pedagogici e proposte didattiche, Edizioni del Cerro, Tirrenia (PI), 2001.

Lucilla Pizzoli, Spinte all'unificazione linguistica: fattori linguistici ed extralinguistici, in La lingua nella storia d'Italia, a cura di Luca Serianni, Società Dante Alighieri, Roma, 2002.

Vanessa Roghi, Lezioni di Fantastica. Storia di Gianni Rodari, Laterza, Roma Bari, 2020.

 

Immagine: Screenshot da https://www.youtube.com/watch?v=UG_8b6WJqvI


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