01 giugno 2020

Il comunista mangiato dai bambini

 

Gianni Rodari era comunista. La premessa è necessaria se si vuole affrontare il suo linguaggio e la convivenza del giornalista con lo scrittore, il pedagogista, il poeta. E non solo per la sua biografia che lo porta subito dopo la guerra a dirigere il giornale Ordine Nuovo della Federazione di Varese del PCI, fino a quando nel 1947 viene chiamato all'Unità a Milano, dove diventa prima cronista, poi inviato speciale. Ed è sempre il Partito Comunista che nel 1950 lo chiama a Roma a dirigere con Dina Rinaldi il settimanale per bambini, il Pioniere, il cui primo numero esce il 10 settembre 1950.

 

Il giornalismo come rivolta contro il non detto

 

Nella scelta di Rodari per il giornalismo c’è consapevolezza di volere e saper usare gli attrezzi del mestiere, ma soprattutto la passione civile e politica che lo porta a mettersi a disposizione del partito, perché è un offrirsi a un’idea, «una sorta di missionariato politico» lo definirà Sibilla Aleramo. Nella biografia accurata e preziosa che Vanessa Roghi ha scritto per Laterza è riportata un'affermazione di Rodari stesso che lo spiega: «A quei tempi eravamo tutti molto disponibili: se ci fosse stato bisogno di un quadro nuovo nella cooperazione e mi fosse stata fatta la proposta di diventarlo, penso che avrei accettato».

E da comunista Gianni Rodari elabora il suo linguaggio giornalistico: da una parte dando voce alla rivolta etica contro il non detto, il taciuto, il nascosto del recente passato fascista; dall’altra rivolgendosi ad una platea di lettori che vive la ritrovata libertà come passione e sete di partecipazione e conoscenza dopo anni di arsura ignorante. Alla scrittura per bambini arriva attraverso il giornalismo. Lo confesserà lui stesso, in un'intervista, quando era già un autore noto: «Sono diventato scrittore per bambini per caso. È stata una necessità professionale in una pagina domenicale del giornale dove lavoravo, serviva qualcosa per i bambini. È così che incominciai a scrivere racconti ed è stata una scoperta anche per me stesso, che poi mi ha interessato spingendomi a capire che mestiere era, che senso aveva».

Il nesso che lega la scrittura per bambini e il giornalismo è profondo. Li lega il porsi delle domande come metodo, invece di arroccarsi sulle risposte preconfezionate. «Come deve essere un giornale nuovo? – scrive nel maggio 1952 – come si deve legare agli interessi dei ragazzi? Che cosa interessa i ragazzi? Come si può insegnare a conoscere la vita, la patria, il mondo, come può divertire senza illudere, svagare senza distrarre, educare senza annoiare, appassionare senza corrompere?» Domande che cercano una strada per comunicare. E a cui risponde con l'infinita curiosità che parte dalla cronaca, dall'osservazione del reale, dalla vita quotidiana.

 

Cipollino nato dalle inchieste

 

Non è un mistero che Cipollino, uno dei suoi eroi più amati, debba molto alle inchieste che il giovane Rodari aveva condotto proprio nei mercati rionali di Milano all’inizio della sua carriera giornalistica.

E poi la narrazione come strumento per aprire nuove strade alla conoscenza. Scrive Carmine De Luca, che ha studiato a lungo la sua attività giornalistica: fin dai primi articoli «egli mostra evidente il gusto di raccontare: concepisce il giornalismo come racconto. (…) Siamo praticamente ai confini tra giornalismo e fiaba senza che nessuno si senta tradito. Il gusto di raccontare è la cerniera tra cronaca e invenzione fantastica».

E proprio a partire dall’esperienza del Pioniere comincia a inventare temi, personaggi, storie, un vero e proprio linguaggio, per parlare ai ragazzi di pace, giustizia sociale, razzismo, solidarietà. Nessuno lo aveva fatto prima. Rodari fa di più: sostiene che non esistono temi che non si possono condividere con i più piccoli, esiste un problema di linguaggio, e proprio sulle parole comincia a costruire quella che sarà la sua poetica.

 

Il «Paese» di Benelux

 

Alla fine del 1958 Rodari lascia l’Unità per Paese Sera. È un giornale di sinistra ma non ha le responsabilità e le chiusure dell’organo di partito. Rodari è un uomo libero e qui trova la massima libertà. Per molti anni i corsivi della rubrica Benelux, sulla prima pagina, saranno la sua “Repubblica” dove potrà sorridere, denunciare, raramente irridere, più spesso smontare, ogni aspetto della vita sociale. Senza perdere un’occasione per difendere i più deboli. Non è un polemista dell’insulto: piuttosto un curioso analista, sempre a caccia dell’episodio buffo, insolito, rivelatore. E delle parole vuote, mal spese, ingannatrici. Benelux le rivela, con ironia, è «disvelante e chiarificatore – scriverà Antonio Faeti – tende a smascherare tutto quanto si oppone ad una condotta aperta».

 

Solitudine e libertà

 

Ho cominciato ricordando che Rodari era comunista e come abbia messo la sua vocazione e il suo talento al servizio degli ambiti che gli suggeriva il partito. Ma sue sono sempre state le scelte. Era un uomo disposto a mettersi in gioco per le idee in cui credeva, ma non era un uomo obbediente. La sua biografia è costellata di “no”, di fronte a qualsiasi autorità, pagandone i prezzi che pretendevano.

Sfugge alla nostra sensibilità, anestetizzata da un eterno presente povero di idee e deserto di ideali, l'estrema difficoltà e solitudine in cui visse Gianni Rodari nella sua avventura giornalistica. Non era facile proporre il suo modello di libertà. Il ragazzo di Omegna che aveva frequentato per un certo periodo anche il seminario, venne scomunicato dalla Chiesa cattolica proprio per il suo essere comunista. Ma doveva fronteggiare anche i sospetti dell’ortodossia. La sua attività è contrassegnata dall’opposizione netta, risoluta, tenace a tutta l’architettura delle proibizioni che circondava la vita dei bambini (e degli adulti). Risale al 1966 il suo decalogo all'incontrario in cui dimostrava come si insegnava ai ragazzi a odiare la lettura.

Nel 1992 Daniel Pennac cominciava un suo celebre saggio, intitolato in Italia Come un romanzo, con un incipit folgorante: «il verbo leggere non sopporta l’imperativo».

Avrebbe potuto aggiungere: come diceva Gianni Rodari 26 anni fa.

 

Immagine: Milano. Operai leggono il quotidiano "L'Unità"

 

Crediti immagine: Federico Patellani / Public domain

 

 


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