01 giugno 2020

C’era cento volte Giovanni di Omegna. A proposito di Lezioni di Fantastica di Vanessa Roghi

 

Per evitare che le celebrazioni offuschino la figura del celebrato è importante non disorientarsi, mantenendo un saldo contatto con la storicità del personaggio di cui ricorre l’anniversario. Altrimenti ricordare (dal latino recŏrdari, da cor, cordis ‘cuore’, sede della memoria secondo gli antichi) potrebbe trasformarsi in un inutile esercizio di retorica, anche se ‘ripassare dalle parti del cuore’, presso i moderni sede dei nobili sentimenti, è un’esperienza non trascurabile.

A non farci perdere l’orientamento e a svelare il prolifico scrittore (solo per l’infanzia?) di Omegna, Lezioni di Fantastica. Storia di Gianni Rodari (Roma-Bari, Laterza, 2020, pp. 296), un ritratto vivido ed efficace, realizzato dalla storica Vanessa Roghi. Attraverso uno studio approfondito e una ricerca su fonti ricchissime, l’autrice ci riporta nei confini netti della vita del personaggio cui tanto si è detto e tanto ancora si dirà, consegnandoci una fotografia né sbiadita né ritoccata di quel narratore amato e snobbato al contempo, noto e sconosciuto, e non si sa quanto compreso fino in fondo.

Questo è il punto: il lavoro della Roghi mira proprio a descrivere l’uomo narrandoci tutti gli «insiemi» (con cui proprio Rodari amava esercitare la sua fantasia) ai quali appartiene: egli non era infatti solo un narratore, solo un giornalista, solo un maestro o un funzionario di partito, era ed è molto di più.

Per liberare l’universo di Rodari da ammuffiti aggettivi ed anguste definizioni di una critica talvolta distratta e miope, per restituirci gli occhi con cui Rodari osservava e ci riconsegnava la realtà, quelli di un sentipensante (utilizzando l’evocativa parola coniata dallo scrittore uruguaiano Eduardo Galeano, 1940-2015), l’autrice si affida a chi, in un modo o in altro, lo conobbe ed ebbe a che fare con lui: ne emerge un ritratto equilibrato, a tratti commovente, ma mai celebrativo.

 

Tanti anni fa, negli anni Novanta del XX secolo, in uno sperduto carcere del nord della Spagna, era finito un maestro pacifista che si era rifiutato di fare il servizio militare, un insumiso, un obiettore totale. Era anche un mio amico. Gli portai la traduzione in castigliano delle Favole al telefono: aveva molto tempo a disposizione e sapevo che continuava a prepararsi le lezioni per i suoi amati alunni, per quando sarebbe uscito. Un giorno, da dietro il vetro sudicio del parlatorio, costernato, si scusò per aver regalato quel libro ad un detenuto, un ragazzo gitano cui aveva insegnato a leggere e che, innamoratosi di quella splendida finestra sul mondo, gli aveva chiesto di tenerla. Lo avevo già intuito, ma allora ebbi la certezza della capacità unica che aveva Rodari di parlare a tutti e di quanto le sue parole fossero in grado di superare il tempo e lo spazio.

«A Rodari, dice Tullio De Mauro, è accaduto qualcosa di simile a quanto capitò a don Milani e a Pasolini. Subito dopo la morte, c’è stata un’esplosione di interesse, di ricerche, di libri. Una autentica riscoperta come se “tutti noi, solo dopo, avessimo finalmente capito che cosa quegli uomini ci avevano voluto dire”».

Ne parliamo con l’autrice.

 

Sopra ogni cosa, dal suo libro emerge una grande passione per Rodari. Da dove nasce l’idea di raccontare questo autore?

Il mio libro La lettera sovversiva (Laterza, 2017) si chiude con una citazione di Gianni Rodari: «Tutti gli usi della parola a tutti mi sembra un buon motto, dal bel suono democratico. Non perché tutti siano artisti, ma perché nessuno sia schiavo». Era un libro che raccontava la storia culturale di Lettera a una professoressa, la sua genesi e i suoi esiti. Gianni Rodari si collocava perfettamente entro la genealogia del libro dei ragazzi di Barbiana, rappresentava parte di quel tessuto democratico, come lo aveva definito Tullio De Mauro che aveva contribuito a riformare il discorso sulla scuola in senso democratico. Mi è sembrato naturale così approfondire il suo punto di vista.

 

Sin dalle prime righe, si capisce che non abbiamo a che fare con una agiografia; al contrario, con rigore scientifico, metodo e un’immensa quantità di fonti, lei restituisce una biografia approfondita e appassionante. Se le venisse chiesto di descrivere Rodari ad una persona che non ne avesse mai sentito parlare, quali tratti metterebbe subito in rilievo?

Direi che Gianni Rodari è stato, prima di tutto, un essere umano meraviglioso che ha vissuto, da scrittore e da militante del Partito Comunista Italiano, tutte le contraddizioni del suo tempo e da ognuna e uscito migliore, perché generoso e disponibile e convinto, veramente, del valore emancipativo della conoscenza. Un intellettuale che non ha mai rimpianto il passato come luogo mitico, età dell’oro, paradiso perduto: consapevole dell’egoismo insito in ogni sguardo nostalgico, poiché toglie speranza e offusca lo sguardo.

 

La Fantastica, «magnifica e disconosciuta disciplina», che cos’è?

Rodari inizia a pensare alla Fantastica nel 1938, è lui stesso a raccontarcelo ne La grammatica della fantasia (Einaudi, 1973). Dopo aver letto i frammenti del filosofo Novalis scrive: «Un giorno, nei Frammenti di Novalis (1772-1801), trovai quello che dice: «Se avessimo anche una Fantastica, come una Logica, sarebbe scoperta l'arte di inventare». Era molto bello. Quasi tutti i Frammenti di Novalis lo sono, quasi tutti contengono illuminazioni straordinarie». La Fantastica è, dunque, il metodo per inventare le storie, metodo, non scienza, né manuale: un insieme di tecniche tenute insieme da una visione precisa, nitida. Immaginare, inventare, esercitare la fantasia non è un atto neutro ma un atto politico per immaginare il mondo in modo diverso. Chi si trova bene nel mondo così come è o peggio rimpiange quello passato stia ben lontano dalla Fantastica!

 

La parola può essere una gabbia, in cui si rimane intrappolati, o un parapendio per librarsi in aria. Che cosa significa la parola per Rodari?

La parola è al centro della riflessione di Rodari: non la frase, ma la parola. Una lezione molto probabilmente appresa dalle avanguardie, dall’ermetismo (Rodari ha amato moltissimo Eugenio Montale e i surrealisti). Intorno alla parola si costruisce la sua poesia, la sua “filosofia” (pensiamo al Libro degli errori, Einaudi 1964), la sua Fantastica (il sasso nello stagno, primo fra gli “esercizi” della Grammatica della fantasia, prende spunto dall’idea che la parola, come un sasso gettato in uno stagno smuove ricordi: «Non diversamente una parola, gettata nella mente a caso, produce onde di superficie e di profondità, provoca una serie infinita di reazioni a catena»).

Ovviamente il possesso delle parole è una questione di classe sociale negli anni Cinquanta, quando Rodari inizia a scrivere, e continua a rimanerlo a lungo, malgrado alcune importanti riforme come quella della scuola media del 1962. Ma questo discorso ci porterebbe troppo lontano.

 

Nel suo libro, lei cita molto Tullio De Mauro che, per esempio diceva di Rodari che «non era un antigrammaticale e un antitradizionalista. Al contrario, voleva che dell’intero potenziale delle grammatiche e delle tradizioni tutti, e non solo pochi, diventassero padroni, e lo diventassero scoprendo che la grammatica o la tradizione reale non è che una delle grammatiche, una delle tradizioni possibili». Un’utopia? Qual è il valore dell’utopia per Rodari? 

Che non ci sia niente di utopico nell’immaginare un mondo più giusto è banale dirlo. Si tratta, come avrebbe detto Rodari, di rimboccarsi le maniche e fare qualcosa per rimuovere gli ostacoli che impediscono agli esseri umani di essere uguali nella sostanza e non nella forma. Che non ci sia niente di utopico nell’immaginare una grammatica democratica lo sappiamo proprio grazie alla lezione di Tullio De Mauro e di tanti altri.

L’utopia dunque è per Rodari un luogo concreto di possibilità non un “nessun luogo”: infatti è sulla terra e non sulla luna che si realizza. In una scuoletta del Trullo, quartiere popolare di Roma. In un comune democratico, come era quello di Reggio Emilia negli anni Settanta. È chiaro che serve elasticità mentale, esercizio, immaginazione, generosità per immaginare che le cose possano andare diversamente: la fiaba allora diventa una palestra dove esercitare “tutte le ipotesi”.

 

Come lei ricorda, ai bambini, principali narratari delle opere di Rodari, lo scrittore si riferisce così: «La loro sensibilità al mondo delle parole è straordinaria, ridà sangue ai luoghi comuni, rinverdisce le metafore. […]. Fanno venir voglia di parlare in modo semplice e diretto di cose semplici e vere». Un’inascoltata lezione per il presente?

Inascoltata no perché anche grazie a Gianni Rodari lo sguardo sull’infanzia in Italia si è modificato e l’ascolto è parte della nostra migliore cultura pedagogica ma anche di genitori. Certo molti adulti sono passati indenni dalle cose più belle e importanti messe a punto da tanti intellettuali negli ultimi 100 anni. Poverini loro e poverini noi, mi viene da dire, che rimpiangono il mondo prescrittivo e autoritario della loro infanzia.

 

Nell’assurdo momento che stiamo vivendo, quali pagine di Rodari consiglierebbe di rileggere? O, con uno sforzo di fantasia, secondo lei che cosa direbbe Rodari di contagi, pandemie, confinamenti e varie ed eventuali?

Rodari va riletto tutto: le filastrocche, le favole, le novelle, gli articoli sui quotidiani o sui periodici, anche le poesie per gli adulti, meno note. Perché in Rodari c’è sempre vivo il lume della speranza. Io non so cosa avrebbe pensato oggi ma sono sicura di una cosa: avrebbe chiesto con insistenza di mettere al centro di ogni riflessione l’infanzia, perché nei bambini è scritto il nostro futuro. Ignorarlo è da pazzi.

 

Immagine: Why books are always better than movies? Paranormal levitation made with the free software Gimp

 

Crediti immagine: Massimo Barbieri / CC BY-SA (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0)

 

 


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