29 ottobre 2017

Vita e versi nella dialettica degli opposti

di Fabio Magro*

 

Nata dalla convinzione che «nessuno mai capirà nulla di me; l’Italia mi ha perduto come ha perduto Trieste», la Storia e cronistoria del Canzoniere, pubblicata da Saba nel 1948 con lo pseudonimo di Giuseppe Carimandrei, rappresenta come noto l’ambizioso tentativo dell’autore di proporre un’(auto)interpretazione complessiva della propria opera. Libro «singolare, infido e irritante» (Lavagetto), la Storia e cronistoria contiene comunque alcune affermazioni di straordinaria efficacia per inquadrare la poesia del triestino. Prendiamone almeno tre (sono le stesse, tra l’altro, con cui Lavagetto apre l’introduzione al Meridiano di Tutte le poesie di Saba): secondo Saba-Carimandrei dunque (1) «Il Canzoniere è il libro di poesia più facile e più difficile di quanti sono usciti nella prima metà di questo secolo»; (2) «tutto nel Canzoniere, il bene e il male, si tiene; e […] spesse volte quel bene è condizionato – magari illuminato – da quel male»; (3) «Il Canzoniere è la storia (non avremmo nulla in contrario a dire “il romanzo”, e ad aggiungere, se si vuole, “psicologico”) di una vita, povera (relativamente) di avvenimenti esterni; ricca, a volte, fino allo spasimo, di moti e di risonanze interne».

 

L’unità del Canzoniere

 

Si tratta di formule che da un lato ribadiscono con forza l’unità del libro che per tutta la vita Saba ha continuato a scrivere, ne attestano insomma lo statuto di vero e proprio Canzoniere (per cui la singola poesia vale contemporaneamente per sé stessa e in quanto inserita nella struttura macrotestuale, la quale tiene insieme e contempera il bene e il male e ne sviluppa la trama narrativa, sia pure con i tratti di “romanzo psicologico”); dall’altro invitano a cogliere la dialettica profonda che attraversa tutta la poesia sabiana, che vive nell’oscillazione costante tra i contrapposti poli o valori di “facile e difficile” (in ambito linguistico e stilistico), “bene e male” (sul piano dei contenuti e dei referenti simbolici), “fatti e risonanze interiori” (a livello di vicende esistenziali).

 

La nostalgia di un mondo luminoso e perduto

 

A voler entrare più nello specifico si potrebbe tentare di illustrare questa oscillazione allegando altre coppie oppositive che indichino di volta in volta gli estremi entro cui si agita, prende forma e trova il suo personalissimo equilibrio la poesia di Saba: si pensi ad esempio all’opposizione tra il linguaggio colloquiale e prosastico (branco, mulo, sgambetti, puttane ecc.) e gli aulicismi anche residuali della lingua della tradizione (dai sostantivi cor, istoria, istrada, ai verbi cangiare, impetrare, obliarsi ecc.; dagli aggettivi ascosi, picciol, romita ecc. agli avverbi anco, tosto, sovra ecc.); oppure al rapporto che si instaura tra il dialogato e certe preziosità sintattiche (soprattutto per gli iperbati e le inversioni); o ancora tra metrica della tradizione (i sonetti, l’endecasillabo, la rima) e metrica liberata (le inedite strutture su tre tempi, le forme aperte della maturità) e infine, passando dai tratti formali alla voce, si pensi al rapporto tra canto e racconto, tra registro lirico e gusto narrativo che attraversa tanta lirica sabiana. Tutto ciò non sarà poi senza relazione con l’altra grande e fondante polarità: quella tra autoesclusione, per un senso di estraneità dal mondo; e immersione nella calda vita, per un desiderio di identificazione con «tutti / gli uomini di tutti / i giorni».

La composizione della formula, o delle formule, può anche variare nel corso del tempo, ma gli ingredienti rimangono in buona sostanza questi: la poesia di Saba è sempre percorsa da fremiti e scarti, anche quando sembra accontentarsi di arrivare piana e «rasoterra» porta con sé, nella propria lingua, la nostalgia di un mondo luminoso e perduto.

 

Amai

 

Possiamo a questo punto chiederci come funzioni e quale finalità abbia questo impasto originale di forze divergenti. Prendiamo ad esempio un testo come Amai (da Mediterranee, che contiene poesie scritte fra il 1945 e il ’46):

 

Amai trite parole che non uno

osava. M’incantò la rima fiore

amore

la più antica difficile del mondo.

 

Amai la verità che giace al fondo,

quasi un sogno obliato, che il dolore

riscopre amica. Con paura il cuore

le si accosta, che più non l’abbandona.

 

Amo te che mi ascolti e la mia buona

carta lasciata al fine del mio gioco.

 

Si tratta di una serie di affermazioni di semplice e quasi disarmante chiarezza, con cui Saba fa una sorta di bilancio della propria scrittura poetica e insieme «una esibizione di metodo sul piano freudiano che ha anche certamente un valore di giustificazione, di excusatio, sul piano letterario» (Baldacci). L’esile struttura di queste strofette è sorretta dall’anafora del verbo che forse più di tutti sta a cuore a Saba, declinato al passato nelle quartine, che contengono una vera e propria dichiarazione di poetica, e al presente nel distico che chiama in causa direttamente il tu che sta oltre il testo.

Il componimento è in primo luogo in linea con l’idea di forma di Saba, agganciata sia pure in modo progressivamente più libero alla metrica della tradizione. Qui l’endecasillabo canonico e la rima disegnano un profilo che non si chiude del tutto: la regolarità della misura versale viene meno per la presenza del trisillabo (l’amato trisillabo), il disegno delle rime manca di un tassello (primo e ultimo verso rimangono irrelati).

Nel rivendicare l’uso di trite parole la prima strofa ribadisce orgogliosamente la condizione insieme di isolamento e privilegio del poeta (non uno / osava). La rima fiore : amore è assunta non solo in qualità di rima facile, ad alto tasso di disponibilità e di immediato ritorno emotivo (vi si agganciano poi cuore e dolore), ma anche come emblema di un linguaggio tradizionale ormai frusto e inservibile, a cui necessita una profonda e autentica (si legga «onesta») motivazione per tornare ad essere portatore di significato. E per quanto riguarda il significato, la seconda strofa ci rivela quanto sia profondo e moderno lo sguardo di Saba, quanto consapevole delle dinamiche che agitano la sua e nostra psiche, tra desiderio e rimozione, necessità e paura dello scavo interiore, abbandono e resistenza.

E ci dice anche di come il poeta sia colui che riesce a mettere in forma e restituire tutte queste tensioni, di come la sua carta da gioco sia infine un atto d’amore offerto al lettore.

 

Riferimenti bibliografici

Umberto Saba, Tutte le poesie, a cura di A. Stara, introduzione di M. Lavagetto, Milano, Mondadori, 1994.

 

Luigi Baldacci, Saba, in Id., Novecento passato remoto, Milano, Rizzoli, 2000.

Stefano Carrai, Saba, Roma, Salerno ed., 2017

Antonio Girardi, Metrica e stile del primo Saba, in Id., Cinque storie stilistiche, Genova, Marietti, 1987

Antonio Girardi, Le stagioni del «Canzoniere», in Id., Grande Novecento. Pagine sulla poesia, Venezia, Marsilio, 2010.

Pier Vincenzo Mengaldo, Umberto Saba, in Id., Poeti italiani del Novecento, Milano, Mondadori, 1978.

 

*Fabio Magro è Ricercatore di Letteratura italiana contemporanea presso l’Università di Padova. Si è occupato di lingua letteraria e non, in particolare tra Otto e Novecento. Ha pubblicato tra l’altro «Un ritmo per l’esistenza e per il verso». Metrica e stile nella poesia di Attilio Bertolucci (2005), Un luogo della verità umana. La poesia di Giovanni Raboni (2008), L’epistolario di Giacomo Leopardi. Lingua e stile (2012). Con Arnaldo Soldani ha scritto una storia del sonetto (Il sonetto italiano. Dalle origini a oggi, Carocci, 2017).


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