21 marzo 2022

Schwa: una questione identitaria

In questo momento è in corso un dibattito dai toni particolarmente accesi sull’utilizzo nella nostra lingua di un segno grafico, lo schwa, simbolo che indica una vocale dal suono indefinito utilizzato nell’alfabeto fonetico internazionale (IPA). Si tratta di una vocale che si trova in una posizione centrale, direi neutra rispetto alle 5 vocali a-e-i-o-u, e forse proprio per questa neutralità che suggerisce è da qualche tempo oggetto di una discussione estremamente polarizzata che, però, si sta allontanando dal motivo che ne ha visto la nascita. La discussione scaturisce infatti dalla necessità, per alcune persone, di utilizzare una lingua nella quale potersi identificare e dalla quale sentirsi rappresentate correttamente.

 

Non entrerò nel merito della questione prettamente linguistica perché non è il mio campo di studio, ma in quanto appartenente ad almeno un paio di categorie minoritarie provo un particolare interesse per il tema della rappresentatività delle minoranze, soprattutto della distribuzione del potere di autorappresentarsi attraverso la propria lingua. Mi concentrerò quindi sul carattere politico e identitario delle istanze che da più parti spingono verso un una lingua che sia maggiormente inclusiva nei confronti delle minoranze.

 

Più che inclusione, convivenza delle differenze

Parlando di inclusività della lingua, vorrei però prima di tutto sollecitare una riflessione sull’idea stessa di inclusione. Includere vuol dire letteralmente “chiudere dentro”, e in questo senso l’inclusione è spesso vissuta dalle minoranze come un gesto offerto loro dalla maggioranza, una maggioranza che ha il potere prima di escludere arbitrariamente chi ritiene non conforme ai propri parametri, e poi di includerlo in modo paternalistico, caritatevole, rendendolo in pratica un suo sottoinsieme. È per questo che sostengo la necessità di andare oltre l’inclusione, a cui preferisco l’idea di convivenza delle differenze, una convivenza che esprime rispetto e comprensione reciproci tra tutte le persone, a prescindere dalle proprie caratteristiche. Riflessione che trovo appropriata anche nei confronti di quello che viene definito (ormai con toni sempre più dispregiativi da parte dei suoi detrattori) linguaggio inclusivo, soprattutto perché sono convinto che la lingua debba necessariamente essere inclusiva, anzi, debba permettere la convivenza e la rappresentatività di tutte le differenze espresse dalla naturale variabilità di caratteristiche che chiamiamo diversità.

 

La lingua che parliamo ha un peso enorme nelle nostre vite: attraverso le parole ci scambiamo informazioni, comunichiamo stati d’animo e sensazioni, ci dichiariamo amore eterno o facciamo scoppiare guerre. Le parole hanno un ruolo che va oltre la trasmissione di concetti, sentimenti e informazioni, ma hanno a che fare anche con l’identità di ciascuna persona.

 

Narrazioni discriminatorie e identità

Sappiamo ad esempio che per chi appartiene a una minoranza, la percezione di sé attraverso gli stereotipi discriminatori alla base della narrazione che ne fa la maggioranza (che a seconda dei casi possiamo definire come razzismo, oppure omofobia, o sessismo interiorizzati ecc.), influisce negativamente sul rendimento scolastico o lavorativo, sull’autostima, e sembra essere collegata a una maggiore incidenza di disturbi depressivi. Se la nostra lingua ci descrive attraverso termini e stereotipi dispregiativi, se ci mostra come inferiori attribuendo un valore a dei semplici dati statistici, interiorizzeremo questa descrizione applicandola a noi stessi. La rappresentazione che la società fa di noi, il modo in cui ci vede e ci descrive ma anche l’assenza di parole che possano definirci per chi sentiamo di essere, hanno un effetto concreto sulla nostra vita.

 

Per molti individui, come le persone non binarie o gender fluid, o chiunque non si identifichi nel binarismo di genere dominante nella nostra cultura, ma anche per le persone che si identificano col genere femminile, l’uso del maschile sovraesteso – facente funzioni del neutro nella nostra lingua – può creare un problema di rappresentatività non risolvibile con l’uso di perifrasi, e nemmeno da un eventuale passaggio al femminile sovraesteso, che non risolverebbe la questione del binarismo di genere. È qui che entra in gioco la proposta, portata avanti tra le altre persone dalla sociolinguista Vera Gheno, di aggiungere una possibilità espressiva in più attraverso l’uso dello schwa che, rispetto a segni come l’asterisco o la chiocciola, avrebbe se non altro il vantaggio di essere facilmente pronunciabile.

 

La proposta dello schwa

Ma, appunto, si tratta solo di una proposta che tra l’altro si somma ad altre più o meno realizzabili. Il nocciolo della questione, a mio avviso, non è se lo schwa sia la soluzione ideale, ma la necessità aprirsi alla possibilità di sperimentare per far sì che la nostra lingua sia la lingua di tuttə, considerando che non si tratta di cambiamenti imposti da fantomatiche élite ma di spinte che arrivano dal basso, da chi parla e utilizza quotidianamente la lingua.

 

In generale, il diritto di autorappresentarsi viene dato per scontato da coloro le cui caratteristiche psicofisiche, sensoriali, culturali, religiose, etniche di orientamento sessuale o di genere rientrano in quella che è la frequenza media con cui si presentano nella popolazione ovvero, per dirla in modo più semplice, da quelle persone considerate “normali”. Se sei normale non stai lì a pensarci troppo perché più o meno la descrizione che il mondo fa di te attraverso il linguaggio ti sta bene. Il problema ovviamente sorge nel momento in cui alcune delle tue caratteristiche non rientrano in quei parametri che descrivono la categoria, creata artificialmente un paio di secoli fa, della normalità.

 

Qual è il vero problema

Ribadisco quindi che il problema non è lo schwa, e nemmeno l’asterisco, la u, la @ o l’eliminazione della desinenza di genere dai sostantivi di genere mobile. Il vero problema è non prestare ascolto a una necessità chiaramente espressa da una parte della popolazione, è nel minimizzare tali richieste sostenendo che non sia possibile stravolgere una lingua solo perché una minoranza non si sente da essa rappresentata. Un messaggio del genere equivale a dire: tu non conti nulla; se la lingua che parli non ti rappresenta adeguatamente, oppure ti rende invisibile, dovrai conviverci perché per me la cosa non ha importanza.

 

Ciò che trovo difficile da comprendere non è quindi il fatto che persone preparate nel campo della linguistica ci spieghino che l’uso dello schwa (e di altre formule) non sia cosa semplice nell’italiano scritto e parlato di oggi. Obiezioni del genere sono più che comprensibili e fanno parte di un dibattito fisiologico nell’evoluzione della lingua. Quello che si comprende meno è invece l’assenza di proposte alternative, è il liquidare con tono benaltrista una faccenda che per moltǝ è invece di importanza fondamentale proprio perché ne tocca le identità, il modo in cui noi permettiamo loro di esistere, anche linguisticamente.

 

Collaborare alla ricerca di soluzioni condivise

Sarebbe cosa utile a tuttə se cominciassimo a considerare la necessità di reciprocità nel processo di convivenza delle differenti identità che esistono nella nostra società mettendoci sullo stesso piano, non bollando come frivolezze delle richieste legittime, ma collaborando alla ricerca di soluzioni condivise. E ne sono ancora più convinto in un momento come quello che stiamo vivendo oggi, in cui alle posizioni intransigenti diventa imperativo rispondere con un dialogo che possa portare a una costruttiva, rispettosa, pacifica e responsabile convivenza.

 

 

Immagine: La bandiera delle identità non binarie, via Wikimedia Commons

 

 

 

 

 

 

 

 


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