01 febbraio 2021

Scrivere per immagini

Sciascia tra cinema e arti figurative

Leonardo Sciascia fu, fin da giovane, un grande appassionato di cinema e di arte figurativa ed era solito frequentare il cinema di Racalmuto con alcuni suoi amici. Probabilmente all’epoca il giovane Sciascia non immaginava che diversi suoi romanzi sarebbero stati trasposti in opere cinematografiche, anche da registi di fama internazionale, come avvenuto nel caso di A ciascuno il suo (1967) e Todo modo (1976) di Elio Petri, Il giorno della civetta (1968) di Damiano Damiani, Cadaveri eccellenti (1976) di Francesco Rosi, Porte aperte (1990) di Gianni Amelio e tanti altri. D’altronde, lo stesso Sciascia riconosceva di scrivere testi simili, per molti aspetti, a delle sceneggiature, cosa che probabilmente facilitò coloro che vollero cimentarsi nell’adattamento cinematografico dei romanzi.

Dopo essermi consultato con Fabrizio Catalano, regista, scrittore e nipote abiatico di Leonardo Sciascia, ho indagato sull'aspetto figurativo della letteratura di Sciascia e le connessioni con il cinema e, più in generale, le arti visive che sempre lo appassionarono in quanto scrittore, intellettuale, ma anche collezionista esperto.

 

Una storia semplice

 

Effettivamente la prosa di Sciascia è spesso caratterizzata da descrizioni minuziose di vere e proprie scene, con allusioni specifiche a dettagli non soltanto sul fronte dell’ambientazione, ma anche con riferimento a movimenti, dinamiche, azioni, i cui passaggi sono descritti spesso in rapida successione, non come didascalie in una sceneggiatura, ma come immagini in movimento. Lungi dal volermi cimentare in un’analisi specificamente tecnica e nella definizione della funzione e della forma opportuna di un dialogo all’interno di una sceneggiatura, ritengo però che le parti dialogate, in alcuni romanzi di Sciascia, si prestino facilmente ad essere recitate al cinema o anche in teatro, senza che si rendano necessari troppi rimaneggiamenti. Tutto questo risulta evidente, per esempio, nel romanzo Una storia semplice (1989); ma, come sottolinea Fabrizio Catalano, non si può dire lo stesso di altri libri come, per esempio, Il cavaliere e la morte, pubblicato sempre nel 1989, che, come spiega Catalano, “ha una dimensione interiore lontanissima dal cinema e che il cinema non potrà mai rendere minimamente”. A proposito del primo romanzo citato, riporto di seguito un passo che documenta l’uso che Sciascia, da narratore, era solito fare della lingua per rappresentare immagini in forma quasi cinematografica:

 

“Entrarono nel recinto, che non era fatto, come guardando da giù si poteva credere, di semplici muri: erano magazzini, le porte chiuse da lucidi catenacci, che circondavano il villino, davvero grazioso e con molti segni di disgregazione, di rovina. Vi girarono intorno. Tutte le imposte erano chiuse, tranne di una finestra dai cui vetri si poteva guardar dentro. Stando nella luce abbagliante di quella mattinata di marzo, videro dapprima confusamente l’interno: poi cominciarono a distinguere e a tutti e tre, ripetendo la prova facendosi schermo del sole con le mani, parve certo si vedesse un uomo che, di spalle alla finestra, seduto a una scrivania, vi si fosse accasciato.

Il brigadiere prese la decisione di rompere il vetro della finestra, di aprirla, di entrare nella stanza: l’uomo poteva esser crollato per un malore, si era forse in tempo a dargli soccorso. Ma l’uomo era morto, e non per sincope o infarto; nella testa, che poggiava sulla scrivania, tra la mandibola e la tempia, era un grumo nerastro.” (L. Sciascia, Una storia semplice, Milano, Adelphi, 1989)

 

Sciascia indugia sui dettagli in modo mai retorico né tantomeno barocco, ma sempre attraverso una prosa lineare e con un ritmo incalzante. Sembra davvero di vedere la scena. L’autore sceglie con attenzione le parole: i nomi, gli aggettivi, le forme verbali. E le incasella nei periodi, al fine di suggerire al lettore un’immagine assolutamente nitida ed immediatamente visualizzabile. D’altro canto, di conseguenza, il testo appena citato ha in sé anche tutti gli elementi utili a un regista per immaginare le azioni degli attori e ad uno scenografo per realizzare con facilità, materialmente, la scena. Si noti, nella parte finale in particolare, il realismo della macabra descrizione di un dettaglio del cadavere trovato dai carabinieri.

 

Clerici, Tranchino, Guttuso

 

A questo proposito, si riconosce nello stile di Sciascia un’attenzione tipica di chi ha maneggiato, da critico e da studioso, le arti figurative. Sciascia, come già anticipato, era anche un appassionato collezionista di stampe, dipinti, disegni, ma anche amico di pittori e artisti con i quali era solito dialogare e confrontarsi. Tra questi ricordiamo, come confermato da Fabrizio Catalano, Fabrizio Clerici, autore di molte delle copertine dei libri di Sciascia, Gaetano Tranchino e naturalmente Renato Guttuso. Tranchino condivideva con Sciascia l'interesse per l’arte metafisica e, come dichiarato dallo stesso artista, nel corso di un’intervista rilasciata a Fabrizio Catalano, un interesse per l’uomo, come oggetto della sua arte, più che per paesaggi o altro. E tale interesse è provato dalle parole che Sciascia utilizza nei suoi romanzi. L’amore di Sciascia per l’arte figurativa è testimoniato anche dal romanzo Todo modo (1974), ricco di riferimenti ad opere artistiche, di cui protagonista è un pittore. Nel romanzo compare il quadro Le tentazioni di Sant’Antonio, che Sciascia vide per la prima volta, come spiega Catalano, in occasione di un viaggio a Siena con il pittore e scenografo Fabrizio Clerici. In A ciascuno il suo (1966) sono presenti riferimenti all’Odalisque di Eugène Delacroix e al pittore François Boucher ne Il consiglio d’Egitto (1963). L’opera d’arte interviene dunque come vero e proprio personaggio nella narrazione di Sciascia, facilitata dall’uso di uno stile descrittivo e lineare.

 

Il collezionista

 

A proposito del rapporto tra la letteratura di Sciascia e l’arte figurativa, Fabrizio Catalano evidenzia anche un distacco tra la passione per l’arte del nonno e il suo impegno letterario. Spiega infatti che Sciascia, che si potrebbe ritenere interessato all’arte impressionista, da amante dell’arte fu collezionista di opere molto diverse, come i manifesti liberty di Alphonse Mucha. A proposito del nonno, Fabrizio Catalano afferma inoltre che “in letteratura lo diresti più vicino a Zola che a Mallarmé, ma nell’arte fu più vicino ad artisti che somigliarono a Mallarmé”. Catalano spiega inoltre che Sciascia aveva un particolare interesse per l’arte erotica, che non trova alcun riscontro effettivo nella sua opera letteraria. Fu infatti collezionista di alcune incisioni di Félicien Rops, che illustrò anche Les fleurs du mal di Charles Baudelaire.

 

L’osservatore

 

A proposito della collaborazione tra Guttuso e Sciascia, Catalano riporta un interessante aneddoto. È noto che Guttuso abbia realizzato una celebre illustrazione per il romanzo Morte dell’inquisitore (1964). Il padre di Fabrizio, Antonino Catalano, genero di Sciascia, in occasione dei lavori di restauro del palazzo medievale Chiaramonte a Palermo, detto anche Steri (attualmente sede del rettorato dell’Università degli Studi di Palermo), assistette al rinvenimento di una nicchia identica a quella raffigurata da Guttuso per il romanzo del suocero, che né il pittore né Sciascia potevano aver mai visto. È la prova che il confine tra arte e realtà è davvero sottile. La lingua di Sciascia tiene conto della forza creatrice della parola, scegliendo termini semplici, diretti e inserendoli in strutture sintattiche di immediata comprensione.

L’io narrante di Sciascia ha spesso l’accortezza e la sensibilità di chi è solito osservare un’immagine con attenzione, nel tentativo di memorizzarne ogni dettaglio e ogni peculiarità, al fine di incasellarli all’interno di una riflessione critica più profonda, anche se non necessariamente messa per iscritto. Il narratore è un attento osservatore, nel quale si può riconoscere lo Sciascia amante del cinema e attento conoscitore d’arte.

 

 

Testi citati e letture consigliate

Leonardo Sciascia, Il consiglio d’Egitto, Torino, Einaudi, 1963.

Id., Morte dell’inquisitore, Roma-Bari, Laterza, 1964.

Id., A ciascuno il suo, Torino, Einaudi, 1966.

Id., Todo modo, Torino, Einaudi, 1974.

Id., Una storia semplice, Milano, Adelphi, 1989.

Id., Il cavaliere e la morte, Milano, Adelphi, 1989.

Lavinia Spalanca, La tentazione dell’arte, Caltanissetta, Salvatore Sciascia Editore, 2012.

 

Immagine: Le tentazioni di Sant’Antonio

 

Crediti: Rutilio Manetti

 

 


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