02 febbraio 2021

Un onorevole siciliano

Questo sintagma (di certo giocato sulla polisemia di onorevole) dà il titolo ad un libro di Andrea Camilleri in cui è raccontata l’esperienza parlamentare di Leonardo Sciascia, tra il 1979 e il 1983 tra le fila del Partito Radicale.

Prima di sedere sugli scranni del Parlamento, Sciascia era stato consigliere comunale a Palermo (come indipendente nelle liste del PCI nel 1975), carica da cui si dimise – non senza polemiche – pochi mesi dopo per la sua forte contrarietà al compromesso storico (che ai suoi occhi restava comunque una sorta di milazzismo; cfr. Camilleri 2009: 12): «Volevo far parte di una pattuglia di guastatori. Ma non credo di essere stato un ingenuo: in fondo, era un compito utopistico […]. Poiché si doveva stare in consiglio comunale soltanto per lasciare fare le cose che non si dovevano fare, me ne sono andato» (Sciascia 1982: 16). Fatto sta che alle politiche del 10 giugno del 1979 egli si presenta nella lista del Partito Radicale e viene eletto sia al Parlamento europeo sia alla Camera, per la quale opterà, dimettendosi da europarlamentare. Come deputato egli parteciperà attivamente alle sedute con interrogazioni ed interpellanze e sarà anche membro della commissione d’inchiesta sul sequestro e l’assassinio di Moro, presentando alla fine anche una relazione di minoranza.

 

Pochi foglietti ma con parole scolpite nella pietra

 

Gli interventi del grande siciliano toccano punti nevralgici di quel periodo buio della storia italiana, all’indomani dell’omicidio Moro: le lungaggini della giustizia, i rischi legati alla concessione di poteri eccezionali alle forze di polizia, la dilatazione dei tempi della carcerazione preventiva, la mafia e le sue collusioni, il caso Evangelisti e i finanziamenti illeciti ai partiti, il caso Donat-Cattin, lo scandalo dei petroli e il caso Pecorelli, le frodi legate alla ricostruzione dopo il terremoto del Belice, la violenza sui detenuti per terrorismo, l’omicidio del magistrato Ciaccio Montalto. Il tutto inserito in una cornice di omicidi “eccellenti”, per usare un aggettivo caro a Sciascia (Mengaldo 1994: 64).

Ma vediamo come si presenta la comunicazione politica di Sciascia. Ciò che innanzitutto colpisce è la complessiva brevità, essenzialità degli interventi. In media 500-600 parole. Discorsi quindi di pochi, pochissimi minuti: «pochi foglietti ma con parole scolpite nella pietra», per dirla con Marco Boato. Poche incisive parole, drappeggiate e incorniciate da una struttura retorica tutt’altro, essa, che semplice.

Silverio Novelli, in un sentito articolo (Sciascia, la parola che illumina, Lingua italiana-Treccani.it, 2009), afferma a ragione che lo «Sciascia saggista» è perfettamente, nell’uso della lingua, «coerente con lo Sciascia narratore». Sentiamo, soprattutto in relazione ad alcune caratteristiche che sono state attribuite alla sua scrittura (concretezza ed esattezza: Coletti 1993; serie ricchissima di variazioni e giochi retorici: Testa 1997), di potervi accostare anche lo Sciascia parlamentare.

Da una parte abbiamo la forte volontà dello scrittore di illuminare gli avvenimenti (riprendiamo la metafora di Novelli): «i discorsi altrui intende smascherare e le parole altrui spogliare di ogni ipocrisia» (Novelli 2009); dall’altra non rinuncia ad una tessitura retorica a tratti stringente che si nutre, come vedremo, di particolari addendi, spesso ricorrenti (anafore, correctiones, dittologie, poliptoti, climax), che conferiscono al suo dettato discorsivo «un’impronta personalissima», per dirla ancora con Novelli. Senza dimenticare, come ricorda Benzoni 2004, che Sciascia in Parlamento «rimane in primo luogo un uomo di pensiero e di lettere»: e si vedano i riferimenti a Manzoni, a Sartre, a Hess, al poliziesco americano, a De Amicis, alla storia (dal Codice Zanardelli a Don Pietro Ulloa), a scritti ed interventi di suo pugno.

 

Lo stile di Leonardo Sciascia in Parlamento

 

Nell’impossibilità di trattare per intero tutti gli interventi parlamentari, ci limiteremo a pochi, ma significativi, assaggi.

Il primo di essi (del 10 agosto 1979) vede sul tavolo la questione del programma del nuovo governo di cui il Presidente Pertini aveva incaricato Francesco Cossiga (già ministro dell’Interno durante il caso Moro e spontaneamente dimessosi).

Il discorso è tutto percorso da una fitta figura etimologica giocata sulle parole governo/i (18), governabile (2), ingovernabilità (1), ingovernabile/i (4), ingovernati (1), governare (3), governativa (1), governabilissimo (1) per un totale di ben trentuno occorrenze. Solo un piccolo campione: «La campagna elettorale che ha portato a questa legislatura è stata da più parti, ma non certamente dalla nostra, svolta sul tema dell’ingovernabilità di questo paese. In realtà, questo paese è invece il più governabile che esista al mondo […]. Basta viaggiare in treno o in aereo, entrare in un ospedale, in un qualsiasi ufficio pubblico, avere insomma bisogno di qualcosa che abbia a che fare con il Governo dello Stato […] per accorgersi fino a che punto del peggio sia governabile questo paese e quanto invece siano ingovernabili coloro che nei governi lo reggono: ingovernabili e ingovernati non dico soltanto nel senso dell’efficienza; intendo soprattutto nel senso di un’idea del governare, di una vita morale del governare. Tutto ciò che in questo paese è ingovernabile, eversione e criminalità principalmente incluse, risiede appunto nel modo di governare».

L’effetto deve essere stato, ascoltandolo, di un continuo, martellante gong, una valanga verbale che di fatto ribalta il concetto dell’ingovernabilità dell’Italia in ingovernabilità di chi la governa. Partendo proprio da questo rovesciamento di fronti, vi è la ficcante logica del discorso che porta Sciascia a chiedere conto a Cossiga dei veri motivi che hanno portato alle sue dimissioni da ministro dell’Interno. È chiaro che per lo scrittore la conduzione delle indagini sul rapimento sia stata – specie in alcuni momenti – quasi farsesca (e come non condividere la sua opinione, basterebbe una sola parola: Gradoli…) e che il Governo che si stava per formare sembrava «quasi fatto apposta per durare quanto durerà la Commissione di inchiesta sul caso Moro».

 

Un piccolo capolavoro retorico

 

Il 17 dicembre 1979 è sul tavolo il tema dell’uso delle armi da parte delle forze dell’ordine (tra le misure ritenute necessarie per fronteggiare il terrorismo brigatista). Il discorso di Sciascia è un piccolo capolavoro retorico. Egli parte dall’ovvia constatazione che la sua interpellanza può sembrare (con una climax) «dissonante, inopportuna, non rispondente al momento che attraversiamo», salvo poi rovesciare poche righe dopo l’assunto, in nome della libertà e del diritto che vogliono che tali affermazioni bisognasse «farle, ribadirle e dibatterle, quale ne sia il rischio, anche nei momenti più inopportuni». La seconda climax, l’uso della frase marcata (qui «studiato effetto d’oralità» Benzoni 2004: 122) e la ripresa dell’aggettivo inopportuno incidono con forza sull’enunciato. Con due forti climax successive Sciascia dimostra l’inutilità di tali leggi e lo fa in nome del trentennio di vita democratica che lo Stato italiano ha alle spalle. Implacabile il paragone “storico”: le leggi speciali e il delitto d’onore concesso nel codice Zanardelli sono messi sullo stesso piano.

La seduta del 3 marzo 1981 ruota attorno alla scandalosa gestione per la ricostruzione del Belice distrutto da un terremoto tredici anni prima (15 gennaio del 1968). Sciascia chiede con fermezza al governo lumi sullo stato delle indagini. Si veda in conclusione di intervento, la sarcastica reiterazione della parola auspicio: «E il sottosegretario conclude con l’auspicio. È troppo poco, direi, che il Governo concluda con l’auspicio; l’auspicio lo lasci ai semplici cittadini che non hanno nessun potere e che “hanno” l’auspicio che finalmente vada in galera chi ci deve andare, che si chiarisca questa terribile e annosa vicenda».

La forte tensione etica e civile, l’animo garantista del siciliano nonché la sua forte presa di posizione contro la tortura (una costante nella sua narrativa, da Il consiglio d’Egitto, alla Morte dell’inquisitore alla prefazione alla manzoniana Storia della colonna infame, cfr. Camilleri 2009: 101) emergono con toni accesi nel discorso del 23 marzo 1982, in seguito alla pubblicazione su la Repubblica di un’intervista ad un funzionario di polizia che rivelava l’uso della tortura sui prigionieri per farli parlare. Sciascia con forte vis polemica (il suo bersaglio qui è l’allora ministro dell’interno, Rognoni) afferma che ha diritto come parlamentare di cercare la verità (col consueto accumulo: «In Italia basta che si cerchi la verità perché si venga accusati di convergere col terrorismo nero, rosso, con la mafia, con la P2 o con qualsiasi altra cosa!»).

 

Ciaccio Montalto, il clou e il chiodo

 

È il 25 gennaio 1983: il sostituto procuratore di Trapani, Giangiacomo Ciaccio Montalto viene assassinato dalla mafia. Un articolo sul Messaggero rivela che il magistrato aveva confidato di sentirsi minacciato da Cosa nostra già otto anni prima. Due giorni dopo alla Camera il dibattito vede Sciascia ribattere con forti argomentazioni alle giustificazioni di Rognoni (Ciaccio Montalto non aveva la scorta) che si barcamena come può («Così mi era stato detto! […] fatti specifici che mi pare non fossero fatti mafiosi […] Io ho letto così!»). Il deputato siciliano gli replica sferzante, e sembra quasi di vederlo salire in cattedra a rispiegare la lezione ad uno studente che non l’ha capita bene: «No, non possiamo leggere due cose diverse trattandosi dello stesso articolo. L’episodio si è svolto in questi termini: si sentiva minacciato dalla mafia che credeva fosse anche dietro quel processo. Quindi, il fatto che nel 1976 un magistrato – quando ancora non si uccidevano magistrati – si sentisse in pericolo, credo dovrebbe essere un elemento importante nelle indagini. Cioè non si parta dai fatti di oggi o di ieri ma si risalga un po’ più indietro». Si noti il forte inciso, tristemente sarcastico (quando ancora non si uccidevano magistrati). L’episodio che Sciascia racconta dopo, lasciando intendere apertamente la collusione tra mafia, società e politica, ha un effetto quasi da parabola. La chiusa non è meno didascalica, ma volutamente giocata: «Lei è uomo troppo intelligente perché io le dica dove sta il clou della faccenda; ed è il chiodo su cui bisogna battere», con il voluto effetto plurilinguistico clou/chiodo (Benzoni 2004: 122).

 

Suggerimenti di lettura

Benzoni 2004 = P. Benzoni, Sullo stile dell’onorevole Sciascia, in «Todo modo. Rivista internazionale di studi sciasciani», IV, 2014, Firenze, Olschki, pp. 117-127.

Boato 1993 = M. Boato, Pochi foglietti ma con parole scolpite nella pietra, in «Euros» 3-4, maggio-agosto (citato in Camilleri 2009).

Camilleri 2009 = A. Camilleri, Un onorevole siciliano. Le interpellanze parlamentari di Leonardo Sciascia, Milano, Bompiani.

Coletti 1993 = V. Coletti, Storia dell’italiano letterario. Dalle origini al Novecento, Torino, Einaudi.

Mengaldo 1994 = P. V. Mengaldo, Il Novecento, Bologna, Il Mulino.

Novelli 2009 = S. Novelli, Sciascia, la parola che illumina; consultabile all’indirizzo <https://www.treccani.it/magazine/lingua_italiana/articoli/percorsi/percorsi_55.html>

Sciascia 1982 = L. Sciascia, La palma va a Nord, Milano, Gammalibri.

Testa 1997 = E. Testa, Lo stile semplice. Discorso e romanzo, Torino, Einaudi.

I testi dei discorsi di Sciascia sono tratti dall’archivio storico della Camera (<https://storia.camera.it>).

 

Crediti immagine: totò bonanno - all rights reserved, CC BY-SA 4.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0>, via Wikimedia Commons

 


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