03 febbraio 2021

Tullio De Mauro e Leonardo Sciascia, e un’Italia da spazzare

In una “lettera” al Direttore di «Nuova Antologia» dell’ottobre-dicembre 19961, Tullio De Mauro sembra liberarsi di un peso che cercava di scrollarsi di dosso da tempo, ma pare con scarso successo. La lettera si intitola significativamente “Io, uomo della terza Italia”.

Già in apertura l’autore assume una posizione decisa a proposito di un giudizio contenuto nel fascicolo di aprile-giugno della stessa rivista; De Mauro contesta «l’impressione constatativa» fatta propria da la «Nuova Antologia» che lo aveva collocato «tra i laici di ispirazione marxista». La collocazione pare aver infastidito non poco lo studioso; l’amarezza si coglie nel tono deciso, tra l’arrabbiato e l’ironico, il serio e il leggero, del suo puntiglioso precisare. Eppure, nonostante il suo rifiuto motivato, il giudizio lo ha accompagnato fino all’ultimo giorno. Anche dopo la sua morte i benpensanti, sempre in agguato, hanno ricordato al mondo che le rovine della scuola e della lingua italiana avevano un nome e un cognome, quello appunto del grande linguista, colpevole di aver suggerito agli insegnanti di questo Paese di insegnare la grammatica con la testa e col cuore, e di rendere più intelligente e articolato lo studio della lingua italiana.    

Nella lettera De Mauro cita esplicitamente Leonardo Sciascia. Lo cita riportando le parole dell’amico in un contesto in cui l’atmosfera culturale e politica degli anni ’80/’90 e l’atteggiamento di buona parte degli intellettuali vengono realisticamente descritti: « … io non sono comunista; io vorrei solo una scuola che funzionasse e educasse davvero, vorrei ospedali efficienti, servizi funzionanti, una società più libera e colta. In Europa, sarei un socialdemocratico, forse perfino un conservatore. Ed è per questi motivi che, in Italia, voto comunista e sono accanto al PCI, sperando. Ma – aggiungeva lo scrittore siciliano – forse nemmeno il PCI basterà a risanare questa “Italia da spazzare”».

È lo stesso De Mauro a scrivere dei sottili meccanismi che in quegli anni avevano portato tanti intellettuali ad avvicinarsi – almeno nell’urna elettorale, e con timidi entusiasmi o con rassegnazione – al PCI o ai suoi epigoni o alle sue appendici. Scrive, prima di citare l’amico: «Leonardo Sciascia esprimeva bene l’animo di tanti che prima o poi, non comunisti e, se di professioni intellettuali, non marxisti, a mano a mano giungevano vicini ai comunisti fino a confondersi con essi». Ed è lo stesso De Mauro che descrive, al tempo stesso, l’atteggiamento di tanti opinionisti e di superficiali commentatori («torpido establishment» lo definisce) volto a semplificare il mondo e a dividerlo con le armi improprie del bene e del male assoluti, e pronto a dimenticare che, al di fuori della dicotomia Dc/Pci, esisteva una terza Italia, con una lunga storia, anche gloriosa, e con radici profonde.

Ben descrive De Mauro questi stati d’animo e queste gabbie entro le quali è stato facile per tanto tempo chiudere tutto e tutti, gabbie nelle quali tanti delle generazioni vicine alla sua (e non solo alla sua) si sono potuti facilmente ritrovare.

Col crescere della fama (ricordiamo che la Storia linguistica dell’Italia unita è del 1963, e che l’opera aveva subito suscitato ampio e vivace dibattito; «l’Unità» ad esempio lo aveva stroncato), lo studioso era chiamato a prendere posizione, anche se l’uomo continuava a camminare per la propria strada ben segnata. Non si deve dimenticare che era cresciuto e si era formato in ambiente napoletano nel quale la voce della terza Italia era ben chiara, e fondata su una viva e gelosa tradizione.

 

Un clima pesante

 

Per provare a dare l’idea viene in mente Vittorio Sereni che questo clima e questi drammi personali ha ben messo in poesia:

 

Un sogno

Ero a passare il ponte

su un fiume che poteva essere il Magra

dove vado d’estate o anche il Tresa,

quello delle mie parti tra Germignaga e Luino.

Me lo impediva uno senza volto, una figura plumbea.

“Le carte” ingiunse. “Quali carte” risposi.

“Fuori le carte” ribadì lui ferreo

vedendomi interdetto. Feci per rabbonirlo:

“Ho speranze, un paese che mi aspetta,

certi ricordi, amici ancora vivi,

qualche morto sepolto con onore”.

“Sono favole, - disse – non si passa

senza un programma”. E soppesò ghignando

i pochi fogli che erano i miei beni.

Volli tentare ancora. “Pagherò

al mio ritorno se mi lasci

passare, se mi lasci lavorare”. Non ci fu

modo d’intendersi: “Hai tu fatto

- ringhiava – la tua scelta ideologica?”.

Avvinghiati lottammo alla spalletta del ponte

in piena solitudine. La rissa

dura ancora, a mio disdoro.

Non lo so

chi finirà nel fiume.

Da Gli strumenti umani (Einaudi, 1965); anche in Poesie scelte (Oscar Mondadori, 1973).

 

La poesia è del 1960; Sereni, come tanti contemporanei, è poeta che vive intensamente l’impegno civile e politico; è uomo che ha respirato l’aria degli anni della guerra fredda e le rigidità di tanta sinistra. Di tale sinistra ha mal sopportato l’ideologismo miope, l’incapacità di uscire da schemi troppo stretti e di aprirsi al nuovo. Sono gli anni della retorica dell’impegno politico e della funzione sociale dell’intellettuale. La figura plumbea e sinistra della poesia non può che essere quella del funzionario o del controllore ideologico e di partito, che giudica e condanna, e incombe sugli uomini di cultura. La poesia, in forma allegorica e satirica, è critica dinanzi alla artificiosità e alla rigidità di formule che provavano a costringere tante voci libere.  

 

Quasi comunisti?

 

Il 25-4-’67 Enzo (Vincenzo) Consolo scriveva all’amico Leonardo Sciascia: «Non posso fare a meno, intanto, di raccontartene una buona. Mi era stato proposto dal Pci di Messina – Pci che è pur sempre un partito “di classe”, dice Fernando – di entrare nella sua lista per il giugno. Dopo il mio primo no, incaricano Farinella [Mario Farinella era un prestigioso giornalista de “L’Ora” di Palermo] di convincermi. A Farinella faccio un discorso così: “che no, è chiaro, che ‘noi’ – io, lui, ecc. – non siamo gente ‘di politica’; e poi, col Pci, ora…” Lui: d’accordo. Ma, sorpresa, leggo di lì a qualche giorno, che Farinella era in lista2».

Il tono confidenziale, la familiarità evidente delle esperienze fanno pensare all’amico Sciascia come a uno della compagnia. E che Sciascia non fosse iscritto e militante del Pci lo conferma Macaluso nel suo desiderio di chiarire: «Sciascia – come ebbe a scrivere egli stesso – … non fu né comunista né anticomunista, ma stimò il Pci, con cui condivise battaglie significative, in momenti diversi e in rapporto a ciò che quel partito, a suo giudizio, faceva o non faceva, come forza di opposizione. C’era poi una questione più generale e vasta, relativa alle sorti del genere umano. Sciascia non accettava l’ordine costituito: né quello antico né quello moderno. Nella Rivoluzione d’Ottobre, nel socialismo, riconosceva lo scardinamento dei poteri che sfruttano chi non possiede risorse e mezzi e l’opportunità di acquisire nuove libertà. Pure il potere della scienza lo inquietava3». Rimane poi vero quel che Sciascia ha detto di se stesso: « … contraddì e si contraddisse4».

 

Uniti e diversi

 

Che cosa hanno in comune De Mauro e Sciascia, uomini di un’altra Italia? Li legava innanzitutto intorno agli anni ’70 – l’uno professore a Palermo, l’altro di casa nel capoluogo siciliano – una lontana solidale amicizia, resa ancor più stretta dopo il dramma del 1970. In una intervista rilasciata al giornalista Paolo Conti nel giugno 2011, Tullio De Mauro, alla domanda se mai avesse parlato con Sciascia della scomparsa del fratello Mauro, risponde: «Spesso e a lungo. Dopo il rapimento, gli amici che a Palermo ci rimasero vicini si potevano contare sulle dita di una mano. C’era chi ci vedeva da lontano e cambiava marciapiede pur di non salutarci. Una sconvolgente sensazione di isolamento. Sciascia invece ci fu vicinissimo. Si arrovellò per anni e anni, tentando di capire cosa fosse veramente accaduto». L’evidente e l’immediato lo scrittore lo aveva intuito: Mauro De Mauro, giornalista de «L’Ora» di Palermo « … aveva detto le cose giuste alle persone sbagliate». Restava da capire il più, naturalmente.

Li univa, pur nella diversità dei tratti e dei percorsi, una fede profonda nella verità, nella ragione che la cerca e nella parola che la porta, il senso illuministico della libertà, la voglia di giustizia, l’antifascismo come atteggiamento legato agli eventi della storia ma anche come categoria dello spirito – come rifiuto di ogni violenza e sopraffazione, la ricerca, la conoscenza della realtà e la voglia di cambiarla.

Valori coniugati naturalmente in forme e modi differenti. Sciascia, che percorre le vie della letteratura di denuncia, della storia e della ricerca d’archivio, della scrittura nervosa e vivace, immediata e forte; De Mauro, che cammina per la strada degli studi, dell’innovazione nell’ambito della linguistica a tutto campo, dell’impegno civile e anche politico, nella scuola, nella società, nelle istituzioni. L’uno, con l’impeto generoso che insegue il divenire delle vicende umane e sociali, con «un senso di giustizia sempre deluso ma mai pronto a rinunciare all’uso della ragione, con la consapevolezza umoristica che la realtà, spesso, non è altro che un insieme inestricabile di verità e menzogna5»; l’altro, con l’impegno continuo della parola scritta e orale, in ogni angolo della società civile, convinto della necessità di confrontarsi continuamente con le istituzioni. Ambedue alla ricerca dell’aria buona e aperta, non inquinata dal ripetersi delle cose e non consumata dai vincoli stretti di qualsiasi ideologismo. In altre parole, dalle “pratiche autopreservative e autoperpetuative” del potere in qualsiasi forma si manifestasse.

Questi valori hanno permesso all’uno, in nome della giustizia, di non fermarsi in nessun luogo che sapesse di chiuso e di stantio, mettendo al bando ciò che poteva apparire oscuro e torbido; all’altro, di remare nel mare agitato della “lingua nel sociale” con la bussola del vero, e la certezza di quel che lo studio e la ricerca gli indicavano di fare.

E ancora. Della libertà si possono avere tante opinioni, e i modi di coniugarla sono altrettanto vari. La si può coltivare nelle intenzioni alte del nostro agire provando a tenere ben distinti i due piani, noumeno e fenomeno, idea regolativa e casi concreti da illuminare; e la si può coltivare ogni giorno mettendola in ciascun atto della quotidianità senza troppe metafisiche. Liberamente si può andar contro il mondo con atti o gesti forti; ma si può contrastare il mondo nel silenzio e nella discrezione. Ma sempre con la penna e con la parola. Avere il culto per la libertà significa andare controcorrente, contro i tanti conformismi, e affermare senza infingimenti e retropensieri le proprie convinzioni, specie se in contrasto col potere – occulto o manifesto – e le opinioni dei più, in campo politico, sociale e anche, e soprattutto, culturale. La rivendicazione di appartenere alla terza Italia e di volere un’altra Italia è anche questo.

 

Tullio De Mauro, studioso contro. Tre storie minute

 

Nella Storia linguistica dell’Italia Unita lo studioso cita il grande Totò tre volte. Lo cita, come tanti altri studiosi, scrivendo del linguaggio cinematografico, cogliendone però in modo originale un tratto specifico; lo ricorda a pagina 122 per aver fatto « … avvertire, prima ancora che il ridicolo dell’aulicità fuor di luogo, la aulicità stessa di certi elementi lessicali, che per l’innanzi, se noti, rischiavano di essere adoperati in contesti che non li esigevano affatto». Con questa convinzione e con l’idea del forte legame che stringe i problemi linguistici ai fattori sociali, De Mauro ha sempre difeso il contributo che l’attore ha dato al cambiamento del costume degli italiani. Controcorrente, fin dall’inizio; si sa che cosa tanti di questo Paese pensavano del principe della scena napoletana e non. Da parte sua, il grande attore aveva capito fino in fondo la vita e le sue debolezze, consapevole, con la Storia linguistica in mano, di aver lottato contro l’aulicità appunto, la tromboneria, la polverosità della nostra lingua6.

Ha difeso e diffuso con impegno e passione le parole e il messaggio di Don Milani in tempi in cui al prete di Barbiana si celebravano i processi nelle aule giudiziarie e nelle piazze dei benpensanti. Se le ipocrisie, che passavano per i temi e per la scuola e la lingua dello scolastichese, sono in parte cadute lo si deve a chi – uomo e cittadino della terza Italia – ha raccolto in tempi non sospetti il nuovo vangelo educativo delle Esperienze pastorali e della Lettera a una professoressa. E sempre con coraggio, in nome di un’altra Italia, passata e futura, lo ha fatto conoscere.

Un terzo De Mauro in solitaria si è impegnato faticosamente a far uscire Gianni Rodari dall’angolo della letteratura per bambini in cui tanta cultura gelosa e miope ha tenuto per troppo tempo l’inventore della Fantastica. Nel 1961 Rodari aveva riconosciuto il segretario del Pci, il Migliore, come l’autore della lettera a «Rinascita» che intendeva concludere una volta per tutte la polemica sul fumetto aperta da Nilde Jotti. Togliatti chiudeva il dibattito definendo: « … stramberie e assurdità quelle messe in circolazione con questa faccenda delle nuove lingue o delle “ricerche di linguaggio”, espressione che ha un valore metaforico, ma poco più, perché il linguaggio è uno e lo hanno creato e lo creano i popoli con tutta la loro storia e le famose “ricerche” non hanno spesso con esso niente a che fare…». Gianni Rodari, intellettuale libero e ironico, che confidava nella possibilità di porsi in attrito con il mondo per renderlo più giusto con le parole che piacevano ai bambini, si era permesso di intervenire anticipando idee che avrebbero costituito il nucleo della ricerca di Tullio De Mauro. « … Vi sono molti modi di raccontare, con la parola scritta, con la voce, con l’immagine ferma o con l’immagine in movimento (cinema, disegni animati, eccetera). Ognuno ha la sua funzione7». Rodari i suoi libri li ha presentati personalmente o li ha affidati a Tullio De Mauro8.

«“Tutti gli usi della parola a tutti” mi sembra un buon motto, dal bel suono democratico. Non perché tutti siano artisti, ma perché nessuno sia schiavo”». Sono le parole con cui Rodari chiude l’Antefatto alla Sua Grammatica della fantasia; ed è la strada che De Mauro ha seguito e indicato a chi con lui, a scuola, nella società, nelle istituzioni, ha voluto una Italia diversa.

 

Due strade diverse

 

Quando nel 1963 l’uno pubblica a 31 anni il libro che ha fatto la storia linguistica di questo paese, l’altro ripubblicava con Laterza uno dei suoi libri più intensi, Le parrocchie di Regalpetra9. Ripubblicava il libro con le aggiunte e una nuova Prefazione. Sono gli anni in cui De Mauro e Sciascia condividono una esemplare amicizia con Vito Laterza.

L’avventura di Sciascia scrittore era iniziata ben prima; da non dimenticare che tra i due correva una decina di anni di distanza. A parte le prime giovanili esperienze, per lui tutto era cominciato con la famosa lettera di Calvino ad Alberto Carocci dell’ottobre 1954 con la quale Calvino segnalava « … uno scritto d’un maestro elementare di Racalmuto (Agrigento) che mi sembra molto impressionante e interessante per “Nuovi Argomenti”. L’autore, Leonardo Sciascia, maestro elementare, è un giovane letterato molto intelligente …10». Lo scritto di cui parla è quello delle Cronache scolastiche che saranno il cuore e l’anima de Le parrocchie di Regalpetra. A ben guardare – ma è lo stesso Sciascia a dirlo – il libro è quello nel quale sono presenti in nuce i libri che verranno.

Nelle Cronache si può intravedere il percorso che Sciascia farà. In quelle pagine l’autore dice della sua fatica nell’insegnare; della sua sofferenza per la miseria che sente intorno guardando in faccia i suoi allievi; del suo desiderio di giustizia sociale; del suo disgusto per l’ipocrisia, i formalismi, i trasformismi; del suo disagio per lo stare in un angolo troppo stretto del paese Italia. Lo dice, quando parla di sé e della sua vita, con una sintassi secca e stringente. In una pagina del libro farà proprie due parole che venivano da lontano e che rappresentano l’imperativo categorico che lo sosterrà: Acqua e giustizia. Le due parole sono quelle di un candidato socialista che si era presentato in vista delle elezioni del 1955. L’onorevole, arrivato alla Camera, se ne era poi dimenticato; Sciascia le ricorda e le ha volute fissare nel Diario elettorale, penultimo dei racconti de Le parrocchie. In queste pagine Sciascia è già l’uomo contro, che tutti conosceranno, l’uomo che ama la politica e l’impegno pubblico anche e soprattutto con i suoi libri.

In un ampio saggio, Leonardo Sciascia e la scrittura delle idee11, Velania La Mendola scrive della lunga e ampia corrispondenza di Sciascia con Calvino, primo e amato lettore dello scrittore siciliano. Parla di lui e ne descrive la storia letteraria; scrive del maestro elementare, del ricercatore amante di storia che offre, a chi li sa e li vuole guardare, i fatti veri della vita che restituisce ai lettori in veste letteraria. Si può aggiungere che quando fa questo, e non parla di sé, lo scrittore allarga la sintassi, amplia la narrazione, argomenta in modo articolato e complesso come l’argomentare richiede.

In questi anni Sciascia e De Mauro si incontrano per la comune attenzione al parlare con la lingua della propria terra di uomini, contadini, salinari e zolfatari. Salvatore Guglielmino ben dice dell’amico « … la lezione del neorealismo [in parabola declinante quando Sciascia comincia a scrivere] in lui si è tradotta nella costante attenzione ad una realtà storica e umana, nella volontà di comprenderla e farla comprendere, nell’ampliamento, quasi, dei confini stessi della narrativa che in lui diventa, nelle prove migliori, saggio e testimonianza12».

Negli anni ’70, i rapporti tra i due si stringono ancor più forti: sono gli anni che seguono i tragici fatti che Tullio De Mauro porterà drammaticamente con sé nel modo più discreto e, per tanti anni, silenzioso; ma sono anche gli anni che marcano il diverso percorso che ciascuno dei due prenderà. Tullio De Mauro continua la sua ricerca e guarda alla scuola: è del 1975 la nascita del GISCEL, il gruppo di insegnanti legati alla SLI (Società di Linguistica Italiana) che negli anni proveranno a restituire alla scuola quel che il maestro aveva raccolto nella ricerca; Leonardo Sciascia dalla sua Sicilia, ammalata di mafia, guarda il mondo, e attraverso la letteratura prova a capire quel che succede agli uomini e alla loro storia.

Il 1975 è anche l’anno in cui appare con Einaudi La scomparsa di Majorana. Nell’edizione Adelphi il libro apre con una citazione di Sciascia che, per giustificare le ragioni che lo avevano spinto a indagare sulla scomparsa dello scienziato, usa a sua volta le parole di Camus: «“Vivere contro un muro, è vita da cani. Ebbene, gli uomini della mia generazione e di quella che entra oggi nelle fabbriche e nelle facoltà, hanno vissuto e vivono sempre più come cani”. Grazie anche alla scienza, grazie soprattutto alla scienza». Parole dirompenti, parole contro, parole che danno la cifra di quel che nella vita pubblica e culturale Leonardo Sciascia sarà. Sono parole che mostrano i possibili perversi legami tra scienza e Potere. È l’anno in cui si presenterà candidato al Comune di Palermo. Il dopo è storia nota, storia della quale in tanti, e da ogni punto di vista, si son occupati.

È l’anno in cui – se di data puntuale si può in questi casi parlare – le strade dei due amici si allontano anche se nel privato – è da credere – i due continueranno a sentirsi uniti nell’impegno per una Italia diversa. 

Quel che al momento si può dire è che il legame non si è mai allentato; De Mauro chiude la sua lettera al direttore, citata all’inizio, nominando ancora Sciascia che si confessa affermando: « … credo nella ragione umana, e nella libertà e nella giustizia che dalla ragione scaturiscono; ma pare che in Italia basta che ci si affacci a parlare il linguaggio della ragione per essere accusati di mettere la bandiera rossa alla finestra. As you like».

Tullio De Mauro apre l’introduzione al libro del carteggio tra Sciascia e Vito Laterza definendo i due «persone per bene». Oggi il giudizio può allargarsi e comprendere i tre. 

 

Note

1 Tullio De Mauro, Io, uomo della terza Italia, in «Nuova Antologia», n. 2200, Ottobre-Dicembre, Le Monnier, Firenze, pp. 85-92.

2 Vincenzo Consolo, Leonardo Sciascia, 2019, (a cura di Rosalba Galvagno), Essere o no scrittore. Lettere 1963-1988, Archinto, Milano, p. 52.

3 Emanuele Macaluso, 2010, Leonardo Sciascia e i comunisti, Feltrinelli, Milano, p. 62.

4 Emanuele Macaluso, op. cit. p. 45. 

5 Redazionale del «Corriere della Sera» in occasione della morte di Leonardo Sciascia, nel novembre 1989. 

6 Francesco Castelnuovo, giornalista del «Corriere della Sera».

7 Gianni Rodari, 1982, Il cane di Magonza, Editori Riuniti, Roma, pp. 8-19.

8 È lo stesso Rodari, ad esempio, a presentare la sua Grammatica della fantasia. Ed è De Mauro a presentare nel 1979 Parole per giocare e, nel 1982, Il cane di Magonza, postumo.

9 Questa edizione del 1963 è la nuova edizione con le aggiunte e la nuova Prefazione di cui alla lettera a Sciascia di Vito Laterza del 5 marzo 1963. Come è noto, la prima edizione del libro è del 1956.

10 Luca Baranelli (a cura di), 2000, Italo Calvino, Lettere, 1940-1985, Mondadori, Milano, p. 417.

11 Si veda Leonardo Sciascia e la scrittura delle idee in: Roberto Cicala e Velania La Mendola (a cura di), Libri e scrittori di via Biancamano. Casi editoriali in 75 anni di Einaudi, Quaderni del Laboratorio di Editoria, Milano, pp. 163-203.

12 Salvatore Guglielmino, 1971, Guida al Novecento, Principato, Milano, p. 306.

 

 


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