04 febbraio 2021

I registri del maestro Sciascia

La vita della scuola e l’antilingua della burocrazia

Al personaggio di un insegnante di italiano (il professor Franzò di Una storia semplice), Sciascia ha affidato la denuncia di una società che contraddice la scuola, di un contesto in cui lo scarso profitto scolastico pare il requisito preferenziale per ricoprire incarichi di prestigio. Intervistato da Marcelle Padovani, lo scrittore ha parlato dell’«italiano, la lingua italiana, come sogno di giustizia» per i suoi conterranei: «un sogno a contenuto linguistico, l’idea di un’unica lingua a vocazione unificante, capace di rendere tutti uguali: se si parlasse tutti uno stesso italiano, le differenze sociali e culturali sarebbero abolite, si sogna» (La Sicilia come metafora, 40).

Nell’attività di Leonardo Sciascia non è mancato l’interesse per le questioni linguistiche. L’intellettuale siciliano se n’è occupato direttamente in diversi scritti (Castiglione, 2018), e per certi versi lo ha fatto anche con la scelta di riproporre nella collana “La memoria” di Sellerio, la Grammatica italiana di Alfredo Panzini: testo obsoleto, in uso nella scuola fascista, che però gli sembrava un buon modo per ricordarsi «della grammatica di cui [...] in Italia ci si è smemorati», e di suggerire che «le regole preliminarmente stabilite e da tutti condivise sono un fondamento di democrazia» (D’Alessandra, 2009).

 

Una vita di circolari

 

Degne di nota sono pure le rubriche dedicate alla lingua di L’età e le età, antologia edita da Palumbo, che Sciascia curò alla fine degli anni settanta insieme a due insegnanti palermitani. Non stupisce che, nel primo volume di questo strumento destinato alla scuola media, si incontri, proposto come approfondimento linguistico, il noto articolo di Italo Calvino su «l’antilingua»: cioè su quel linguaggio volutamente incomprensibile che oggi chiamiamo burocratese, e in cui «ogni giorno centinaia di nostri concittadini traducono mentalmente con la velocità di macchine elettroniche la lingua italiana».

Sciascia fu maestro di scuola elementare dall’ottobre 1949 al dicembre 1956, anni lontani dall’inflazione del didattichese, in cui gli insegnanti non avevano a disposizione un’adeguata offerta formativa; e appartenne alla categoria dei più volenterosi, che cercarono di colmare autonomamente le proprie lacune sul fronte pedagogico. Tuttavia, il maestro scrittore non poté fare a meno di notare precocemente certe derive: «noi maestri viviamo anche della quotidiana circolare; – scrive nel racconto La neve, il Natale –  [...] ci sono giornate che ne arrivano insieme una mezza dozzina». Contro una di queste circolari il giovane Sciascia si scagliò in un articolo intitolato Il ponte della bontà: «Questo il contenuto della disposizione – scrive riferendosi ad una gara promossa dal Provveditorato. – Ma con molta certezza ci siamo dimenticati di qualche altra commissione intermedia. Per non sbagliare, il lettore ne aggiunga un paio: avrà uno di quei quadri cari a un nostro comico, quando nelle sue riviste si prende il gusto di sfottere la burocrazia».

A preoccupare maggiormente lo Sciascia maestro fu la tendenza a occultare dietro il gran parlare di scuola i veri problemi della società e della scuola stessa. Sempre in La neve, il Natale, scrive: «prendo a considerare quella che i pedagogisti e i gazzettieri e gli uomini di governo chiamano ‹missione› [...] mi chiedo cosa mai possa fare oltre a insegnar loro, come senza le moderne ipocrisie un tempo si diceva, a leggere scrivere e far di conto. L'uomo e il cittadino di domani vengano a farselo qui i galantuomini e gli uomini di governo, i pedagogisti e i gazzettieri».

 

Una gran fede nella scrittura

 

Anche se non poteva tollerare la retorica della missione, Sciascia si preoccupò moltissimo del fine ultimo della sua professione, che era quello di armare di “spada” i bambini di Racalmuto. Basta leggere la prefazione alle Parrocchie di Regalpetra, la raccolta con cui il maestro di un povero paese dell’entroterra siciliano si affacciava al pubblico dei lettori italiani, germogliata proprio a partire da alcune Cronache scolastiche: «La povera gente di questo paese ha una gran fede nella scrittura, dice – basta un colpo di penna – come dicesse – un colpo di spada – e crede che un colpo vibratile ed esatto della penna basti a ristabilire un diritto, a fugare l’ingiustizia e il sopruso». Ma lo conferma pure il fatto che lo Sciascia scrittore continuò a rivendicare il titolo di mastru di scoli vasci, ripetendo d’aver fatto «una letteratura da maestro di scuola».

D’altra parte, il suo primo testo a risonanza nazionale Sciascia comincia a scriverlo materialmente in classe. Della sua attività di maestro ci restano otto registri, e in particolare le colonne mensili “Cronaca di vita dalla scuola”. Secondo Giuseppe Lombardo Radice, che le aveva richieste per la prima volta agli insegnanti di scuola elementare nel 1924, queste documentazioni non sarebbero mai state fredde abbastanza «da non tradire la personalità del maestro». E invero, le cronache dello Sciascia insegnante tradiscono lo Sciascia scrittore. Sono documenti preziosi, filologicamente utili per ricostruire la genesi delle Cronache scolastiche e per osservare da vicino la mano e l’inchiostro di un autore inseparabile dalla sua Olivetti Lettera 22, ma anche per confutare l’impostura di uno Sciascia «maestro svogliato», che fumava (cosa consentita nelle scuole italiane fino alla legge 584 del 1975) e «scriveva in classe».

Quelle colonne dicono per la prima volta che l’italiano non è l’italiano, ma qualcos’altro. «La deficienza capitale di questi ragazzi sta soprattutto nella lingua [...] che faticosamente tento di formare in loro» si legge in quella del novembre 1950. Ma se l’aula scolastica gli sbatte quotidianamente in faccia le «mostruosità ortografiche» dei poveri bambini siciliani, Sciascia non arriccia il naso, non si ferma alla penna rossa e sferza piuttosto i colpi di penna di uno scrittore: è già un intellettuale che riesce a vedere, riflesse negli orrori della grammatica, le mostruosità dei divari. «Le deficienze in questa materia si possono ascrivere ad una naturale reazione d’ambiente», conclude a ottobre del ’53, denunciando, la stessa verità raccontata nelle Cronache delle Parrocchie: gli alunni «hanno fame», non è «una classe di asini», ma «una classe di poveri».

 

Contro l’opacità linguistica del potere

 

Le cronache dei registri sciasciani, oggi pubblicate in un volume edito da Carocci (Distefano, 2019) sono tutt’altro che «un banale resoconto improntato al tutto va bene» e ciò vieta a maggior ragione di considerarle mere note burocratiche. Sulle pagine del maestro comincia la lotta contro l’opacità linguistica del potere (Carapezza, 2011) che continuerà a nutrire la poetica del letterato. L’italiano usato dal giovane Sciascia nei suoi atti d’ufficio, infatti, non ha nulla in comune con l’antilingua della burocrazia.

Se la stupidità del potere si esprime attraverso la complicazione, come insegna lo scrittore in una famosa intervista televisiva, la scuola elementare fu il primo luogo in cui Sciascia lavorò per semplificare. Lo scrittore non amò mai «coloro che, come Mallarmé, aggiungono oscurità» (così ad Ambroise nel 1987) e nelle pagine di Manzoni seppe ritrovare i «burocrati del male» (si veda l’introduzione alla Storia della colonna infame); anche il maestro non poteva perciò non raccontare la vita della scuola senza «terrore semantico» e senza «paura di mostrare familiarità e interesse per le cose di cui parla» (Calvino, 1965).

 

Bibliografia essenziale

- Ambroise Claude, 1987, 14 domande a Leonardo Sciascia, in Leonardo Sciascia, Opere 1956-1971, Milano, Bompiani.

- Calvino Italo, 1965, Per ora sommersi dall’antilingua, «Il Giorno», 3 febbraio.

- Castiglione Marina, 2018, “L’italiano non è l’italiano: è il ragionare”, in Il Giannone», 1.

- Cavallaro Felice, 2007, Sciascia maestro geniale ma svogliato, in «Corriere della sera», 8 aprile.

- D’Alessandra Marcello, 2009, Leonardo Sciascia e “la scuola da cui bisogna tutto ricominciare”, in Leonardo Sciascia e la giovane critica, a cura di F. Monello, A. Schembari, G. Traina, Caltanissetta-Roma, Salvatore Sciascia.

- Distefano Barbara, 2019, Sciascia maestro di scuola, Roma, Carocci.

- Panzini Alfredo,1932, Grammatica italiana, a cura di L. Sciascia, Palermo, Sellerio, 1982.

- Passarello Giuseppe, Sciascia Leonardo, Siino Susi, 1980-1982, L’età e le età, 3 voll., Palermo, Palumbo.

- Sciascia Leonardo, 1951, Il ponte della bontà, in «Itinerario della cultura e della scuola siciliana», ii, 6, marzo.

- Sciascia Leonardo, 1955, Cronache scolastiche, in «Nuovi Argomenti», 12, gennaio-febbraio, poi in Le parrocchie di Regalpetra insieme a La neve, il Natale, Laterza, Bari, 1956.

- Sciascia Leonardo, 1973, Introduzione a La Colonna Infame, Bologna, Cappelli, ora in Cruciverba.

- Sciascia Leonardo, 1979, La Sicilia come metafora, intervista a cura di M. Padovani, Mondadori, Milano.

- Sciascia Leonardo, 1989, Una storia semplice, Milano, Adelphi.

 

Sitografia

- Dialogo fra il professor Franzò e l’ex alunno nella trasposizione cinematografica di Una storia semplice diretta da Emidio Greco: <https://www.youtube.com/watch?v=cLkvlmRmKNk> [21/12/2020].

- L’intervista citata proviene dalle Teche Rai, è stata inclusa nella videocassetta Sciascia racconta Sciascia di P. Misuraca e M. Onofri (regia di P. Misuraca, Rai Educational-Einaudi) e può essere recuperata all’indirizzo <https://www.youtube.com/watch?v=D9qd5wUvxi8> [21/12/2020].

 

Immagine: Registro scolastico di Sciascia

 

Crediti immagine: Davide Mauro, CC BY-SA 4.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0>, attraverso Wikimedia Commons


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