05 febbraio 2021

La lingua della «sicilitudine» ne Il giorno della civetta

 

«Odio, detesto la Sicilia nella misura stessa in cui l’amo, e in cui non risponde al tipo d’amore che vorrei nutrire per essa. È un sentimento che posso estendere all’Italia tutta quanta. Qui sono nato, e sono pertanto condannato ad amarla, eppure a volte mi prende una voglia folle per lo meno di non morirci…» (Sciascia 1979: 118).

Un odi et amo, un conflitto che parte da sentimenti contraddittori per una terra contraddittoria; un conflitto che cerca di esaurirsi nella scrittura, senza mai risolversi.

Una Sicilia musa e prima donna, tanto presente da non poterne non scrivere, tanto problematica da non stupire se verso di essa sono convogliate in larghissima misura le tensioni intellettuali che caratterizzano l’opera di Leonardo Sciascia, che ha vissuto la sua vita – quasi – interamente in Sicilia, nella sua dimensione meridionale, isolana, provinciale; una dimensione di limite che parte da un «fatto geografico: la Sicilia è un’isola al centro del Mediterraneo» (Sciascia 1969: 12), dimensione che facilmente si rintraccia nello sguardo di altri scrittori provenienti da luoghi di finis terrae, da quella che Bodini definisce una «squallida geografia in cui viviamo senza esserci ancora risolti se ad amarla o ad odiarla» (Bodini 1951: 169).

A partire dai grandi temi dell’illuminismo, a cui deve la sua formazione e quella chiarezza che resterà una sua costante stilistica e metodologica (cfr. Novelli 2009), Sciascia dirige lo sguardo e la sua sensibilità verso uno dei più grandi fenomeni antropologici, politici e sociali che in Sicilia vede la sua genesi e la sua massima materia di narrazione: la mafia.

«La mafia insomma altro non è che una borghesia parassitaria […]. Il giorno della civetta, in effetti, non è che un “per esempio” di questa definizione» (Sciascia 1972: 116-117). Il romanzo veniva pubblicato nel 1961 da Einaudi e, di esempio, è certamente stato il primo, coraggioso caso di opera letteraria che abbia affrontato lo scottante tema, descrivendone i meccanismi e delineandone un profilo sociologico.

Sciascia si fa precursore dunque di una letteratura antimafia, di denuncia, in cui riversa senza riserve il suo impegno civile, attraverso la struttura narrativa del giallo-poliziesco, «del giallo inteso come allegoria, exemplum, apologo o parabola, “trattato politico” sulla contemporaneità» (Moliterni 2017: 144), che si configura come «un appello all’azione rivolto al lettore» (ib.).

 

Una «scrittura sorvegliatissima»

 

L’opera di Sciascia si inserisce nella tradizione che, da Verga, passando inevitabilmente per Pirandello – tanto caro all’autore –, è tesa a «dare alla Sicilia una voce letteraria italiana e regionale a un tempo» (Nencioni, Presentazione in Sgroi 1990: 5), e la sua voce è modulata in uno stile colto ma chiaro, che tende a raffigurare, a disegnare percezioni sensoriali e immersive che catturano il lettore, senza perdere quella pareneticità che ne Il giorno della civetta si legge nella chiave del disincanto e del pessimismo.

La sintassi è elaborata ed espressiva, ma fedele a quell’andamento paratattico garante della limpidezza tipica della prosa settecentesca illuministica (cfr. Squillacioti 2007: 676-677), ma rinvigorita dalla presenza di costrutti tipici del parlato siciliano, serbatoio della misurata espressività della sua scrittura.

Se di fronte allo storico dilemma della scelta della lingua da adoperare – l’italiano e il dialetto – lo scrittore ha optato la lingua nazionale, la sua riflessione linguistica si rivela con risultati diversi nella sua opera, nel tempo e nelle tipologie testuali, in una direzione pressoché costante di standardizzazione e allontanamento dai caratteri regionali: «da un libro all’altro il mio scrivere è diventato sempre più italiano: un fatto naturale, assolutamente involontario» (Sciascia et al. 1981: 41).

 

L’apporto dialettale e regionale: cenni sulla sintassi e sul lessico

 

La presenza di costrutti con il verbo a fine frase – tipica dei dialetti siciliani –, è limitata alla voce di alcuni personaggi: solo la strada guardo (p.11, parla l’autista), in questo momento di niente mi ricordo (p. 12, parla il bigliettaio), nella pazzia era, altro che verità (p. 96, parla don Mariano). L’uso di tenere per avere appare in due casi isolati: nelle parole di un personaggio indefinito, ma che sappiamo essere “vecchio” malavitoso: tu sei sempre quello che risulta dalle carte che tiene in ufficio (p. 46), e in quelle di don Mariano; non sempre [i soldi] li tengo in banca (p. 90). La posposizione dell’aggettivo possessivo è limitata e funzionale alla tipizzazione dei personaggi: se la spassano sotto gli occhi nostri (p. 55), gli autobus erano la jettatura sua (p. 14), etc.

La maggior parte delle voci dialettali (italianizzate e segnalate in corsivo) provengono dal campo semantico della mafia, della violenza e della criminalità: astutari qn. ‘uccidere’, cosca ‘gruppo, famiglia mafiosa’, guardianìa ‘protezione mafiosa’, lupara ‘pallettoni’, mafioso, schioppetta ‘fucile’; da ricondursi all’ideologia mafiosa anche alcuni termini di quelle «categorie» in cui don Mariano divide l’umanità: al vertice c’è l’uomo, unico degno di rispetto, seguìto, in un ordine crescente di ‘grado di disonore’, dal mezz’uomo, l’ominicchio, il pigliainculo e il famoso quaquaraquà, voce di origine onomatopeica che si rifà al verso della quaglia e «presenta un itinerario linguistico tormentato con incidenti lessicografici ancora non del tutto superati» (Sgroi 2014: 187), ma i cui significati si possono individuare in ‘chiacchierone, millantatore’, ma anche ‘spia, delatore’ e ‘uomo senza spina dorsale’ (cfr. id.: 188-191).

Le ingiurie, alle quali viene dedicata un’ampia riflessione metalinguistica (pp. 38-39), costituiscono la quasi totalità delle voci propriamente dialettali riportate nel testo: Barruggieddu (anche nelle varianti Barricieddu e Bargieddu) ‘bargello, funzionario incaricato del servizio di polizia nel Medioevo’, (lu) Chiuppu ‘pioppo’, Parrinieddu ‘piccolo prete; di persona che parla troppo, confidente (fig.)’, Vircocu ‘albicocca’, Zicchinetta ‘gioco d’azzardo’ e il sintagma onomastico cumpari Turiddu, diminutivo di Salvatore.

Quattro sono gli enunciati dialettali (i primi tre proverbiali): cu si mitti cu li sbirri, ci appizza lu vinu e li sicarri ‘ci si mette con gli sbirri, ci rimette il vino e i sigari’ (p. 46); mori Sansuni cu tuttu lu cumpagnuni (p. 67) ‘muoia Sansone con tutti i compagni’ (in riferimento alla confessione del Marchica che, convinto dell’infamia compiuta dal Pizzuco, confessa i delitti compiuti, accusando a sua volta il Pizzuco); e lu cuccu ci dissi a li cuccotti: a lu chiarchiaru nni vidiemmu tutti (p. 78) ‘ci incontreremo tutti nel chiarchiaro’ (il chiarchiaro era il posto in cui i cadaveri venivano occultati e rappresenta, dunque, la morte); partivu pi astutàrinni unu e mi tuccà astutàrinni du (p. 66) ‘partii per spegnerne (uccidere) uno e mi toccò spegnerne (ucciderne due) (cfr. Sgroi 1990).

 

«Quel tanto che ci vuole e non più»

 

Ne Il giorno della civetta il dialetto risulta quindi presente nei luoghi dove non sia presente il corrispettivo italiano, quando a parlare è il narratore, e là dove sia funzionale a delineare i profili dei personaggi e caratterizzare l’ambiente in cui questi agiscono.

Tale scelta risulta vincente nella realizzazione di quell’equilibrio tra comunicatività e traducibilità, espressione realistica e antropologica, raggiunto attraverso una «scrittura sorvegliatissima» (Calvino 1981: 62) e «quel tanto che ci vuole e non più» (ib.) di quel gusto saggistico e quel colore locale che, riprendendo le parole di Calvino, hanno reso Sciascia in grado di fare in Italia quello che nessuno ha saputo fare prima (ib.): quel racconto documentario che, con sapienza e brillantezza narrativa, ha fatto conoscere a un vastissimo pubblico un fenomeno e, al tempo stesso, vivere quella ‘sicilitudine’ necessaria a poterlo comprendere e decifrare.

 

Bibliografia di riferimento

Bodini 1951 = V. Bodini, Lettera pugliese, in Panorama dell’arte italiana, a cura di M. Valsecchi e U. Apollonio, Lattes, Torino, 1951.

Calvino 1981 = I. Calvino, Lettere di Italo Calvino a Leonardo Sciascia, in «Forum Italicum», XV, 1981.

Moliterni 2017 = F. Moliterni, Sciascia moderno. Studi, documenti, carteggi, Pendragon, Bologna, 2017.

Novelli 2009 = S. Novelli, Sciascia, la parola che illumina, Treccani.it/magazine, 10 dicembre 2009.

Sciascia, Il giorno della civetta, Einaudi, Torino, 1993.

Sciascia 1969 = L. Sciascia, Sicilia e sicilitudine, In: id., la corda pazza. scrittori e cose della Sicilia, Adelphi, Milano, 1991, pp. 11–18. [Ediz. orig.: Einaudi, Torino, 1970].

Sciascia 1972 = Appendice, in L. Sciascia, Il giorno della civetta, Einaudi, Torino, 1993, pp. 115-117 [riporta l’avvertenza scritta dall’autore in occasione dell’uscita de Il giorno della civetta nella collana «Letture per la scuola media» (Einaudi, Torino, 1972)].

Sciascia 1979 = L. Sciascia, La Sicilia come metafora, a cura di M. Padovani, Mondadori, Milano, 1979.

Sciascia et al. 1981 = Intervista a E. Montale, L. Sciascia, U. Eco, B. Migliorini in W. Della Monica, I dialetti e l’Italia. Inchiesta fra scrittori poeti sociologi specialisti, Milano, 1981, pp. 39-43.

Sgroi 1990 = S.C. Sgroi, Per un’analisi strutturale dell’italiano regionale di Sicilia. Un’applicazione al ‘Giorno della civetta’, in Per la lingua di Pirandello e Sciascia, Caltanissetta-Roma, Salvatore Sciascia Editore, 1990, pp. 303-348.

Squillacioti 2007 = P. Squillacioti, Il giorno della civetta di Leonardo Sciascia, in Letteratura italiana. Diretta da Alberto Asor Rosa, vol. 16: Il secondo Novecento. Le opere 1938-1961, Torino, Einaudi, 2007, pp. 655-689.

 

Immagine: Screenshot tratto dal film Il giorno della civetta (1968) di D. Damiani


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