01 febbraio 2021

Sciascia e l’italiano che non è l’italiano

 

L’opera di L. Sciascia (1921-1989) è oggi edita in ordine cronologico nei tre volumi curati da C. Ambroise per Bompiani (1987, 1989, 1992), e per tipologia di scritti in quelli a cura di P. Squillacioti, Narrativa teatro poesia (2012) e Inquisizioni memorie saggi (t. 1, Inquisizioni e memorie, 2014; t. 2, Saggi letterari, storici e civili, 2019), pubblicati da Adelphi, che sta ristampando anche i singoli libri dell’autore. Sono testi poetici e narrativi, dall’esordio con Favole della dittatura (1950) a Una storia semplice (1989), drammi come L’onorevole (1969) e Recitazione della controversia liparitana dedicata ad A.D. (1969), raccolte di saggi e riflessioni come La corda pazza (1970) o Nero su nero (1979), libri-inchiesta come L’affaire Moro (1978), a cui andrebbero aggiunti, per un quadro completo dell’autore, i lavori relativi alla sua attività da consulente editoriale (Nigro 2003, Lombardo 2008), nonché i suoi discorsi orali (cioè (video)interviste, conferenze, interventi legati all’esperienza di consigliere comunale a Palermo nelle file del Pci e in Parlamento col Partito Radicale), in parte ancora ascoltabili grazie agli archivi e alle banche dati online, in parte trascritti e pubblicati.

 

Da Pirandello a Borges

 

È un territorio vasto, indagato dal punto di vista sia biografico, in primis da M. Collura (1996 e 2019), sia letterario, stilistico, tematico e storico-politico da studi accademici, che hanno anche dimostrato il ruolo non marginale dell’esperienza da maestro di scuola (Distefano 2019), interventi pubblicistici, convegni e progetti specifici, come la rivista “Todomodo” promossa dal 2011 dall’Associazione amici di L. Sciascia. In tale territorio, affrontando la relazione tra potere e verità, Sciascia matura un’idea di letteratura che si modifica nel corso degli anni, da funzionale allo smascheramento della menzogna nella realtà a unica forma di realtà. In questo cammino intellettuale, fondamentale è una formazione letteraria che muove dalle letture giovanili dei francesi, si inserisce nella tradizione siciliana e incontra/si scontra con il “padre” Pirandello (di cui, oltre ai numerosi saggi, sono spia ricorrente l’avverbio pirandellianamente e gli aggettivi pirandelliano/a per definire situazioni e personaggi), incontra un modello come il Manzoni della Storia della Colonna infame e dialoga con contemporanei quali Pasolini e Borges (Onofri 1994 e 2002, Merola 2007, Madrignani 2007, Benvenuti 2013).

 

La lingua a strati

 

A quello letterario va affiancato il processo di ricerca linguistica, relativo alla composizione di una pagina narrativa, saggistica o ibrida, stratificata (Sgroi 1990), in cui Sciascia denomina e ordina, analizza e commenta anche parole altrui: testi in prosa di varia tipologia e versi di poesie colte, popolari e di canzoni, appartenenti a un ampio arco temporale e ad aree geografiche diverse. Ne risulta una compresenza di stili, lingue e forme: un latino riconducibile a liturgie religiose, terminologie scientifiche o a fraseologie burocratiche e giuridiche (argomentum ornithologicum, Ego te absolvo…, promissio boni viri est obbligatio, corpus delicti), il dialetto (il siciliano di canzoni e poesie popolari e colte, di proverbi e modi di dire, di denominazioni come vurdunari, lu cuddaru, cannileddi di picuraru; il romanesco belliano: «se levò er nero e ce se messe il rosso»), lingue straniere (spagnolo, francese, inglese con plurali in -s: killers, films, o italianizzato in maniera caricaturale in La zia d’America, con ad esempio storo per store, fàit per fight, aiscule per high school), una pluralità di registri e varietà dell’italiano. In diacronia, ad esempio, si incontrano citazioni di testi dal medioevo ai nostri giorni, con forme anche uscite dall’uso come il plurale sovieti; in diatopia voci di origine regionale, come quaquaraquà. Si contano inoltre poche neoformazioni (la celebre sicilitudine, come spiegato da Orioles 2009, sarebbe però una risemantizzazione) e s’incontrano forme univerbate (portodarme, ma anche mano d’opera, e le espressive poverocristo, telosistemoio, comesichiama, tra le quali è significativa nondire, usata per definire lo stile di Aldo Moro), composizioni estemporanee con i trattini con funzione retorica (come preti-portieri, «amici-nemici e nemici-amici»), lessico colto e tecnico scientifico, espressioni colloquiali, idiomatiche e popolari, nonché riconducibili a particolari ambiti, frequentemente affrontati da Sciascia come quello mafioso (es. cosca, di cui in Il giorno della civetta è anche spiegata l’origine: «cosca, gli avevano spiegato, è la fitta corona di foglie del carciofo» I, 406) o della politica (partitocrazia, legge truffa, statolatrico).

 

I riferimenti colti: dialogo con i testi altrui

 

L’opera di Sciascia presenta, oltre a una gran varietà di tipologie testuali e di generi letterari, una costante trasversale: i riferimenti colti, letterari ma non solo. In questo quadro si inseriscono le relazioni transtestuali nella produzione sciasciana, a volte evocate dal titolo, come nel voltairriano Candido, ovvero Un sogno fatto in Sicilia (1977, su cui si veda Luperini 1978), spesso esplicitate nella descrizione delle fonti nelle note in appendice ai libri, o nelle integrazioni e nei commenti a piè di pagina, in La scomparsa di Majorana (1975) e I pugnalatori (1976), ma evidenti soprattutto nelle continue citazioni di autori o testi, esplicite o mimetizzate, parziali o integrali (per una sintesi si veda Traina 1999 alla voce “Citazioni”). Nella maggior parte dei casi, nelle numerose epigrafi e all’interno dei testi, la paternità di una citazione testuale è esplicitata, al limite posposta di qualche pagina, come in apertura dell’Affaire Moro con L’articolo delle lucciole di Pasolini, ma si incontrano anche casi più reticenti, ad esempio in Todo modo (1974): «“Ahimè che il puro segno delle tue sillabe si guasta in contorto cirillico si muta…” –. La citazione mi sorprese: don Gaetano aveva letto quello che io considero l’ultimo poeta italiano», vale a dire Vittorio Sereni (II, 123), a cui appartengono i versi adattati; o in Atti relativi alla morte di Raymond Roussel (1971), in relazione al verbale sul defunto col nome della madre ma non del padre: «una di quelle dimenticanze, di quei lapsus, di quei disguidi che attingono al mistero, all’imperscrutabile; e se Savinio si fosse imbattuto in queste carte, ne sarebbe stato deliziato» (I, 1226), il che presuppone la conoscenza della poetica saviniana. Più rari i casi in cui appaiono versi mimetizzati di autori non citati, forse perché ritenuti scolastici, come gli ariosteschi, adattati, «nessuno può saper da chi sia amato quando felice in su la ruota siede» in Todo modo, enunciati da don Gaetano (II, 162), o i petrarcheschi e virgolettati «“che l'antiquo valore ne l’italici cor' non è ancor morto”» in L’affaire Moro (II, 494). Citazioni e riferimenti bibliografici e aneddotici non sono però orpelli ma argomenti, sono elementi del discorso che man mano si costruisce nel testo, servono a ragionare. Il dialogo con testi altrui permette quindi di avviare meccanismi narrativi o riflessioni ed è funzionale all’interpretazione e alla critica del passato e del presente.  

 

Il ragionare

 

Sciascia orchestra tutto ciò nella sua pagina. Per riuscirvi, come l’idea di letteratura, anche la lingua si modifica nel tempo e, inizialmente aperta al polo dell’oralità, attenta al dialetto e all’italiano regionale, come nelle Parrocchie di Regalpetra (1956), muove poi verso quello scritto con un’informalità colloquiale combinata a una ricercata variazione retorica (Coletti 1993, Dardano 1994, Testa 1997), usando una sintassi tendenzialmente ipotattica, ma che può divenire paratattica, come nel Consiglio d’Egitto (1963), e non disdegna l’uso di frasi nominali (De Mauro 2014: 154). La costante in questa mobilità resta l’attenzione al lessico, al significato delle parole nel contesto in cui appaiono, al senso che possono rivelare, anche quando appaiono inesatte, o proprio perché lo sono. La lingua e la sua analisi diventano così territorio e strumento di indagine: i risultati consentono a Sciascia di mettere in discussione la narrazione del passato o del presente, per attuare una riabilitazione (affrontando ad esempio i documenti relativi a Diego La Matina in Morte dell’inquisitore, 1964), risolvere un mistero (con le poche testimonianze disponibili in La scomparsa di Majorana), o per processare un’intera classe politica (attraverso le lettere di Moro, i comunicati delle BR e la retorica giornalistica e parlamentare in L’affaire Moro). Sciascia individua e interpreta elementi di incoerenza, strategie discorsive, imprecisioni o errori grammaticali ad esempio nei verbali relativi alle indagini sul decesso di Raymond Roussel, o espone inferenze relative a espressioni ambigue nelle lettere di Moro, e tutto ciò genera indizi per la ricerca della verità, creando una realtà diversa da quella concepita o vissuta comunemente da tutti. In fondo, questa è l’essenza di quanto dice il professor Franzò con feroce ironia al procuratore della Repubblica in Una storia semplice: «L’italiano non è l’italiano: è il ragionare». La lingua è una forma di conoscenza.

 

Bibliografia

Le citazioni dei testi di LS sono tratte dai volumi Opere curati da C. Ambroise per l’editore Bompiani.

 

Benvenuti G. 2013, Microfisica della memoria. Leonardo Sciascia e le forme del racconto, Bologna, Bononia University Press

Coletti V. 1993, Storia dell'italiano letterario. Dalle origini al Novecento, Torino, Einaudi

Collura M. 1996, Il maestro di Regalpetra. Vita di Leonardo Sciascia, Milano, Longanesi (Milano, La nave di Teseo, 2019)

Dardano M. 1994, Profilo dell'italiano contemporaneo, in Storia della lingua italiana. 2. Scritto e parlato, a cura di Luca Serianni e Pietro Trifone, Torino, Einaudi, pp. 343-430

De Mauro T. 2014, Storia linguistica dell’Italia repubblicana: dal 1946 ai nostri giorni, Roma-Bari, Laterza

Distefano B. 2019, Sciascia maestro di scuola. Lo scrittore insegnante, i registri di classe e l'impegno pedagogico, Roma, Carocci

Lombardo G. 2008, Il critico collaterale. Leonardo Sciascia e i suoi editori, Milano, La vita felice

Luperini R. 1978, Sciascia, la naturalità e il razionalismo, “Belfagor”, 1, gennaio, pp. 105-107 (poi in A. MOTTA, Leonardo Sciascia. La verità, l’aspra verità, Manduria, Lacaita Editore, 1985, pp. 341-343)

Madrignani C.A. 2007, Effetto Sicilia. Genesi del romanzo moderno. Verga, Capuana, De Roberto, Pirandello, Tomasi di Lampedusa, Sciascia, Consolo, Camilleri, Macerata, Quodlibet

Merola N. 2007, La linea siciliana nella narrativa moderna. Verga, Pirandello & c., Soveria Mannelli (Catanzaro), Rubbettino

Nigro S. (a cura di) 2003, Leonardo Sciascia scrittore editore, ovvero La felicità di far libri, Palermo, Sellerio (nuova ed. 2019)

Onofri M. 1994, Storia di Sciascia, Roma-Bari, Laterza (nuova ed. 2004)

Onofri M. 2002, Sciascia, Einaudi

Orioles V. 2009, Tra sicilianità e sicilitudine, “Linguistica”, 49(1), 227-234

Sgroi S.C. 1990, Per la lingua di Pirandello e Sciascia, Caltanissetta-Roma, Salvatore Sciascia

Testa E. 1997, Lo stile semplice. Discorso e romanzo, Torino, Einaudi

Traina G. 1999, Leonardo Sciascia, Bruno Mondadori

 

Immagine: Leonardo Sciascia con amici a Racalmuto, foto di una foto

 

Crediti immagine: Unknown authorUnknown author  Davide Mauro, CC BY-SA 4.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0>, via Wikimedia Commons

 


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