01 marzo 2021

Una questione di metodo

Uno degli effetti sociali scatenati dalla pandemia è l’aver fatto venire al pettine i nodi di tante questioni italiane insolute o stagnanti da anni. Per quanto riguarda le scuole di italiano per stranieri i nodi sono subito apparsi veri e propri nodi di Gordio e qualcuno anche scorsoio.

Solo per elencarne tre fra i più appariscenti:

 

Non è solo questione di codice

 

1) La connessione fra scuole di lingua italiana per stranieri e turismo linguistico e culturale è fatto sconosciuto ai più (cosa che dispiace) e ignoto alle istituzioni (cosa che indigna). Tant’è che qualunque iniziativa per la difesa o per il rilancio del turismo culturale straniero misconosce la presenza in Italia di almeno 200 imprese di questo tipo.

2) L’identità delle scuole per stranieri è amministrativamente oscurata per la bizzarra assenza di un codice Ateco specifico. Ora, se per legge chiunque svolga un’attività produttiva deve segnalare un codice Ateco che la identifichi, la stessa legge suggerisce che, in assenza di un codice specifico, ciascuno può scegliersi quello più “vicino” a rappresentare la propria attività. Così ogni scuola d’italiano, perlopiù seguendo il consiglio di un commercialista, si è sentita obbligata ad attribuirsene “uno qualunque”. Poco male se non c’è un codice Ateco specifico, si potrà pensare: del resto per quarant’anni nessuno se n’è mai accorto né qualcuno ha mai pensato che questo costituisse un problema. Ma quando lo Stato decide di individuare le categorie produttive in base al codice di appartenenza per valutare, ad esempio, quale categoria appartenga al settore economico del turismo (così messo in ginocchio dalla pandemia) e quale no, ecco che il nodo di Gordio diventa scorsoio: se non c’è la categoria “scuole d’italiano per stranieri” non esiste attività rivolta al turismo linguistico e culturale. E, fatto che forse oggi diventa marginale visto che il settore è semidistrutto, non c’è “ristoro” economico; ma più grave ancora è che non c’è nemmeno confronto per un futuro rilancio.

3) Al di là della questione dell’accorpamento all’interno di un determinato settore, ancora più seria (e offensiva) è però l’assenza di una qualunque forma di riconoscimento identitario che conferisca alle scuole per stranieri una sia pur minima dignità di esistenza. La mancanza di un riconoscimento è causa anche del fatto che attività che svolgono lo stesso, identico lavoro siano frammentate in associazioni culturali, ditte individuali, srl o altre forme giuridiche quasi che davvero ci fosse fra loro qualche differenza. Infine, l’impossibilità di identificarsi rende faticoso, costoso e spesso umiliante qualunque impegno di relazione con l’estero e qualunque attività di promozione culturale: studenti che richiedono un visto di studio per frequentare i corsi di una scuola d’italiano possono ottenerlo o non ottenerlo a seconda della benevolenza di una ambasciata oppure del fatto che possa o meno bastare un certificato della Camera di Commercio o una serie di fantasiose garanzie che le singole scuole si prestano a offrire. A tutto danno del “turismo di qualità” che naturalmente nei paesi concorrenti è estremamente agevolato: sarà un caso se il numero di studenti universitari cinesi in altri paesi europei è molto più alto che in Italia? O non dipenderà anche dal fatto che da noi possono iscriversi senza impazzire nella burocrazia solamente quelli che frequentano un numero limitato di centri didattici, mentre un universitario non comunitario che richiede di frequentare “normali” scuole d’italiano viene spesso guardato con la stessa diffidenza che si riserva a chi è sospettato di cercare un visto per entrare in Italia e restarci poi come clandestino, terrorista e stupratore?

 

Dieci esempi di (forte) esistenza in vita

 

Un’altra faccia della medaglia, stavolta tutta diversa, si scopre però guardando la questione da un differente punto di vista: le scuole, invisibili quando si tratta di riconoscerne esistenza e identità, collaborano con le istituzioni e con gli enti di promozione culturale, italiani e stranieri, in moltissimi casi. Dieci esempi velocissimi che si possono fare senza sforzo:

1) Chi scrive, come direttore di una scuola d’Italiano per stranieri, è stato invitato più volte da Istituti Italiani di Cultura (così come altri responsabili di scuole per stranieri) per partecipare a iniziative seminariali per insegnanti o in occasione della Settimana della Lingua Italiana.

2) Basta sfogliare il catalogo di una Casa Editrice specializzata in materiali per studenti stranieri di italiano per scoprire fra i nomi degli autori decine di insegnanti delle scuole d’italiano per stranieri.

3) Università straniere mandano in Italia i loro studenti che frequentando le lezioni in una scuola d’italiano acquisiscono crediti validi nel proprio corso di studi.

4) Università italiane mandano nelle scuole d’italiano i propri dottorandi in didattica delle lingue per periodi di tirocinio validi come parte del corso universitario che seguono.

5) L’assegnazione di alcune certificazioni per l’insegnamento dell’italiano a stranieri prevede obbligatoriamente un certo numero di ore di lezione svolte presso le scuole d’italiano per stranieri.

6) Gli organismi stranieri che finanziano lavoratori o studenti per viaggi culturali e linguistici all’estero riconoscono le scuole per stranieri come adeguate a tenere questi corsi finanziati.

7) Seminari, conferenze di didattica, corsi tenuti all’estero per Università, associazioni culturali, Centri Dante Alighieri sono spesso richiesti a scuole d’Italiano in Italia.

8) Le borse di studio di queste scuole sono accettate senza atteggiamenti schizzinosi (si sa, pecunia non olet) da qualunque centro culturale estero, pubblico o privato che sia e, anzi, vengono richieste con premura qualora si tralasci di inviarle.

9) Le scuole pubbliche straniere organizzano in collaborazione con le scuole d’Italiano per stranieri settimane di “gita scolastica” in cui una ventina di ore del soggiorno sono obbligatoriamente destinate all’approfondimento dello studio della lingua.

10) Molte scuole d’italiano sono sede d’esame per lo svolgimento delle prove per ottenere le note certificazioni di conoscenza della lingua italiana rilasciate da istituzioni pubbliche.

 

Le richieste di LICET

 

Nel 2020, assai poco per celia e molto per non morire, nasce l’Associazione di Scuole d’Italiano LICET, (Lingua Italiana, Cultura e Turismo). Poche e chiare le richieste:

Riconoscimento identitario - Le scuole per stranieri vogliono essere riconosciute nella loro specifica identità di centri connessi al turismo linguistico e culturale. Centri che, intorno alla didattica dell’italiano per stranieri fanno ruotare un sistema di attività, promozione dell’Italia e dell’italiano all’estero, organizzazione del soggiorno in Italia, creazione di programmi culturali (viaggi, escursioni, visite artistiche e archeologiche, organizzazione di seminari di storia, cinema, musica, design ecc.). È necessario un codice Ateco specifico.

 

Controllo flussi - Semplificazione e sburocratizzazione delle pratiche amministrative legate al rilascio della documentazione necessaria agli stranieri non comunitari per frequentare i corsi. Vanno in particolare abolite assurde (e interessatissime!) pretese per cui per studiare in Italia si debba essere costretti a frequentare prima un corso di italiano all’estero (cosa che fra l’altro mette in crisi la realizzazione di tanti “corsi per principianti” che sarebbero il volano per creare future generazioni di studenti di lingua). Le scuole rivendicano il diritto di potersi avvantaggiare dei flussi di viaggiatori-culturali in Italia, senza essere costrette a superare ostacoli a volte determinati dalle pastoie burocratiche e a volte da interessi di chi ha qualche beneficio a limitare la loro capacità espansiva.

 

Difesa specificità - È necessario verificare che tutti quelli che svolgono attività di insegnamento dell’italiano a stranieri o di accoglienza culturale nei viaggi studio rispettino le regole, anche fiscali, cui le scuole si adeguano. I corsi gratuiti finanziati dallo Stato (o dalle Regioni, o dai comuni o da altre organizzazioni) giustamente destinati a una certa fascia di utenti, non possono costituire concorrenza sleale per le scuole d’italiano accogliendo anche studenti stranieri tutt’altro che bisognosi di supporto finanziario.

 

 

 

 

Note

1 Prevale certamente il serioso codice 85.59.30 (scuole e corsi di lingue) ovviamente inadeguato visto che la differenza fra una scuola di inglese per italiani e una di italiano per stranieri è evidente: differenze per pubblico, per tipo di assistenza e servizi offerti alla propria clientela, per genere di attività da svolgere e così via. Qualcuno ha perciò preferito il più volatile codice 85.59.20 (corsi di formazione) con il quale ci si va ad affratellare con chi si occupa magari di educazione informatica, ma che corrisponde terminologicamente all’attività di una scuola d’italiano per stranieri. Non ha sbagliato nemmeno chi ha pensato di scegliere un codice più ludico, il 94.99.20 (attività delle associazioni che perseguono fini culturali o ricreativi o la coltivazione di un hobby) o chi si è sentito più a suo agio nel diplomatico 85.52.09 (altra formazione culturale) consigliato per lezioni di pianoforte, di recitazione o di fotografia. Non mi pare invece ci siano scuole che abbiano scelto il misterioso codice 85.59.90 (altri servizi di istruzione) che tuttavia, per esclusione, potrebbe pure sembrare adeguato. Certo ragionevole è la scelta di chi ha optato per l’appuntito 85.41 (istruzione post-secondaria non universitaria) o per il timido l’85.60.09 (attività di supporto all’istruzione): drastica infine la scelta del codice 94.99.90 (attività di altre organizzazioni associative).

 

Immagine: Alessandro recide il nodo gordiano

 

Crediti immagine: Jean-Simon Berthélemy, Public domain, via Wikimedia Commons

 
 

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