03 marzo 2021

«Ma lei lo sa l’italiano?» Un professore a Oslo

 

Insegno lingua e letteratura italiana all’Università di Oslo, Norvegia, dal 2003. Qui circa 100 studenti all’anno studiano l’italiano. I più sono concentrati nei primi semestri, ma alcuni continuano lo studio fino a conseguire la laurea triennale in italiano e altri ancora, di solito cinque o sei, arrivano fino alla magistrale. La maggior parte dei nostri studenti sono giovani adulti, ma esiste anche un cospicuo numero di giovani pensionati che, magari già con una casa di proprietà in Toscana, intraprendono lo studio della lingua e della cultura italiana a livello universitario per inventarsi una nuova vita in Italia.

È nel complesso un buon numero di studenti, quasi quanto il tedesco, materia che però, a differenza dell’italiano, qui in Norvegia è anche lingua straniera obbligatoria alle medie e alle superiori e che quindi a rigor di logica dovrebbe avere un appeal più forte e una base di reclutamento agli studi universitari più ampia.

 

Fascino di una lingua inutile?

 

Non è sempre facile spiegarsi il successo di una lingua “inutile” come l’italiano; se lo si chiede agli studenti norvegesi molti rispondono che lo studiano per la bellezza del suono, ma quasi tutti lo fanno in verità per il fascino che la vita in Italia esercita su di loro, una vita che sentono come l’opposto di quella che si vive in Scandinavia. Noi stessi cerchiamo di agevolare il soggiorno in Italia dei nostri studenti, principalmente con lo scambio Erasmus con le nostre Università partner, ma anche per periodi più brevi presso altre istituzioni, perché sappiamo che il posto migliore dove imparare a parlare al meglio è l’Italia. Si tratta di viaggi a volte puramente di studio, a volte di tipo turistico-culturale, spesso presso una scuola d’italiano nelle località di villeggiatura in Sicilia, in Sardegna, in Campania o nelle città d’arte come Roma, Firenze e Venezia, ma altrettanto spesso anche nei centri meno battuti dagli itinerari turistici come le cittadine delle Marche o della Calabria, per dire. A volte poi, in queste scuole in Italia, ai corsi di lingua e cultura si aggiungono corsi di arte, di archeologia, di musica o di enogastronomia, magari regionale, corsi sempre molto apprezzati dai nostri studenti affamati d’Italia.

 

Il viaggio in Italia

 

Sono arrivato a Oslo nel 1998 dopo aver studiato lingue e letterature scandinave a Bologna. Già in quel periodo pensavo che il mio lavoro “da grande” sarebbe stato insegnare italiano come lingua straniera e per questo avevo messo nel programma di studi due esami di letteratura italiana, che sembrava fossero necessari per un carriera di docenti d’italiano LS. Dopo essermi trasferito a Oslo mi sono iscritto ad un master in italianistica e nel frattempo ho iniziato a lavoricchiare come insegnante nelle scuole serali di lingua. Prima alla Berlitz, che faceva utilizzare il famosissimo metodo omonimo per tutte le lingue che offriva – si inizia sempre con inculcare in maniera ossessiva allo studente la frase: this is a pen /questa è una penna – e poi in una scuola specializzata nell’insegnamento dell’italiano. Spesso le scuole d’italiano all’estero diventano anche un punto di riferimento degli italiani-viaggiatori, e quella scuola a Oslo non era da meno. Iniziando a lavorare in questa scuola mi sono accorto che il viaggio in Italia è “istituzionalizzato” attraverso il contatto con numerose scuole d’italiano in Italia, proprio perché il motivo principale dello studio dell’italiano per uno straniero è la voglia di venire in Italia.  

In ogni caso, dopo essere stato offeso dal direttore durante il primo colloquio di lavoro (“Ma, senti, tu conosci l’italiano?” “Ma come, io sono italiano!”), mi sono reso conto che due esami universitari in letteratura italiana o un master d’italianistica non ti preparano affatto allo stare in una classe di lingua per adulti ad insegnare una lingua straniera, anche se si tratta della tua lingua materna. Da lì è iniziato per un me un lungo processo d’aggiornamento che dura da venti anni e che mi ha portato negli anni a seguire corsi e seminari presso scuole e università italiane, che, col passare degli anni, hanno sempre più accresciuto e diversificato la loro offerta formativa, a pari passo con l’ampiamento del mercato “viaggi di studio” in Italia.

 

Centri di formazione, palestre, occasioni di lavoro

 

Al di là della specifica formazione di chi si specializza in didattica come me o di chi frequenta i numerosi corsi brevi tipo Ditals o Cedils, spesso la scuola d’italiano per stranieri, in Italia o all’estero, costituisce da un lato una delle prime occasioni lavorative per i laureati, dall’altro una vera palestra per “mettersi alla prova” per giovani insegnanti, come è successo a me. Nel corso degli anni poi tante scuole hanno raffinato la propria capacità di formazione degli insegnanti e organizzano sia corsi di didattica aperti a tutti sia attività formative specifiche per candidati all’insegnamento proprio nella scuola stessa. Diventano, insomma, prima centri di formazione, poi palestre, infine occasioni di lavoro, a volte anche all’estero e trampolino di lancio in qualche caso nella carriera universitaria. In effetti, nella stessa scuola dove ho occasionalmente lavorato a Roma per un breve periodo, c’erano anche un ragazzo mio collega che ora insegna in una università tedesca, una ragazza che ora insegna stabilmente in Irlanda, un’altra ancora che ha insegnato in università americane. E tutti hanno ora nel loro curriculm pubblicazioni di libri, alcuni anche molto noti nel campo dell’italiano per stranieri. Fortuna? Non credo.

Per concludere, dopo anni di esperienza nell’insegnamento dell’italiano all’estero, ho visto come le scuole d’italiano in Italia siano anche un punto di riferimento per chi insegna l’italiano all’estero, non solo per i corsi di lingua che offrono o per essere laboratori di ricerca didattica, ma spesso anche come appoggio organizzativo per i viaggi di singoli o di gruppi. C’è davvero da sperare che tutto questo non vada perso una volta passata la bufera pandemica.

 

Immagine: Oslo

 

Crediti immagine: Helge Høifødt, CC BY-SA 4.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0>, via Wikimedia Commons

 

 


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