03 maggio 2021

Storia di un morso

«Questa è la terra di Puglia e del Salento, spaccata dal sole e dalla solitudine, dove l’uomo cammina sui lentischi e sulla creta. Scricchiola e si corrode ogni pietra da secoli. Anche le pietre squadrate, tirate su dall’uomo, le case grezze, le chiese destinate alla misura del dolore e della speranza, seccano e cadono nel silenzio. Avara è l’acqua a scendere anche dal cielo, gli animali battono con gli zoccoli un tempo che ha invisibili mutamenti. I colori sono bianchi, neri, ruggine. È terra di veleni animali e vegetali: qui esce nella calura il ragno della follia e dell’assenza, si insinua nel sangue di corpi delicati che conoscono solo il lavoro arido della terra, distruttore della minima pace del giorno». Queste icastiche parole di Salvatore Quasimodo fanno da “voce” al documentario dal titolo La taranta di Gianfranco Mingozzi, il primo regista a filmare i segni del tarantismo dopo l’approdo nel 1959 della spedizione etnografica guidata da Ernesto De Martino in Salento, la terra dell’antico Regno di Napoli, «stretto fra lo stato Pontificio e il mare […], tra l’acqua benedetta e l’acqua salata» (De Martino 1994: 13).

Suggestionato dalle belle fotografie di André Martin che immortalavano volti e corpi nel rituale presso la cappella di San Paolo a Galatina, De Martino e la sua équipe (in un tempo troppo ristretto di permanenza, come dirà egli stesso) raccolgono informazioni, fanno interviste, effettuano registrazioni audio e scattano fotografie sul fenomeno, che già allora era sulla strada di una graduale ed ineluttabile scomparsa.

Proprio la pubblicazione del libro di De Martino, La terra del rimorso – considerato a ragione la Bibbia del tarantismo –, ha portato un rinnovato interesse sull’argomento e un prolifero fiorire di studi. Nell’impossibilità di sintetizzare in poche righe un fenomeno che copre un arco temporale di circa sette secoli (basti pensare che il primo documento in cui si sostiene il legame tra taranta e musica è il Sertum Papale de Venenis di Guglielmo de Marra databile al 1362: «il morso della tarantula genera un morbo melancolico […] canti e musiche sono molto salutari per quanti hanno patito tale morso»; cfr. De Martino 1994: 230), preferiamo fornire alcuni spunti e suggestioni che possano fungere da base per eventuali approfondimenti da parte dei lettori. 

Per molto tempo il tarantismo è stato considerato una malattia, generata dal morso velenoso della Lycosa tarentula e, sin dai primi trattati, è stato delineato con le caratteristiche che ritroveremo anche nella letteratura successiva: un ragno morde e avvelena determinando uno stato morboso la cui guarigione avviene attraverso la terapia coreutico-musicale e l’intercessione di San Paolo. Si racconta, inoltre, dell’esistenza di vari tipi di tarantola: ognuna nel momento del “mordere” emetteva una melodia specifica e le differenti melodie erano messe in relazione con le diversità specifiche dei vari soggetti: «Il morso della taranta mantiene l’uomo nel suo proponimento, cioè quel che pensava quando fu morso», leggiamo nel Bestiario (Codice H, f. 18v) di Leonardo da Vinci alla voce Taranta.

 

Ci è taranta lassila ballare / ci è malincunia caccila fori

 

Dal citato La terra del rimorso ricaviamo che il tarantismo può essere ascritto ad una specifica zona geografica (il Salento), che si manifesta in un dato periodo dell’anno (l’estate) e che “tocca” specialmente le donne (benché potenzialmente tutti possano essere pizzicati dall’aracnide). L’animale morde, inocula il veleno nelle vene “infettando” tutto il corpo e ri-morde, con le stesse modalità, negli anni successivi fino a che non si è guariti. Luigi Chiriatti, noto studioso salentino del tarantismo, afferma che il tarantismo è l’interruzione della quotidianità: la donna, per una serie di motivi, non riesce ad affrontare i problemi del quotidiano, non ne regge il peso: attraverso il rituale molto complesso, può entrare in uno stato “altro” (si veda il video Sul tarantismo: intervista a Luigi Chiriatti). Il veleno iniettato dalla taranta circola nel corpo della vittima finché lo stesso ragno è vivo e, in alcuni casi, può anche continuare nella sua discendenza: chi è morso manifesta i sintomi a cadenza stagionale. Alla puntura, reale o simbolica, seguiva un periodo di malessere fisico che consisteva in spossatezza, nausea, angoscia, inappetenza, malinconia. Le parti del corpo colpite erano il piede e la mano ma anche l’interno dei seni (menzu lu canaletto de le nenne, recita la pizzica di Torchiarolo).

Ma passiamo al rituale (in origine eseguito all’aperto, in campagna; in seguito in casa): la vittima giace a terra immobile, stesa su un lenzuolo bianco che rappresenta un perimetro cerimoniale entro il quale muoversi ed è circondata da un insieme di donne (gruppo terapeutico). I musicisti di violino, tamburo e organetto espongono una serie «di divise musicali, vere e proprie planimetrie sonore di investigazioni conoscitive, che dovevano scazzicare il soggetto affetto dal male oscuro; è necessario trovare l’aria giusta, simile alla natura della taranta che ha morso inoculando il suo umore; si avranno così le ballerine e le canterine, le lussuriose o le tristi e melanconiche, o ancora le sorde» (Epifani 1999: 163).  

Per far schiattare l’animale è necessario riprodurne la danza, farsi ragno e ballare con il suo ritmo, per poi imporre al ragno il proprio ritmo, fino a stanarlo (cfr. Di Lecce 1994: 60-65). Trovare la “divisa musicale” giusta significava giungere alla risoluzione, alla catarsi conclusiva. Le tarante, come gli esseri umani, hanno dei nomi: Maria, Peppina e Rosina e mostrano una loro “personalità” che si riflette nei diversi atteggiamenti coreutico-musicali di chi è stato morso. E così le ballerine e canterine “chiedono” il ballo e il canto, le libertine mostrano espressioni corporali lussuriose, le mute esigono melodie malinconiche o nenie funebri. La specie sorda necessitava di un particolare rituale: ai lati della stanza si ponevano quattro chiodi lunghi e grossi che venivano conficcati solo per metà nella terra; la tarantata percepiva sotto i piedi solo quelle vibrazioni emesse dalla metà soffocata nella terra battuta, attaccando a ballare. I chiodi differivano per lunghezza e larghezza, forse in rapporto al grado di “sordità” della donna pizzicata. La componente musicale scatena e rinforza il rituale simbolico; la circolarità dei movimenti coreutici è sostenuta dalla reiterata ossessività di un ritmo costante e uguale a se stesso, che incanala la tarantata verso uno stato alterato di coscienza (cfr. Epifani 1998: 199-211). La donna circoscrive lo spazio e passa dalla posizione orizzontale (in cui è il ragno a comandare) – striscia e rotola – a quella verticale, in cui è lei a comandare sul ragno; «urla, fa vocalizzi e glissati i quali da un iniziale linguaggio comunicativo e logico, si mutano in coercizione magica. Qui si fa palese la potenza soprannaturale dell’animale-ragno, che permette alla donna di accedere all’universo sonoro, al movimento di colui che incarna, divenendone corpo».   (Epifani 1999: 161).

 

Santu Paulu meu de le tarante

 

Il rito si concludeva con il pellegrinaggio di ringraziamento (un pellegrinaggio antropologico, per usare le parole di Alfonso Maria Di Nola) alla cappella di San Paolo a Galatina; il 29 giugno è il giorno in cui si festeggiano i santi Pietro e Paolo e ancora oggi la città accoglie momenti performativi e rievocativi dell’arcana ritualità, infiammando quanti accorrono con curiosità, al grido-morso della taranta.

La tradizione popolare vuole che in questo luogo si sia fermato San Paolo durante il suo pellegrinaggio nel Salento, proteggendolo da tutti gli animali; per questo motivo, il feudo di Galatina beneficerebbe dell’immunità dal veleno della taranta (cfr. Turchini 1987: 15-16).

Tante furono le vittime del morso melodico, ma la popolarità toccò solo a Maria di Nardò (eroina della terra del rimorso, come la definisce Lapassade) e ad Anna di Ruffano (la donna ritratta in Lettere da una tarantata di Annabella Rossi). Tutte le altre donne (Rita di Alezio, Peppina di Nardò, Immacolata di Taviano, Carmela di San Pietro Vernotico, Fernanda di Nardò) ritornarono presto nell’anonimato da cui erano state chiamate.

Un universo di grande poesia e incanto quello del tarantismo che, da secoli, riesce ad affascinare, ancora potentemente, folle di individui con le sue malìe musicali e i suoi racconti stregati dal dolore e dall’amore, portati alla luce dei riflettori e dei media appena sessant’anni fa, un fenomeno poliedrico che «non vuol essere una teoria da illustrare, un sistema da verificare, non ha bisogno di definirsi come qualcosa e con qualcosa, ma si presenta semplicemente come un’esperienza polifonica, da narrare attraverso i suoni, i colori e la danza di un corpo, il quale ascolta, si manifesta, si rappresenta e poi scompare, ritornando al suo tempo mitico e aspettando, probabilmente, nuove modalità per apparire nella storia» (Epifani 1999: 156).

 

 

Suggerimenti di lettura

Nell’impossibilità di citare la sterminata bibliografia sul fenomeno, proponiamo La Tela infinita. Bibliografia degli studi sul tarantismo mediterraneo 1945-2004 di Gabriele Mina e Sergio Torsello (Besa, Nardò, 2004; una guida bibliografica completa ed esaustiva) e la consultazione del sito http://lnx.vincenzosantoro.it.

Nel testo sono citati E. De Martino (La Terra del rimorso, Saggiatore, Milano, 1994), G. Di Lecce (La danza della piccola taranta, Sensibili alle foglie, Roma, 1994), M. A. Epifani (Il tarantismo: l’universo nascosto di un corpo danzante, in Rimorso. La tarantola tra scienza e letteratura, Besa, Nardò, 1999; Nuove luci e antiche ombre sul tarantismo, in Ematoritmi, Manni, Lecce, 1998), A. Turchini (Morso, Morbo, Morte. La tarantola fra cura medica e terapia popolare, Franco Angeli, Milano, 1987).

 

 

 Immagine: Lycosa tarantula

 

Crediti immagine: João Coelho, CC BY 2.0 <https://creativecommons.org/licenses/by/2.0>, attraverso Wikimedia Commons


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