04 maggio 2021

Le parole della Taranta

Un po’ di storia fra taranta e tarantola, fra gechi e ragni

 

La famiglia di parole legate al fenomeno discende da due vocaboli: taranta e tarantola. A partire dal Cinquecento (Mattioli, Redi) e per lungo tempo (fino a repertori etimologici recenti, per es. il Nocentini) per questo gruppo di parole è stato ipotizzato l’accostamento etimologico al nome della città di Taranto. Sulla scorta del Deonomasticum Italicum (s.v. Taranto) è oggi possibile scartare come decisamente paretimologica questa ricostruzione. Ne seguiremo pertanto le tracce per ricostruirne la storia sulla scorta del prezioso repertorio.

La prima attestazione di tarantae col significato di ‘scorpioni’ compare verso la fine del sec. XI nella cronica latina-medievale di Gaufredus Malaterra (De rebus gestis Rogerii Calabriae et Siciliae comitis et Roberti Guiscardi ducis fratis eius). Nel Quattrocento la voce ricompare in italiano: «e di tuo’ membri pasci / bisce, tarante, scorpi, botte e vermi» nell’opera di Niccolò Cieco. Visto che Gaufredus era oriundo della Normandia, è stata supposta un’origine francese della parola. Questa ipotesi concorderebbe col fatto che la prima attestazione in assoluto di tarantola è nel Milione di Marco Polo, come traduzione del franco-italiano tarantule ‘geco’ «se vi viene alcuna tarantola – che ve n’à molte – sì guata da quale parte ella viene». In italiano la parola compare per la prima volta nel 1452 negli scritti del medico padovano Michele Savonarola, col significato di ‘ragno’ («bono medico serebe a quelle che piciate sono in Puglia da la tarantola luxuriosa»). Col medesimo significato la parola continua la sua storia, ed è attestata da Matteo Palmieri (1473) a Carlo Cassola (1964), come documenta il GDLI fino ai nostri giorni.

Ad ogni modo, già dalla metà del Cinquecento si sviluppano i significati figurati di ‘persona malefica, perfida (perlopiù riferito ad una donna)’ (con un’evidente scorrettezza politica ante litteram, attestazioni in Firenzuola e Negro), ‘smania rabbiosa, eccitazione frenetica’. La parola comincia a comparire in locuzioni verbali di valore estensivo, per indicare ‘chi si agita scompostamente o si dimostra particolarmente irritabile o frenetico’, come essere morso/morsicato dalla tarantola (ante 1561, Bandello «pareva proprio che… morso fosse stato da una de le tarantole de la Puglia», in cui si noti il riferimento diatopico), poi attestate anche in Goldoni ed autori successivi fino alla metà Novecento, quando si avrà il boom del traslato.

 

Una carrellata di derivati

 

Da taranta e tarantola si è formata una ricca messe di derivati. Dalla seconda si formano vari suffissati, cioè tarantolato (ante 1535, Berni: «Come in Puglia si fa contro al veleno / di quelle bestie che mordon coloro, / che fanno poi pazzie da spiritati, / e chiamansi in volgar tarantolati»); tarantolismo (ante 1698, Redi), che in seguito acquista il significato estensivo ‘frenesia, agitazione’ («tarantolismo della coscienza» 1986, Manganelli); tarantolare ‘mettere in uno stato di frenetica agitazione’ («era stato tarantolato dalla rivoluzione»: 1883, Faldella); tarantolesco ‘allucinante’ (1941, Cardarelli); e il prefissato attarantolato (1604, Campanella).

Dalla prima abbiamo tarantato (1600-1660ca., Documenti delle scienze fisiche in Toscana: «dell’uso popolare di far ballare i tarantati»), il più tardo tarantismo (1748-49, Chambers), tarantella (se non è, come suggerisce GRADIT, un derivato da tarantola con cambio di prefisso e spostamento di accento), prima come diminutivo (1665, Lippi), poi ‘danza’ (ante 1698, Redi), che acquista presto significati figurati: ‘scritto e discorso prolisso e confuso; sproloquio’ (1724, Metastasio), ‘violenta scarica di percosse’ (tarantella di calci: 1950, Jovine) e compare anche in locuzioni, come ballare la tarantella ‘succedersi disordinatamente’ («un abburattarsi di parole e di rime che si rincorrono che si rivolgono che si afferrano che ballano la tarantella»1874, Carducci), ‘tremare, ondeggiare; muoversi disordinatamente’ («arrancava in modo che sembrava ballasse la tarantella»: 1889, Verga), ‘oscillare violentemente per un terremoto’ («il suolo mettevasi a ballare la tarantella»: 1894, De Roberto); tarantellare ‘ballare la tarantella’ (1883, Faldella) e poi ‘muoversi freneticamente’ («vedetelo come balza da letto e lettiga, come tarantella tra analisti e chirurghi»: 1989, Manganelli).

 

E la pizzica?

 

Che il successo e la diffusione del fenomeno della taranta (che esce dal suo àmbito diciamo folclorico, ossia quello delle tradizioni popolari salentine) sia connesso con la nascita degli eventi culturali legati alla musica è dimostrabile anche attraverso la storia delle sue parole. Pensiamo che nei principali dizionari dell’uso della nostra lingua (Zingarelli, Sabatini-Coletti, Devoto-Oli; Garzanti) la parola taranta non è affatto registrata fino alla seconda metà degli anni 2000.

Essa fa il suo ingresso nei quotidiani nazionali il 19 gennaio 1985 (La Stampa; tre anni dopo ne la Repubblica), proprio col significato di ‘ragno’. E non sarà certamente un caso se con la prima edizione della Notte della taranta, il festival di musica popolare salentina, nel 1998 (anno in cui La Stampa – il 15 settembre – registra il sintagma per la prima volta) la parola avrà un’impennata molto rapida (oltre 3000 risultati nel database de la Repubblica, ben più di 2000 in quello de La Stampa che si ferma però al 2006) ed entra, significativamente, nei dizionari. Ci risulta lemmatizzata prima in GRADIT (2007) e poi, man mano, in altri repertori (Zingarelli 2010; Devoto-Oli 2012), sia col significato zoologico (di fatto come sinonimo di tarantola), sia con quello nuovo di ‘pizzica’ o anche di ‘variante della pizzica suonata a ritmo più accelerato’.

Anche la parola pizzica, con le sue varie declinazioni (pizzica-pizzica, pizzeca-pizzeca, pizzica tarantata), compare ben prima nei giornali: 1988 (11 agosto) su La Stampa e 1992 (8 febbraio) su la Repubblica.

Il tipo con reduplicazione addirittura in un articolo del 1931 (8 novembre) su La Stampa: «la danza più in voga [nel Gargano] è la tarantella: una specie di tarantella napoletana che qui prende lo strano nome di pizzica pizzica» (e si noti l’appunto strano nome che indica con chiarezza l’estraneità del termine al giornalista); pizzica tarantata intorno agli anni ’90 (La Stampa: 4 marzo 1990; la Repubblica: 14 aprile 1991).

Per la registrazione nei dizionari bisognerà attendere: GRADIT 2007 (che data la parola al 1818, in un libro dell’intendente borbonico Giuseppe Ceva Grimaldi, Itinerario da Napoli a Lecce), Zingarelli 2010, Garzanti 2010 (che però continua a non registrare taranta).

 

Un popolo di santi, poeti, navigatori e tarantati

 

Se, come è pacificamente riconosciuto, la registrazione di una parola in un dizionario dell’uso consente di poter affermare che essa non è più ristretta al suo àmbito settoriale o specialistico ma è entrata più o meno stabilmente nella lingua, ancora maggiore valore ha il suo impiego in traslati ed espressioni metaforiche. Molto precoce è, per esempio, l’uso figurato dell’aggettivo tarantolato: è del 5 dicembre 1972, la prima attestazione de La Stampa («E che il magnifico José […] rotoli dopo il suo gol vincente tra i fotografi e si rialzi dimenandosi come un tarantolato»); la Repubblica segue di qualche anno (del 15 maggio 1984 la prima occorrenza), ancora nel linguaggio calcistico («le lezioni di tarantolati della domenica»). L’impiego del termine diventa ben presto virale e, a conferma del suo successo, possiamo senz’altro addurre anche la sua “trasversalità”, ossia il suo impiego in relazione a contesti e personaggi diversi. Lo sport senz’altro, soprattutto il calcio che lo aveva adottato per primo (per es. derby tarantolato, Celtic tarantolato, tarantolato pareggio), ma anche il ciclismo (strapazzatore di biciclette, tarantolato), la politica (fregiati del “titolo” almeno politici come Bossi, La Malfa, Buttiglione, Prodi, Spadolini, Casini e partiti, come L’Ulivo), la finanza (listino tarantolato, Wall street tarantolata, virus del monopolista, che è tarantolato dal monopolio), il cinema e il teatro (regista tarantolato), e via dicendo.

Medesima sorte, ma con minore densità, hanno altri componenti della famiglia lessicale. Da tarantola («morso dalla tarantola dell’applauso» (la Repubblica, 1 dicembre 1982) a tarantolismo («col tarantolismo televisivo e sondaggistico a fare da sfondo» (La Stampa, 15 aprile 1996).

 

 

Bibliografia e sitografia minima di riferimento.

http://www.archiviolastampa.it/

https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/

DELIN = M. Cortelazzo, P. Zolli, Dizionario Etimologico della Lingua Italiana (nuova

edizione a cura di M. Cortelazzo e M. A. Cortelazzo), Bologna, Zanichelli.

Devoto-Oli = Vocabolario della lingua italiana, Firenze, Le Monnier, 2012.

Garzanti = Dizionario italiano, Milano, Garzanti, 2010.

GDLI = S. Battaglia, G. Bárberi Squarotti, Grande dizionario della lingua italiana, Torino, UTET, 1961-2002; con il Supplemento del 2004.

Nocentini 2010 = A. Nocentini, L’etimologico, Firenze, Le Monnier.

Schweickard, Wolfgang, Deonomasticon Italicum. Vol. IV (R-Z), Berlin-Boston, de Gruyter, 2013 (a cui si rimanda per la bibliografia sulle varie ipotesi etimologiche).

Zingarelli = Vocabolario della lingua italiana, Bologna, Zanichelli, 2010.

 

 

Immagine: Istantanea di due ballerini di pizzica, attraverso Wikimedia Commons

 

 


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