05 maggio 2021

Il tarantismo nella memoria e nella letteratura dei Greco-salentini

 

Se avessimo chiesto ragguagli sul fenomeno del tarantismo ad un ellenofono del Salento nato alla fine del XIX sec. e vissuto tra le due guerre nel XX sec., probabilmente non ci avrebbe risposto o avrebbe pianto o, nel migliore dei casi, ci avrebbe velocemente licenziati dopo stringate riflessioni sul dolore e la sofferenza dei tarantolati. Questo accadeva nelle indagini etnografiche sul fenomeno del ‘ri-morso’ all’interno dei paesi Greco-salentini sino alla seconda metà inoltrata del Novecento. La ricerca stessa su questo tema era malvista dal popolo, intesa come una forma di irrispettosa curiosità in un contesto sacrale fatto di passione, mortificazione e devozione. Rarissimi i racconti orali su donne e uomini tarantolati, resoconti di situazioni viste e di dolorosa compassione, che non diventavano mai letteratura stabile, trasmessa di padre in figlio, ma si limitavano all’effimero ruolo di riflessione sulle tante facce crude della realtà, su una sofferenza ulteriore da sopportare nell’attesa di una manifestazione del divino. Rarissimi anche nel contesto della ghetonìa, il ‘vicinato’ unito nella condivisione del racconto e del mutuo soccorso in qualsiasi momento, gli accenni ai fenomeni di tarantismo. A Sternatia (LE), ad esempio, una delle poche roccaforti in cui persiste, meglio radicato e diffuso, il dialetto neogreco del Salento, con moltissima cautela si riferiva, ancora sino ai primi anni Novanta del secolo scorso, di un tarantolato, morso nei caldi giorni delle messi d’estate e condannato a rivivere su se stesso le movenze del ragno. Egli era capace, si diceva, nei momenti in cui il ‘morbo’ si faceva più evidente, di inusuali movimenti del corpo che gli permettevano di avvilupparsi tra le gambe di una sedia e di sgusciare fuori dai “pali”, le fasce orizzontali che ne tengono unite le parti. E questa narrazione e le poche altre come questa non erano mai intrattenimento, bensì momento di riflessione, quasi sempre ammaestramento, oltre che prova di pietà utile, si sperava, ad esorcizzare il ‘morbo’ su di sé e sui propri cari.

 

Donne e uomini disfatti da un’esistenza di privazione

 

I Greci del Salento chiamano il ragno tarànta (rarissima la forma sfalàngi recuperata solo a Calimera, si veda Corlianò, s.v. ed a Martano, come dimostra Cassoni, ma col significato di ‘scorpione’) così come chiamano la città di Taranto Tarànta, perpetuando l’antica accentazione greca del nome nella forma dell’accusativo (Ταράντα). Il ragno era per loro la causa “certa” del convulso ballo e di tanti atteggiamenti oltre maniera che gli affetti dal morbo assumevano. Nell’estremo Sud d’Italia, e proprio nell’area ellonofona, dove il ri-morso di un innocuo ragno si aggirava, fino ancora agli ultimi anni Ottanta del XX sec., tra i filari di tabacchi orientali, sotto le foglie di Perustiza e Xanti-Yaka messe a seccare al sole cocente, tra gli ultimi scampoli di una vita contadina fatta di ritmi e tabù atavici, povere donne ed uomini disfatti da un’esistenza di privazione ballavano, a causa della tarànta, sotto gli occhi lignei del Santo forse più carismatico che il Cristianesimo antico ci abbia consegnato, Paolo di Tarso. La tarànta morsicava e condannava, la tarànta stessa liberava col suo sacrificio; era opinione comune che bastasse ritrovare il ragno ed ucciderlo per far sparire i venefici effetti sul malcapitato. Ritornava, così, ciclicamente la storia di uomini e donne che almeno una volta l’anno potevano far esplodere tutto il proprio io represso, fiaccato da usanze costrittive, sfibrato da indigenza, soprusi, fatica; ri-tornava, forse, una volta l’anno la follia delle mènadi antiche, adepte di un dio tra i più carismatici del pantheon pagano, Dioniso, il dio che i Greci chiamavano liberatore. Ma di tutto questo i Greco-salentini non potevano e non volevano sapere. Se il tarantismo fosse stato materia non dolorosa, lo avremmo trovato nei racconti (cùnti) e nei versi (traùdia) tradizionali, invece non esiste accenno al fenomeno. Solo la tradizione letteraria romanza racconta nel Salento del tarantismo e lo fa modulando le parole su un ritmo ridondante che si riteneva curativo. I Greco-salentini non avevano letteratura di intrattenimento che parlasse del “morbo” del ragno, dei suoi effetti e del modo di guarire. I centri nevralgici del tarantismo salentino, Galatina prima di tutti con la sua cappella di San Paolo e l’adiacente pozzo dell’acqua miracolosa, erano fuori dall’area greca e la musica guaritrice di molti dei più noti suonatori di tamburello e violino si accompagnava a canti tradizionali in dialetto romanzo.

 

La pizzicata

 

Tra i toponimi dell’area ellenofona, sopravvive a Soleto la voce Pizzimèni che si usa per indicare una masseria suburbana, ormai inglobata nel centro abitato. Pur nella difficoltà interpretative che la toponomasica di tradizione orale presenta al ricercatore, Pizzimèni con un buon grado di probabilità è una voce grica (greco-salentina). Potrebbe, infatti, essere una forma di participio passato del verbo pizzuddhò che significa ‘pizzicare’ (e che si trova anche nella forma ampia pizzuddhimèni). In tempi in cui il tarantismo sembra essere diventato una religione estiva, officiata da masse danzanti fortunatamente lontane dal doloroso ed ancestrale travaglio di uomini e donne virtualmente morsi da un ragno, ma internamente (ri)morsi da un’oscura malattia dello spirito, il nostro toponimo ricorda una pizzicata (se volgiamo un femminile, o più pizzicati, se preferiamo il maschile), distrutta dal suo cupo dolore e, speriamo, guarita da musici esperti, al suono di violino e tamburello, e per intercessione di San Paolo!

 

Dalla sfera del dolore alla tarantella

 

Quando il tarantismo è passato dalla sfera del dolore e dell’intima pietà popolare a quella del mero ricordo, nel momento stesso in cui gli ellenofoni del Salento hanno superato l’età della sofferenza e del rigetto della propria tradizione ed hanno virato verso l’affermazione e la consapevolezza dell’identità grica, allora anche il ragno e San Paolo hanno potuto fare il grande ingresso nella letteratura, in quella che dobbiamo definire neo-ellenofona. Quest’ultima non poteva esimersi, sciolti i vincoli ancestrali, di cantare un fenomeno tanto importante e tanto alla moda. Vale la pena, perciò, di citare due tarantelle scritte e musicate da interessanti gruppi canori che sono andati oltre la tradizione letteraria grica ed hanno scritto e musicato versi nuovi, permettendo di dire a chi li legge e li ascolta che la vena poetica degli ellenofoni del Salento non è scomparsa come non è scomparsa la loro lingua.

 

La musica degli Avlèddha

 

Gli Avlèddha, gruppo musicale animato dai fratelli Gianni e Rocco De Santis di Sternatia (LE), nel disco intitolato Otranto (ed. Gruppo culturale Avleddha, 2001) inserivano il brano Mara cce mena mara acce mà (Povero me, poveri noi) in cui si leggono questi versi:

 

Ìstigghe n’anemòsi ta cuccìa

mô scùccaro demèno sa maddhìa.

Son ànemo travùdigghe me chàri

ma pòdia-su iunnà ‘pa so litàri.

Ìrte ce se pizzùddhise i tarànta

pu ca’ so damantìli ìbbie pratònta.

Mara cce mena mara acce mà

ce i tarànta pu pizzuddhà.

Ce e’ sòzi cùsi ‘na tutso ccampana,

chorèonta pànta stèi sa culivàna.

Ce i màna-su pu pài ngotanimmèni

son àio Pàvlo nâchi na se iàni.

Ce o ciùri-su se clìnni mâ clitìa

na mi to màtone sin ghetonìa.

Mara cce mena mara acce mà

ce i tarànta pu pizzuddhà.

Ìtela na su clàso to tsuccàli

na su to sìro apànu si ciofàli.

Na vàli sensu ti ìse kiaterèddha

na mi to màtone is pàssin avlèddha.

Ma so tsuccàli vàddhi ta cuccìa

Pu ventulìscetse, pu ventulìscetse

mô scùccaro demèno sa maddhìa.

 

Stavi ventilando le fave

col fazzoletto legato sui capelli.

Cantavi con gioia al vento,

coi piedi nudi sul selciato.

Venne a pungerti il ragno

che si era infilato sotto il grembiule.

Povero me, poveri noi

ed il ragno che punge.

E non puoi sentire un tocco di campana,

subito cominci a danzare come una sciocca.

E tua madre va ad inginocchiarsi

davanti a san Paolo perché ti guarisca.

E tuo padre ti chiude a chiave

perché il vicinato non lo venga a sapere.

Vorrei rompere la pignatta

tirandotela in testa,

così da farti tornare a ragionare

e perché non si venga a sapere in ogni cortile.

Ma tu nella pignatta metti le fave

che hai ventilato, quelle che hai ventilato

col fazzoletto legato sui capelli. (trad. di F.G. Giannachi)

 

Al ritmo incalzante della tarantella, i versi narrano la storia di una povera ragazza colpita dal “morbo” del ragno. L’atmosfera generale del canto è gioiosa, un po’ in contrasto con il contenuto dei versi che, se letti alla lettera e senza l’accompagnamento musicale, narrano una storia sfortunata, ricordano due genitori disperati per la sorte della figlia, non fanno mistero sul tentativo della famiglia di tenere il “morbo” in assoluto segreto, evitando che il vicinato si accorga di una sventura tanto grave per una giovane donna. La musica è travolgente, non più curativa, e le parole, dietro l’allegro ricordo di un “mito” salentino, ricordano uno degli intimi drammi di una società contadina, legata ai suoi riti ancestrali.

 

La musica degli Astèria

 

Ancora a Sternatia (LE), gli Astèria, guidati da Giorgio Vincenzo Filieri, hanno di recente pubblicato il disco Me tin glòssa.mu… (Con la mia lingua, ed. Nutricato Spettacoli 2021) che associa testi in greco salentino scritti da Filieri e melodie hard rock. Tra queste la traccia n. 3 è una tarantella il cui testo è composto da un centone di versi della tradizione romanza sul tarantismo tradotti in grico:

 

 

Ce chòretso agàpi-mu vloimèni

ca i tarànta 'en ène apetammèni.

Ma pu se dàccase i tarantèddha?

acàtu si' ppotèa a' ttin vestèddha.

Eh Ia-mu Pàvle-mu a' ttes tarànte,

dakkànni tes kiatère 'ci ses ànke.

'O tamburràci-mu ìrte a' tti Rròmi

ce mu to èfere i Napulitàna.

 

E balla, amore mio benedetto

ché la tarànta non è stata dimenticata.

E dove ti ha morsicato la tarantèlla?

Giù all’orlo della veste.

E san Paolo mio delle tarànte,

mordi le ragazze tra le gambe.

Il tamburello mio è venuto da Roma,

me l’ha portato la Napoletana. (trad. di F.G. Giannachi)

 

 

Come si accennava sopra, se “la tarànta non è morta” ('en ène apetammèni), anche la tarantàta non può trovare pace. Gli ultimi quattro versi riproducono, in traduzione grica, parte del famoso canto su San Paolo e le tarantolate di tradizione romanza: E Santu Paulu miu de le tarante/ pizzichi le caruse mmienzu l’anche./ Lu tamburrieddhu miu vinne de Roma/ ca me lu ndusse na napulitana.

 

 

Bibliografia

Quanto sopra riportato è frutto di indagine etnografica nei comuni ellenofoni della provincia di Lecce, tra gli anni 1997-2015 soprattutto nei centri di Sternatia, Soleto, Zollino, Corigliano e Calimera. Per i lessici del dialetto neogreco del Salento si veda G. Rohlfs, Lexicon Graecanicum Italiae Inferioris, Tübingen, 1964; A. Karanastasis, Ἱστορικον λεξικον τν λληνικν διωμάτων τς κτω ταλίας, Αθήνα, 1984-1992; M. Cassoni, Vocabolario Griko Italiano, a c. di S. Sicuro, Lecce, 1999; C. Greco – G. Lamprogiorgou, Lessico di Sternatia (Paese della Grecìa Salentina), Lecce, 2001; F. Corlianò, Vocabolario Italiano-Griko Griko-Italiano, San Cesario di Lecce, 2010; S. Tommasi, Griko. Dizionario, Lecce 2021. Sul tarantismo si vedano almeno questi due importanti contributi, cui rimando per l’ampia bibliografia citata: G. Vallone, Le donne guaritrici nella terra del rimorso. Dal ballo risanatore allo sputo medicinale, Galatina 2004; G. L. Di Mitri, Storia biomedica del tarantismo nel XVIII secolo, Firenze 2006.

 

 

Immagine: Tarantata a Lizzano, attraverso Wikimedia Commons

 

 


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