27 marzo 2020

Lo studente nel buio della sala: on o off?

 

«Qualche Pirandello quest'anno in cartellone? Magari qualcosa di classico latino o greco... Niente Goldoni?»

Da circa quindici anni mi occupo di pubblico organizzato, e da una decina di pubblico delle scuole: un lavoro paziente, ancora old fashioned perché fatto di ore al telefono a raccontare e spiegare (non vendere, per carità!) il cartellone ai docenti che si incaricheranno di prenotare per le loro classi.

 

Il corpo docente e il corpo degli attori

 

Spettacoli storici. Spettacoli già visti e amati e consigliati al professore di turno come farei ad un caro amico. Spettacoli molto attesi, grandi nomi e ancor più grandi allestimenti. Spettacoli che sono una scommessa, spettacoli che hanno bisogno del pubblico giusto per vincere la loro scommessa. Spettacoli che non ho ancora visto ma «il tema è perfetto per i Suoi ragazzi della quinta, potrebbe uscire alla maturità». In più di un caso, è necessario esporsi, metterci la faccia. E alla fine della stagione, se i conti non tornano e lo spettacolo non è piaciuto alla quinta della professoressa X, a nulla servirà fare appello al decalogo dei diritti del lettore di Pennac, qui traslato in ambito teatrale, perché gli studenti a teatro non possono certo alzarsi e andarsene.

C’è un rapporto di fiducia tra il teatro e l'insegnante che decide di includere nella didattica l'uscita teatrale. Perché la professoressa X lo sa che più che di uscite, qui si parla di entrate teatrali: il giovane che ha in mano il biglietto per uno spettacolo possiede il lasciapassare per un'esperienza totalmente immersiva, fisica, alla quale raramente è preparato. Un'opera di Pirandello può essere spiegata in classe, o letta a brani sull'antologia, ma per un adolescente la cui vita vera si svolge altrove, vissuta attraverso il diaframma dello smartphone, questa stessa opera vista in scena, fatta viva attraverso la fisicità dell'attore, che suda e piange lacrime vere, è tutta un'altra cosa. Il tasso di memorabilità si impenna grazie alla carne che gli attori riescono a dare ogni sera, ed ogni sera in maniera unica, alla pagina scritta. Sorta di miracolo profano, questa incarnazione del verbo degli autori canonici di letteratura italiana o inglese o francese, ecco cosa chiede il corpo docente all'istituzione teatrale.

 

Una scarica elettrica

 

Si può dire lo stesso per lo studente spettatore?

A fronte di una frangia di irriducibili che continuano ad essere connessi allo smartphone anche durante lo spettacolo (i cosiddetti 'spettatori impermeabili') sono in realtà molti, moltissimi gli studenti che escono portandosi dietro qualcosa.

Primo indizio: pochi, pochissimi sono gli episodi di maleducazione durante lo spettacolo, lo spettatore studente è on/off: lo spettacolo mi prende? Me lo bevo d'un fiato fino all'ultima battuta. Lo spettacolo non funziona, è debole? Ecco comparire decine di piccole lucine azzurrognole nei palchi in cui siedono le scuole. Un responso immediato per chi è sul palco. Motivo per cui gli attori si informano sempre con un certo timore prima di andare in scena: «Molte scuole stasera?»

Le scuole, appunto. I ragazzi arrivano e non si aspettano nulla. Zero aspettative, apatici, quasi capitati lì per caso. Ma poi, una volta seduti, succede quel qualcosa. E alla fine glielo si legge in faccia quando, ansiosi di uscire dalla pancia del teatro e conquistare la piazza in cui prendersi a cartellate (scuola secondaria di primo grado) o fumarsi a brevi tirate voraci l'agognata sigaretta (scuola secondaria di secondo grado), riemergono dal buio della sala e nello sforzo di adattare gli occhi alla luce forte del foyer li vedi con le guance rosse per l'emozione, che parlottano di quel Falstaff meno panciuto di come se lo immaginavano o dello stacco di gambe di Ofelia. Per loro, quei personaggi non torneranno mai più nelle pagine del libro. Per loro, la violenza che hanno percepito tra le coppie in crisi del recente Scene di violenza coniugale per la regia di Elena Serra negli spazi non teatrali (ma proprio per questo ancor più efficaci) di una galleria d'arte, è stata reale come una scarica elettrica e se uscirà il tema sulla violenza sulle donne all'esame di Stato, sì che avranno qualcosa da dire.

 

I piccini in soccorso di Pinocchio

 

Ancora più forte l'effetto immersione degli spettatori più piccoli, studenti della scuola dell'infanzia o primaria. Anche loro, come i colleghi più grandi, conoscono la storia, qualcuno ha persin già studiato le regole di Propp, sanno già come va a finire... ma nessuno li ha preparati allo spavento che proveranno quando Mangiafuoco comparirà in scena come se arrivasse dritto dall'inferno, con l'effetto della macchina del fumo.

«Attento Pinocchio, lì dietro il sipario: arriva la balena!»

In questa frase, regalataci anni fa a scena aperta da un giovanissimo spettatore che cercava di salvare il suo eroe di legno minacciato da una balena di cartapesta che faceva capolino dalle quinte, è racchiuso il significato del teatro per i più piccoli. Un mondo in cui la finzione convive tranquillamente con la realtà, e sono lì sullo stesso piano grazie ad un attore che è un po' Pinocchio e un po' ragazzino poco più grande di loro, a cui rivolgeranno, a fine spettacolo, nel foyer, sempre la stessa domanda: «Hai avuto paura quando è arrivata la balena? Era finta, vero?»

Per questi piccoli scolari l'esperienza inizia addirittura prima dell'apertura del sipario. Spettacolo è già il rituale dell'ingresso a teatro, la consegna e lo strappo del biglietto, l'accoglienza del personale di sala che accompagna al posto assegnato. E soprattutto, è la magia di vivere un'esperienza insieme a tutta la classe, girarsi nel buio e vedere la maestra che si commuove, e il compagno più irrequieto sgranare gli occhi immobile. All'uscita, anche loro hanno voglia di parlare di quello che hanno visto. Come se non volessero lasciar andare le emozioni appena provate e cercassero di farle rivivere ancora. Ritornati in classe, saggiamente le insegnanti sfruttano quest'onda emotiva e assegnano un compito a caldo: un tema, una relazione, un disegno. Spesso ce ne fanno arrivare qualche copia, che viene conservata in ufficio tra i documenti più preziosi. Temi che sono vere recensioni, disegni che catturano la scenografia nei più piccoli particolari o il teatro, con le sue poltroncine di velluto e i fregi d'oro.

 

Precipitare con Edipo

 

Per questo, a mio parere, in fin dei conti il teatro è ancora qualcosa in più, oggi, per le scuole: è dove si costruisce e finalmente si armonizza la nuova cittadinanza. La classe entra a teatro con la sua composizione disomogenea, multiculturale e, con un effetto che potrei paragonare solo alla livella di Totò, il buio in sala annulla le differenze: il ragazzino del liceo classico blasonato e il figlio del ristoratore cinese che mai ha sentito parlare di Sofocle, si ritrovano seduti spalla a spalla a precipitare nella follia vorticosa e delirante spalancata da un Carlo Cecchi/Edipo legato al letto di contenimento nel Serata a Colono diretto da Mario Martone. Un'ora e mezza senza intervallo. Senza un fiato, vicini, inchiodati alla poltroncina di velluto rosso.

 

Immagine: Ambrogio Maestri as Falstaff, Vienna State Opera, 2016

 

Crediti immagine: Christian Michelides / CC BY-SA (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0)

 

 


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