27 marzo 2020

La Giornata Mondiale del Teatro (World Theatre Day) da Jean Cocteau a Carlos Celdrán

 

La Giornata Mondiale del Teatro è stata celebrata dall’International Theatre Institute per la prima volta il 27 Marzo 1962. La data coincideva, allora, con la cerimonia di inaugurazione del Teatro delle Nazioni che si svolgeva a Parigi. Da quel giorno, ogni anno, in tutto il mondo viene celebrata la Giornata Mondiale del Teatro. Per l’occasione viene richiesto ad una personalità del teatro, della musica e della cultura in genere di scrivere un messaggio. Questo testo viene poi tradotto in molte lingue a cura dei numerosi centri nazionali dell’International Theatre Institute e ne viene data lettura nei teatri, nelle scuole, nelle biblioteche, nei luoghi di cultura e di aggregazione umana in tutto il mondo. Lo scorso anno si sono potute registrare ben 34 traduzioni del messaggio scritto dal regista e drammaturgo cubano Carlos Celdràn.

 

Educazione diffusa delle arti dello spettacolo

 

Le finalità della Giornata Mondiale del teatro sono legate ai temi fondanti l’International Theatre Institute (I.T.I.), il più grande network mondiale delle arti performative, con più di cento centri nazionali in tutto il mondo. L’I.T.I. è stato creato per iniziativa dell’UNESCO e di alcune personalità del panorama culturale internazionale nel 1948. Il contesto storico è quello della fine della Seconda Guerra Mondiale e dell’inizio della Guerra Fredda. Il teatro si trova, dunque, a fronteggiare da un lato la ricostruzione e il superamento della barbarie che il conflitto mondiale ha generato e, dall’altro, il processo di decolonizzazione e della divisione in blocco orientale e occidentale. L’intento iniziale dei fondatori dell’ITI era di sostenere le azioni dell’UNESCO sulla cultura, l’educazione e le arti, concentrando il proprio intervento sullo status dei lavoratori – ad ogni livello – nei mestieri dello spettacolo.

I fondatori dell’I.T.I. hanno, in prima istanza, immaginato un'organizzazione che riuscisse a creare piattaforme per lo scambio internazionale. A questo primo livello si è aggiunto l'impegno nell'educazione diffusa delle arti dello spettacolo, sia per i principianti che per i professionisti. Tutte queste azioni erano indirizzate verso la consapevolezza che le arti dello spettacolo sono uno strumento straordinario per la comprensione reciproca e per concrete pratiche di pace.

In questa direzione, la Giornata Mondiale del Teatro rappresenta un importante punto di congiunzione tra chi fa teatro in tutto il mondo e la comunità di donne e di uomini che nel teatro trovano un antico e sempre vivo legame comune.

 

Un pubblico tra realtà e finzione

 

Tra gli autori del Messaggio troviamo Jean Cocteau, Eugene Ionesco, Arthur Miller, Luchino Visconti, Wole Soyinka, Vaclav Havel, Helene Weigel, Arianne Mnouchkine, Peter Brook, Augusto Boal, Dario Fo, Anatoly Vassiliev, Pablo Neruda, Ellen Stewart. 

Nel primo Messaggio*, scritto da Jean Cocteau nel 1962, l’incipit dichiara che è la «natura del teatro a generare questo paradosso: quella storia, che col passare del tempo, si deforma, e la mitologia, che col passare del tempo, si stabilisce, hanno il loro unico vero momento della realtà sul palco». In molti messaggi troviamo il disvelamento del meccanismo ambiguo, duplice che il teatro genera. Tra realtà e finzione, tra vero e falso. Tra vissuto e rappresentato. In ogni caso i messaggi sono uno straordinario strumento per rinserrare il legame che fonda il teatro: luogo dove si incontrano attori e spettatori. E lo stupore ridona vigore al sodalizio umano tra i viventi. Secondo Cocteau «il teatro richiede al pubblico una credulità quasi infantile: il pubblico migliore è ancora quello che guarda uno spettacolo di marionette».

Cocteau ritiene che «la Giornata Mondiale del Teatro segna l'occasione in cui lo straordinario matrimonio tra singolare e plurale, obiettivo e soggettivo, conscio e inconscio mostrerà al mondo le straordinarie creature che ha prodotto. Molte delle discordie nel mondo derivano dall'allontanamento delle menti dalla barriera del linguaggio: sono queste discordie e questa barriera che l'enorme e intricato meccanismo del teatro si è prefissato di superare». Il conflitto, nella tragica eredità della II guerra mondiale, nella minaccia incombente della guerra fredda, trova nel teatro una possibilità di redenzione.

«Le nazioni, grazie a queste Giornate Mondiali di Teatro, alla fine, diventeranno consapevoli del reciproco patrimonio culturale e lavoreranno insieme nella grande impresa della pace».

 

La guerra, il teatro, il destino dell’uomo

 

Di tenore non molto diverso è il discorso dell’anno successivo a firma di Arthur Miller. La minaccia incombente della guerra e le ferite ancora presenti del conflitto trascorso evidenziano la necessità di una forma aperta al dialogo, universale, capace di riconoscersi nell’altro. Il teatro è, per Miller, per sua natura, internazionale. Shakespeare, Cechov, Moliere, Goldoni vengono rappresentati in ogni angolo del mondo, appartengono ad un repertorio universale. Ciò che di nuovo si insinua per Miller, è la minaccia dell’annientamento globale, «in un momento in cui la diplomazia e la politica hanno armi così terribilmente brevi e deboli, la delicata ma a volte lunga portata dell'arte deve sopportare il peso di tenere insieme la comunità umana». Ancora una volta sembra che nei Messaggi della Giornata Mondiale del Teatro emerga una profonda tradizione teatrale che, soprattutto nei momenti di crisi e pericolo, fornisce al consorzio umano un insostituibile strumento di trasformazione.

«Sto parlando, ovviamente, del problema contemporaneo della guerra, ma il tema implicito in tutte le opere teatrali di grande importanza è sempre il destino dell'uomo. L'unica differenza ora, ed è notevole, è che siamo noi, piuttosto che un eroe isolato, a dover trovare la soluzione o morire. L'ironia ultima è che quando ci sentiamo in preda a forze distruttive, non riusciamo a trovare ciò che abbiamo sempre richiesto ai nostri tragici eroi: un punto di riconciliazione, un momento di accettazione se non di rassegnazione, una frazione di secondo, quando riconosciamo che la causa non era nelle stelle ma in noi stessi. Quanti di noi in questi anni, anche di tanto in tanto in preda alla paura della distruzione, sono stati in grado di ripetere l'intuizione di Shakespeare e di dire con lui che la colpa non è nelle nostre stelle ma in noi stessi?»

In questo messaggio emerge come l’elemento della contrapposizione, sia materiale che culturale, abbia alimentato le dinamiche proprie della Guerra Fredda, «oggi, dato che il mondo sembra essere decisamente diviso politicamente, l'arte e soprattutto il teatro, dimostrano chiaramente che la sua identità più profonda è universale. Sempre più, le opere teatrali che riscuotono un grande successo in un paese trovano poi una grande attenzione all'estero. Le culture del mondo sono sempre parti l'una dell'altra, e stanno crescendo insieme in maniera sempre più evidente. Eppure, nelle questioni critiche della vita e della morte ci troviamo di fronte come creature di pianeti separati. Il teatro, inconsapevolmente e certamente senza intenzione cosciente, ha dimostrato in questa epoca che la razza umana, per tutta la sua varietà di culture e tradizioni, è profondamente una».

 

Un futuro amichevole

 

Tra gli autori del Messaggio si trovano anche registi ed attori. Il loro punto di vista rende ancora più concreta la necessità di un legame indissolubile con il pubblico, la vicinanza, la compresenza in carne e ossa, l’essere spettacolo dal vivo, che rende il teatro forma indissolubilmente vivente.

Helene Weigel, la straordinaria Madre Coraggio di Bert Brecht, da attrice, nel 1967 sottolinea come il teatro sia la nostra forma artistica. Ciò che appartiene a tutti noi, patrimonio assoluto e condiviso: «La nostra maestria è eccezionale e trascende i confini nazionali. Invitiamo le persone nel nostro teatro a presentare loro un'immagine della realtà in una forma divertente, saggia e piacevole, consentendo loro di riconoscere la realtà. Noi, gente di teatro, cerchiamo con il nostro lavoro di rendere finalmente il nostro pianeta adatto a vivere: e ciò significa ancora soprattutto, che dobbiamo creare un teatro per un presente pacifico e un futuro amichevole, in cui l'uomo sia un compagno per l'uomo».

 

Per un living theatre

 

Nelle parole di Peter Brook, autore per due volte del Messaggio per la Giornata Mondiale del Teatro nel 1969 e nel 1988, è possibile ravvisare una traiettoria differente che si muove dalla necessità di una rivoluzione teatrale ad una più radicale e intima trasformazione dell’uomo.

Nel primo messaggio Brook dichiara che nei movimenti rivoluzionari di tutto il mondo, gli attori sono spesso tra i primi a gridare, ad alzare la voce in segno di protesta, eppure quando la fase rivoluzionaria si raffredda gli attori sono tra le prime persone a cercare un forte legame con il passato. «E così, da qualunque punto di vista guardiamo al problema di un teatro che possa corrispondere ai suoi tempi, torniamo sempre allo stesso punto. Il nostro ruolo immediato è di riesaminare, riesaminare in profondità, alle fondamenta, anche in maniera distruttiva, e noi spero in modo creativo, tutte le forme con cui viviamo. Da dove possiamo iniziare? Forse il nostro punto di partenza deve essere quello di cogliere nella carne la sfida che deriva dall'affrontare un fatto molto sgradevole, il fatto che nella Giornata Mondiale del Teatro abbiamo così poco teatro mondiale di cui rallegrarci». Lo sguardo di Brook abbandona una certa forma di ottimismo, per scuotere il torpore di quello che negli stessi anni definiva teatro mortale, a cui contrapporre un teatro vivente, un living theatre. Del resto, questi sono gli anni in cui Peter Brook dirige il Marat/Sade ed in cui il Living Theatre di Julian Beck irrompe definitivamente nella scena mondiale. Un teatro che travalica i limiti dello spazio scenico convenzionale. Uno spazio dell’happening, del mischiamento tra attori e pubblico. Uno spazio aperto. O, citando uno dei primi libri di Peter Brook, uno spazio vuoto.

Nel Messaggio del 1988 Peter Brook enfatizza l’aspetto internazionale del teatro vivente. Questo è uno degli aspetti che caratterizzano il suo teatro come quello di Arianne Mnouchkine e di Augusto Boal.

 

Il melting pot

 

Nel Messaggio del 1988 Peter Brook esordisce con una domanda provocatoria. «Gli artisti di tutto il mondo hanno qualcosa in comune? Sorprendentemente sì. Ciascuno, a modo suo, aspira ad esprimere una verità. Per molto tempo si è creduto che il modo di arrivare alla verità fosse quello di essere radicati in una tradizione, in una cultura, per avere le proprie radici in un terreno. In vari viaggi ed esplorazioni sono stato portato a un'altra conclusione. In molti paesi, al di fuori del mondo occidentale, le mie discussioni con i colleghi di teatro hanno inevitabilmente portato a una questione cruciale: come rispondere alle influenze e alle pressioni occidentali. Si deve imitare l'Occidente? Si deve tornare alle proprie forme tradizionali, alle proprie radici etniche? Si deve scomparire in un'altra cultura o scomparire nella propria? Io la penso in un altro modo. Penso che la verità da trovare, la verità che ci tocca, che ci scuote non esista attraverso tradizioni, modi o mezzi stilistici. La verità valida è la verità del momento. Quando molte influenze interagiscono attraverso i loro raggi convergenti, attraverso il loro attrito può emergere una nuova visione, fresca, sorprendente».

Nel Messaggio di Brook prende forma la condizione imprescindibile del melting pot, della dimensione metropolitana e globalizzata, di una dimensione internazionale ineludibile. Nel 1970 Brook aveva fondato il Centro Internazionale per la Creazione Teatrale, ospitando attori e operatori teatrali da diverse tradizioni teatrali da varie parti del mondo, tra cui Ioshi Oida dal Giappone, Sotigui Kouyaté dal Mali, Mamadou Dioume dal Senegal. L’incontro tra culture diviene la cifra stilistica in cui il teatro rimane forma d’arte vivente.

«Oggi, possiamo rendere ancora più vivida questa tensione teatrale riunendo attori di origine estremamente diversa. Questo processo corrisponde anche a un mondo in cui la maggior parte del pubblico è composta da una sempre più ricca miscela di razze - e dove anche all'interno di una singola cultura ogni individuo è condizionato da una sempre più ampia miscela di influenze globali. Mentre sul palco differenti culture si mescolano, il pubblico è riunito davanti a verità precise, ma universali».

 

Irruzione nella vita quotidiana

 

Per Augusto Boal, fondatore del teatro dell’oppresso, che dal Brasile ha irradiato una importante forma di teatro sociale in tutto il mondo, particolarmente in America Latina e in Africa, è l’irruzione nella vita quotidiana che fa del teatro un elemento costante di trasformazione. «Tutte le società umane sono spettacolari nella loro vita quotidiana e producono spettacoli in momenti speciali. Sono spettacolari come una forma di organizzazione sociale e producono spettacoli come quello che sei venuto a vedere. Anche se uno non ne è consapevole, le relazioni umane sono strutturate in modo teatrale. L'uso dello spazio, il linguaggio del corpo, la scelta delle parole e la modulazione della voce, il confronto di idee e passioni, tutto ciò che dimostriamo sul palco, che si vive nelle nostre vite. Noi siamo teatro!»

Questa irruzione della vita quotidiana nel teatro consente di abbattere la distanza tra attore e pubblico, in quanto «una delle principali funzioni della nostra arte è quello di rendere le persone sensibili agli spettacoli della vita quotidiana in cui gli attori sono i propri spettatori, performance in cui il palco e la platea coincidono. Siamo tutti artisti. Facendo teatro, impariamo a vedere ciò che è ovvio ma che di solito non possiamo vedere perché siamo abituati solo a guardarlo. Ciò che ci è familiare diventa invisibile: fare teatro fa luce sul palcoscenico della vita quotidiana». Ricordando la messa in scena della Fedra di Racine, Boal ne descrive una scena scarna, con pochi poveri elementi, pelli di mucca e canne di bambù. «Prima di ogni spettacolo, ero solito dire ai miei attori: la finzione che abbiamo creato giorno per giorno è finita. Quando attraversate quei bambù, nessuno di voi avrà il diritto di mentire. Il teatro è la verità nascosta». Questa irruzione nella vita quotidiana, porta l’attore ad una responsabilità differente nei confronti del pubblico e della società tutta. «Siamo tutti attori: essere un cittadino non è vivere nella società, ma è cambiarla».

 

Un urlo che richiama

 

Questa esplosione vitale, di rivolta e di responsabilità civile universale riecheggia potente nelle parole di Arianne Mnouchkine, che dalla fine degli anni ’70 porta la propria ricerca teatrale in un costante dialogo con il continente africano. Il suo è un urlo che richiama: «Aiuto! Teatro, vieni in mio soccorso! Sto dormendo. Svegliami, / Mi sono perso nel buio, guidami, almeno verso una candela, / sono pigro, mi vergogno, / sono stanco, sollevami, / sono indifferente, colpiscimi, / rimango indifferente, picchiami, / ho paura, incoraggiami / Sono ignorante, insegnami che sono mostruoso, rendimi umano, / sono presuntuoso, fammi morire dalle risate, / sono cinico, prendimi in giro, / sono sciocco, trasformami, / sono malvagio, puniscimi. /Sono prevaricatore e crudele, combatti contro di me /…»

 

La relazione con il potere

 

Nel 2013 il messaggio della Giornata Mondiale del Teatro è scritto da Dario Fo, nel suo testo emerge un altro aspetto fondamentale nella vita del teatro: la relazione con il potere, la censura e la libertà di espressione. L’incipit indica la grande maestria di Fo: «Tempo fa il potere risolse l’intolleranza verso i commedianti cacciandoli fuori dal paese». Ancora una volta la maestria del giullare, dell’imbonitore di piazza, procede per paradosso. Inventa la storia, raccontando una storia: «Ai tempi della Controriforma, il cardinale Carlo Borromeo, operante nel Nord, si era dedicato a una feconda attività di redenzione dei “figli milanesi”, effettuando una netta distinzione tra arte, massima forza di educazione spirituale, e teatro, manifestazione del profano e della vanità. In una lettera indirizzata ai suoi collaboratori, che cito a braccio, si esprime pressappoco così: “Noi, preoccupati di estirpare la mala pianta, ci siamo prodigati, nel mandare al rogo i testi con discorsi infami, di estirparli dalla memoria degli uomini e, con loro, di perseguire anche coloro che quei testi divulgarono attraverso le stampe. Ma, evidentemente, mentre noi si dormiva, il demonio operava con rinnovata astuzia. Quanto più penetra nell’anima ciò che gli occhi vedono, di ciò che si può leggere nei libri di quel genere! Quanto più la parola detta con la voce e il gesto appropriato gravemente ferisce le menti degli adolescenti e delle giovani figliole, di quanto non faccia la morta parola stampata sui libri. Urge quindi togliere dalle nostre città i teatranti come si fa con le anime sgradite».

 

Il paradosso di Dario Fo

 

La Giornata Mondiale del Teatro cerca di dare voce a quanti, ancora oggi, in sale prestigiose o in piccole arene improvvisate, giorno dopo giorno, con la propria arte, rinserrano il legame imprescindibile con la società. Nel segno dei molti profughi e delle molte vittime che il teatro ha conosciuto e ancora conosce nel segno di Brecht, di Mejerchol’d, di Garcia Lorca sino ad arrivare a Juliano Mer Khamis. E così il paradosso con cui chiude Dario Fo: «Perciò l’unica soluzione alla crisi è sperare che contro di noi e soprattutto contro i giovani che vogliono apprendere l’arte del teatro si organizzi una forte cacciata: una nuova diaspora di commedianti che senz’altro, da quella imposizione, sortirà vantaggi inimmaginabili per una nuova rappresentazione». Paradosso che riassume l’umanissima forma vivente dell’arte teatrale.  

 

 

*Tutti i messaggi della Giornata Mondiale del Teatro sono consultabili al seguente link <https://www.world-theatre-day.org/pastmessageauthors.html>

 

 

Immagine: Augusta, Michigan, Barn Theatre

 

Crediti immagine: 76slideytrumpets / CC BY-SA (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0)


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