27 marzo 2020

Le parole in scena delle ragazze e dei ragazzi

 

Michelangelo, uno dei protagonisti della pièce intitolata Ma c’è un emoticon per il terremoto?, realizzata nell’anno scolastico 2016/2017 dagli studenti dell’Istituto Omnicomprensivo “De Gasperi – Battaglia” di Norcia, ad un certo punto dice: «Io non ho una sistemazione perché casa mia è zona rossa. I nonni materni e paterni hanno casa distrutta. A Cascia le tende non ci sono, ora sono in macchina, ma è difficile!». Scocca la scintilla che crea interessanti associazioni mentali: le parole, attraverso la messa in scena teatrale, fanno da ponte. Zona rossa, allora, ai tempi del terremoto che il 30 ottobre del 2016 distrusse la città umbra; zona rossa, oggi, in questi tempi afflitti dalla pandemia. Allora, il teatro, la forma artistica che trasforma la finzione in realtà mettendo in scena i corpi, le menti e il discorso, poté funzionare come terapia comunitaria, perché ragazze e ragazzi colpiti negli affetti e nelle abitudini, scardinati dai perni delle loro esistenze, scoprirono un modo di elaborare il lutto individuale, familiare, collettivo. Non solo, però: il teatro, cioè lo stare insieme per scrivere e far vivere un testo da interpretare, diventò anche una iniziazione al processo artistico, magia della creazione e della ri-creazione.

 

Il concorso nazionale "Scrivere il teatro"

 

Questo successe a Michelangelo e ai suoi compagni nel corso dell’anno scolastico 2016/2017, nelle vesti di vincitori del concorso nazionale “Scrivere il teatro”* promosso dal Ministero dell’Istruzione - Direzione generale per lo studente e dal Centro italiano dell’ITI (International Theatre Institute); l’anno successivo fu la volta degli studenti delle classi 4aA e 4aB - Liceo Artistico “Max Fabiani” di Gorizia, autori e interpreti di Bastava un abbraccio; nel 2018/2019 scrissero e recitarono (e vinsero il concorso) gli studenti della V A Elettronica IIS “E. Majorana” di Rossano (Cs), con Ti ho trovato!

Per farci un’idea del gran lavoro svolto da questi ragazzi, diamo uno sguardo ai testi delle opere. Affidandoci alle parole, al modo in cui i giovani le hanno impiegate, si coglie un elemento fondamentale: l’intelligenza del presente, che spinge a scelte di prossimità al reale. In queste storie, di argomento molto impegnativo (i lutti a causa del terremoto, la segregazione negli ospedali psichiatrici, l’infelicità familiare e il bullismo), la lingua vuole incontrare il mondo, interiore ed esterno.

 

Casa mia è un bordello

 

Nel già citato Ma c’è un emoticon per il terremoto?, i messaggini che i ragazzi si sono scambiati su WhatsApp dopo il sisma diventano un’azione scenica teatrale: è come se dall’antico coro tragico che rappresenta la comunità ferita si scorporassero gli individui, restituendo i diversi accenti emotivi, i frammenti di pensiero, la concitazione e insieme la necessità di ripensarsi. La scossa è reale, ma è anche una metafora dell’insieme dei sommovimenti interiori. Le parole rappresentano la ferita e la cura. Non solo è presente, ma campeggia, proiettato su uno schermo, il linguaggio dei nuovi media, come realtà ineludibile dei codici comunicativi ed espressivi giovanili, attraverso la raffigurazione degli emoij che punteggiano gli scambi verbali tra i ragazzi (e alcuni professori).

Ecco allora colloquialismi giovanili come Io sono okay, con l’ormai acclimatissimo anglicismo strutturale I’m okay semiadattato e usato in funzione avverbiale (a fronte, peraltro, di un Sto bene prof, con il tipico scorciamento giovanile del tipo mate(matica), raga o rega per ragazzi, ecc.). A proposito di anglicismi, spicca l’esclamazione Top!! ‘(è) il massimo, la cosa migliore’, ma – a proposito di “intelligenza del presente” – è interessante anche il giornalistico-satirico Renzie, soprannome del politico Matteo Renzi, ricavato da Fonzie, nomignolo del famoso personaggio della sitcom televisiva Happy Days. Pochi i segni del tanto vituperato “linguaggio di internet” (varietà in sé inesistente), identificato anche in certi tipi di scrizioni, come le iterazioni vocaliche e i cumuli interpuntivi (Noooo...!!, Uuuuuh..., Porca miseria!!, Mamma mia!!, Che pizza!!). In generale, nel testo la linearità dei brevi enunciati (talvolta scolpiti in frasi nominali di effetto drammatico: Noi tutti in macchina) è colorata qui e là in modo efficace, e senza mai esagerare, dai toni della colloquialità e l’occasionale abbassamento di livello diafasico è giustificato pienamente dal riscontro con la realtà del post-terremoto (questo sta fuori ‘è matto, è scemo’, riferito a un amministratore comunale; Casa mia è un bordello; è tutto un casino; altri, in modo più tenero: Questo terromoto è uno strazio!). Anche la dimensione locale dell’italiano parlato funziona subito come rimando alla realtà: a stare qua ti prende solo male, hanno fatto la trita.

Di registro più elevato, invece, è, con felice scelta retorica, il monologo finale recitato dalla personificazione del Terremoto, che richiama gli uomini di governo e di potere alle loro responsabilità morali e civili.

 

Basaglia, il fantasma, i leggins

 

Molto pensato, elaborato e strutturato è il lavoro Bastava un abbraccio, dedicato al disagio mentale e al lavoro di Franco Basaglia. Nella pièce si rappresenta l’incontro tra la realtà visibile della scolaresca in visita all’ex manicomio di Gorizia e quella invisibile di Angela P., il fantasma bambino che, insieme ad altre anime perse, si aggira nella struttura, desiderosa di trovare chi sia disposto a raccogliere la sua storia. La voce semi-incarnata di Angela incontra le anime gentili dei ragazzi. Non c’è nessuna edulcorazione, però: si vede che il lavoro dei giovani drammaturghi con lo lo scrittore Pino Roveredo ha dato i suoi frutti. I ragazzi si esprimono come tutti si aspettano che si esprimano, ricorrendo anche a colloquialismi e trivialismi (raga; Mmhhh… che puzza di piscio!; Ma che cazzo state dicendo?; Ma la smettete di prenderci per il culo?; che palle, uffa!).

Drammaturgicamente è molto efficace l’interazione tra i ragazzi in carne e ossa di oggi e l’antica ospite dell’ospedale momentaneamente riapparsa, una ragazzina di dieci anni. Angela (seguita poi da altri fantasmi di internati) racconterà come trasognata la sua terribile storia, non prima di aver intrattenuto coi suoi quasi coetanei un dialogo in cui questi ultimi, senza tante cerimonie, si potrebbe dire che cercano di “dirozzare la pupa” presentandole le scintillanti novità del presente, con effetti di garbato umorismo. I dialoghi hanno un ritmo cinematografico, ecco un esempio:

 

Voce Angela Parla in una scatola che suona?!

IV visitatrice Scatola! No Angela, che scatola, questo è un telefono cellulare

Voce Angela Cell… Mmhhh… scusi può ripetere?

I visitatrice Sì un telefono senza filo che puoi portare in giro, per parlare con chi è lontano…

Voce Angela Come prego?

IV visitatrice Si, chatti con chi vuoi…

 

Qui si gioca anche sulla reinterpretazione etimologica:

 

Visitatore al telefono (entra in scena…) Raga era Mina al telefono, stasera andiamo tutti al “Cantera” a Sistiana a ballare!

Voce Angela Can… can… cantare! Andiamo a cantare!?

III visitatore No, al “Cantera” andiamo a ballare!

 

Dopo l’apparizione fugace del fantasma della contessa Anastasia c’è un altro picco di comicità:

 

Voce Angela (rivolgendosi ai visitatori) Lei s’illudeva con il suo sogno, scrivendo lettere d’amore al Principe! Ma il Principe non le ha mai risposto!… lei voleva andare fuori da questo maledetto posto…

V visitatrice E perché non poteva uscire?

Voce Angela Eh… eh… perché…. mmhhh… Scusate posso permettetemi di chiedervi perché indossate le calze senza le gonne?

II visitatrice Angela questi sono leggins, pantaloni stretti…

V visitatrice Adesso le donne mettono i pantaloni!

I visitatrice Le gonne e i tacchi al limite, li mettiamo quando andiamo in disco, per far colpo! Ok?

Voce Angela Ah…! E ditemi, come sta il Re?

Tutti in coro Il Reee! (sghignazzano)

 

La pièce in realtà ha numerosi momenti di lirismo e tristezza. Ma la tragicità del trattamento degli “ospiti” dell’ospedale psichiatrico, prima dell’opera di Basaglia e del dispiegamento degli effetti della legge a lui intitolata, risalta proprio perché è inserita in un verosimile flusso di colloquialità distesa, non priva di umorismo.

 

La golden hour

 

Giuseppe, orfano di madre, vive in casa col padre, alcolizzato, un essere orgoglioso e debole, incapace di reagire alla morte della moglie. In Ti ho trovato!, Giuseppe, assediato dal ricordo malinconico della madre, appena può esce di casa e si isola. Il ragazzo ama fotografare, come la madre, e cerca di cogliere, secondo i suggerimenti materni, il “momento d’oro”, la golden hour in cui il suo obiettivo fotografico possa catturare la maestà del mare, al tramonto o all’alba. Giuseppe dovrà passare attraverso l’umiliazione del ricatto (due coetanei bulletti che gli hanno sottratto una scatola contenente fotografie) e resistere alla tentazione della chiusura totale alla comunità degli amici, tra i quali c’è Maria, una ragazza che gli vuole molto bene. Due fatti faranno scattare il clic interiore di Giuseppe: il padre, finalmente, decide, non visto, di far avere al figlio una busta sigillata che contiene una lettera della madre di Giuseppe e alcune foto; Giuseppe stesso aiuta i bulletti che hanno avuto un incidente in moto, dopo avergli restituito, previo pagamento, la scatola. Due atti di generosità, due aperture al mondo e alla vita che permetteranno a Giuseppe di percorrere un tratto di crescita, già inscritto in potenza in quell’itinerario che, nelle persone di valore, porta all’accettazione di sé e degli altri.

Il testo, scritto in una lingua media sommessa e piana, ha i necessari sussulti quando si tratta di caratterizzare l’aggressività dei bulletti (Cazzi tuoi! Se non rispetti i patti ti spacchiamo le ossa!), ammicca raramente alla sintassi tipica del parlato (dislocazioni: Non capisco perché oggi non ci siamo andati, a giocare con gli altri! o L’ha abbandonato questo figlio?; frase scissa: è da ieri che gli telefono), guarda un paio di volte all’italiano locale con il quantificatore temporale avantieri e la selezione dell’allocutivo voi, usato dagli amici di Giuseppe per rivolgersi al di lui padre.

 

*Ecco L’indirizzo della pagina del MIUR che presenta il progetto e permette di accedere ai testi delle opere vincitrici del concorso “Scrivere il teatro”: <https://www.miur.gov.it/teatro-e-didattica>

 

Immagine: Le maschere teatrali raffiguranti la tragedia e la commedia

 

Crediti immagine: Musei Capitolini / Pubblico dominio


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