26 luglio 2021

La poesia di Rodolfo Di Biasio

È un’esperienza struggente, se non incantevole, leggere un libro dal titolo “tutte le poesie”: il foglio della vita si apre per intero; quello della poesia diventa vero e reale. Accade che le parole siano echi, volti, rassomiglianze; i calmi o gli improvvisi ritorni del mare delle cose, come se la vita stessa fosse sì la “conferma del ruotare del tempo” ma anche la sua grande contraddizione, perché la poesia parla solo della sovranità del presente e dichiara che non c’è istante in cui quello che sta per essere di fatto non accada, sovrastato dalla luce. Tutte le poesie di Rodolfo Di Biasio (Ghenomena, 2021) raccolgono i libri poetici, da Poesie dalla terra (1972) a Mute voci mute (2017), sebbene un’appendice ci permetta di leggere addirittura l’esordio Niente è mutato (1962) del ventenne Di Biasio, classe 1937, di Ventosa. Ciò che resta stabile in questa poesia è l’eleganza di una lingua che non smette di cercarsi: è la vocazione lirica che si alimenta della luce zenithale, secondo quella particolarissima predisposizione al canto e insieme all’afasia, dico alla sospensione della parola in una continua dubbiosa attesa.

 

La poesia di Di Biasio è il trionfo della soggettività; senti la ferocia segreta del dolore della vita e insieme la sua “luce dilaniata” dentro la meraviglia della compassione. È una poesia forte, orgogliosa, che cerca sempre l’occasione per dire, prima di sognare. La stessa memoria, in sé il cardine di una poesia ad insistita tenuta lirica, non si fa mai davvero panneggio malinconico, giacché il suo essere varco del tempo è un modo per indicare una perplessità consistente e irrisolta, la domanda all’erta di una parola vivente. Il difetto di questa poesia potrebbe essere l’enfasi. Con un distinguo. Non è automatico il fatto che l’enfasi poetica significhi necessariamente ampollosità. Anzi, la sua prima natura è quella di essere uno slancio e in sé la veemenza, così come ci insegnano i poeti latini. In tal senso, il difetto di enfasi di Di Biasio sta solo nell’autocombustione a cui la lingua sottopone sé stessa: insomma in quella dispersione di energia che la potenza di dire e di capire impone alla parola. Tuttavia, con uno strano corollario: proprio in questo tratto il difetto perde la sua natura, giacché quel difetto emerge quale la traccia di una verità drammatica, in cui la poesia deflagra e disinnesca qualsiasi ritorno di cifre ermetiche in favore, piuttosto, di un espressionismo marino, mediterraneo, composto da un canto rituale stretto da vimine e sasso.

 

Proviamo degli scavi. In De amicitia, sezione de I ritorni (1986), il tempo, come altrove, è un tema ossessivo. Nel finale del testo Ancora sul tempo, scopriamo quelle splendide “barche del mare”. Mai come in questo caso potremmo pensare ad un topos dell’immaginazione lirica su cadenze ermetiche. E non sbaglieremmo. Tuttavia, ciò che accade è la solita contrazione dell’enfasi, la profonda differenza: “È così dunque: la luce non buca il tempo / forse le ombre // mia delle barche del mare / si fanno cristalli impossibili alla fuga”. La cadenza epigrammatica è un fatto logico del lirismo. Ma abbiamo delle sorprese. La luce che “non buca” mostra la spinta rabbrividita della lingua poetica. È come se nella scelta del verbo il poeta scontasse la sincerità della sua rabbia scettica e orgogliosa nei confronti di ciò, il tempo, che si dà invincibile. Due. Il segno grafico dell’interruzione di strofe è una mia forzatura. Ma il fatto che il verso “mia delle barche del mare” sia stato spostato al centro, abbia, cioè, uno spazio grafico di vuoto, dichiara che quel possessivo isolato e senza termine è il corollario di quella pressione affidata al passaggio precedente “non buca”. Nell’assenza grafica scorre insomma il vuoto della luce del poeta: la mancanza di una luce che sì è certa ma soltanto nella sua stessa insufficienza, nella sua segreta e sfinita sospensione. Il processo poetico è dunque chiaro: prima una pressione centrifuga impellente e poi una stasi, l’inerzia dello sguardo nudo, scabro o meglio di una memoria amara della realtà vissuta. Quello che ne viene è che il poeta sa, all’improvviso, trasformare il pastello dell’immagine nel radicale taglio scultoreo fatto dalla roncola, così che le barche “si fanno cristalli impossibili alla fuga” e allora il diffuso lirismo si rapprende in un’espressività soggettiva percussiva, come se quei cristalli, una memoria austriaca di primo novecento, fossero per davvero il colore del mare di Formia, quello del meridione o della Grecia, dove Rodolfo ha vissuto i giorni della vita.

 

Nel Canto terzo: La peste di Mute voci mute (2017) leggiamo quasi un finale: “I vecchi ci dicevano / di non dissipare / acqua ed erba / che la notte sarebbe venuta / desolata / Ci dicevano che tutto è della terra”. Per la soggettività di un poeta che voglia parlare e senta l’urgenza dell’apostrofe, questi versi, ancora una volta, seguono il solco dell’enfasi. Una domanda malevola potrebbe essere: quali giovani di oggi potrebbero essere interessati a questi vecchi, a queste sapienze che sembrano sprofondate nel tempo? Eppure, la filigrana delle parole possiede un che di ipnotico. La sottile assonanza, persino la pasta allitterativa, ci portano a leggere ad alta voce, come se sentissimo sulle labbra la grana di una sonorità che perde di immagine e viceversa acquisisce di tono e di timbro, fino ad assumere la capienza dell’aforisma, la familiarità del proverbio. Il segno di questi versi è un vero e proprio miracolo espressivo. Ciò che poteva sembrare un quadretto educativo lascia lo spazio ad un’immaginazione visionaria, così che nella lettura ci sembra di intercettare qualcosa d’altro e di fondamentale. Sulla pelle rabbrividita sentiamo quell’acqua e quell’erba e poi la notte desolata e ancora la ripetizione di una rima pur inesistente ma vera come un congedo dall’ignoranza, come la necessità di una perfetta chiusa: “Ci dicevano che tutto è della terra”. Rodolfo Di Biasio è un poeta di verità umane insopportabili.

 

Immagine: Gatti tra gli ulivi a Ventosa

 

Crediti immagine: Carlo V. Iossa, Public domain, via Wikimedia Commons


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