26 luglio 2021

Elegia della memoria e del dolore

Considerazioni sulla poesia di Rodolfo Di Biasio

La coerenza è una delle qualità dominanti del percorso artistico di Rodolfo Di Biasio. Coerenza come perdurante tensione rivolta all’attività creativa mediante la parola, come sentimento dell’alta funzione conoscitiva e di ripristino di senso della poesia. Come fedeltà a un dettato poetico che tuttavia si arricchisce di volta in volta e si forgia al fuoco dell’esperienza e di una profonda sensibilità linguistica. Il tutto, in laborioso riserbo lontano dalle mode, dalle convenzioni dell’industria culturale, dalle molto rumorose conventicole o consorterie letterarie.

 

La coerenza è di sicuro la qualità che innerva il suo libro, Tutte le poesie, uscito recentemente – gennaio 2021 – per le edizioni Ghenomena, e che raccoglie in un esauriente numero di pagine quella che definirei una straordinaria e riccamente articolata avventura in versi. Un libro molto atteso, importante, dove perfino l’impostazione grafica, rigorosa e spoglia di orpelli, rivela l’inclinazione di Di Biasio alla sobrietà e al ritegno.

 

La raccolta consta di dieci sezioni scandite secondo un ordine non convenzionalmente temporale ma in obbedienza a una cronologia interiore; e suscettibile, come ogni genuina istanza letteraria, di ripensamenti nella prospettiva di esiti stilisticamente ineccepibili. Partendo dalle Poesie dalla terra datate 1960˗1972 (poste all’interno in ordine inverso alle date di scrittura), la raccolta approda con Mute voci mute al 2017, anno dove in effetti compaiono – rivisitati, scopriamo – versi concepiti in epoca anteriore, addirittura dal 1960 in poi, e altri recenti che si incontrano per nuovi collegamenti in un fine lavoro «di intarsio e di ricuciture». (A questo proposito risulta illuminante, a fine volume, la nota del poeta il quale con parole stringate esplicita i suoi criteri˗guida alla scelta dei componimenti che appaiono nel libro e che si configurano come una dichiarazione di poetica).

 

Alla cronologia intima di Di Biasio corrisponde (altro dato di coerenza) un registro sentimentale e tematico che nei fatti costituisce l’osservatorio da cui il poeta indaga con acutezza e senza lenocini verbali – il suo è un linguaggio che rasenta la scarnificazione della parola – lo spirito dei tempi. Il rapporto che Di Biasio intrattiene con esso, con la Storia, è impervio e sofferto, venato di schietto pessimismo. Si intuisce, progredendo nella lettura delle poesie, che la Storia, appunto, è la dimensione spazio˗temporale dove si svolge la tragedia dell’uomo diviso tra esercizio della violenza e della sopraffazione e l’aspirazione a un progresso civile e morale, tra abiezione e umanesimo, a vantaggio, ahimè, di una sua irredimibilità dal male che ricade sui propri simili, si rivolge contro la terra che ospita e nutre la specie umana tutta e, in conclusione, contro se stesso. Da qui, un’indignazione che si caratterizza per una veemenza di toni arieggiante l’invettiva biblica di Primo Levi all’inizio di Se questo è un uomo: Voi uomini che possedete rupestri certezze / e il graffio dei fatti / non vi smuove di un pelo / – il sole alto / non vi smaglia in rifrangenze / l’assennato guardare – / a voi è negato seguire / chi inciampa nelle cose / chi forza parole il loro senso / e discopre costellazioni … (pag. 55, da In epigrafe). Ammonimento che il poeta indirizza sì contro l’umana cecità ma senza omettere i propri errori, i propri “inciampi” e dubbi che sono comunque viatico all’acquisizione di possibili verità: Un segno di me, i giorni miei, / errori, quanti, /…/ dirmi che errore è modo / per scegliere la strada sicura / che oggi il mio silenzio / vuole aprire verità / … / assorbire parole più certe delle mie // Questo è il segno di me oggi / avviato a pulsazioni rare / e chiare forse … (pag. 60).

 

La Storia con la maiuscola incrocia le storie individuali solo in apparenza minime, che la vicenda umana del poeta tramuta in destino collettivo di cui la memoria è prezioso strumento testimoniale. Ecco così il ricordo della guerra che assurge, pur nella sua terribilità, a momento conoscitivo e di formazione di una solida coscienza civile. Mi piace qui riproporre alcuni versi (già citati in un mio scritto precedente sul poeta) di esemplare bellezza: La mia scoperta del mondo / è legata a una ragnatela di morte / che la Guerra, ai bimbi si addice la maiuscola, / mi tesseva nei giorni / una stagione che mi cucì addosso / una seconda pelle di malinconia / mi velò il sorriso degli occhi / mi curvò le spalle … (da Le sorti tentate, pag. 68).

 

Ma dalla memoria riaffiorano anche le immagini di persone amate, di oggetti naturali, di luoghi afflitti dalla penuria ma riscattati da narrazioni fiabesche, da una semplicità di vita ormai smarrita:

 

Vengo da un paese fatto di sassi e di sole

dove conoscersi alle radici

è la sola certezza:

le vecchie sapevano le favole

le contavano di sera intorno al fuoco

 

Credetti che i morti

passavano in paese

dal due di novembre a Pasqua Epifania

e se il vento taceva e udivo

un passo un raspio per le vie

facevo le preghiere,

mia nonna diceva che sono buoni i morti,

ci sono accanto

e non abbiamo occhi a vederli

 

(da Le sorti tentate, pag. 78).

 

Due topoi della produzione poetica di Rodolfo Di Biasio sono certamente l’esperienza materiale e intima del viaggio e la nostalgia. Viaggio come tramite di conoscenza e come nostos, dolore mai dismesso di un ritorno che, intrapreso e compiuto, non è sicuro acquietamento dell’anima anzi, ricalcando il racconto odisseico dantesco, è premessa di ulteriori tribolazioni e inquietudini.

 

Un repertorio tematico e sentimentale così vario non poteva che affidarsi a una varietà di forme compositive: poesie brevi o di media lunghezza si alternano nel libro a poemetti e poemi, rispondenti tutti a una forte necessità espressiva. Si è già accennato al linguaggio cui ricorre Di Biasio: scarno, essenziale e a volte colloquiale. Dal ritmo, bisogna aggiungere, spesso narrativo che però nulla sottrae alla liricità del verso il quale accoglie, rimodulandola sapientemente, il meglio dell’esperienza lirica novecentesca e del secolo in corso. Dunque, senza mai abbandonarsi a lirismi sentimentalistici, a furbesche eufonie, al pianto di un io inconsolabile che si esaurisce in se stesso o versa lacrime sulle spalle altrui, cioè del lettore.

 

È nel rigetto o nell’intransigente negazione di tali insopportabili stilemi che si afferma un’altra grande virtù della poesia di Di Biasio: l’umiltà del dire che è il cuore e il cardine della vera poesia. Un dire senza affettazioni, clangori e supponenze, con la sincera consapevolezza dei propri umani limiti. Guidato dalla convinzione che la poesia è un dono gratuito che va offerto al lettore con sommo rispetto.

 

 

Immagine: Rodolfo Di Biasio a Formia

 

Crediti immagine: BlancFinal, CC BY-SA 4.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0>, via Wikimedia Commons


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