La poesia di Rodolfo Di Biasio

 

Tre interventi per “Tutte le poesie” di Rodolfo Di Biasio (Ghenomena, 2021), affidati a un giovane Jacopo Galavotti che non ha mai letto il poeta, al maestro del racconto Domenico Vuoto, ad Arnaldo Colasanti che ha aperto da anni “cantieri” per un «Progetto di critica della poesia contemporanea». «Con i molti pensieri chinati / qui, dal mare, la luce scioglie / la sua splendidezza / e i passi e l’aria / la terra, la poca terra si disfa». Stacco da un ramo, dal “Poemetto del vento e del silenzio” (in Patmos, 1995) questo pugno di versi che mi vengono incontro. Avrei voluto, come avrei voluto che Di Biasio desse al suo ‘libro della vita’ un titolo, ad esempio “I pensieri chinati” (i pensieri inchinati ‘per scoprire il mondo’, e anche disegnarlo) lasciando “tutte le poesie” quale un’indicazione! E resto testardamente convinto della necessità di una titolazione (e davvero ce ne sarebbero state altre). Ma oggi ho dovuto inchinarmi all’incipit dell’intervento di Arnaldo Colasanti che recita: «È un’esperienza struggente, se non incantevole, leggere un libro dal titolo “tutte le poesie”». È vero, è proprio vero, per ognuno di noi una poesia vera incontrandosi con il nostro mondo si completa, finisce di essere scritta, diventa altro; e così un intero libro, anche solo nel primo tenerlo in mano. Ho avuto un soprassalto leggendo il giovane Jacopo Galavotti che inizia la sua lettura di Di Biasio chiamandolo «il poeta nato a Ventosa nel 1937» come se lo conoscesse da un millennio. Perché a Ventosa – borgo di pietre e strame – io ci andavo da ragazzo in bicicletta per vedere da un suo picco l’infinito. E anche per me, quando più tardi lo conobbi, Rodolfo divenne “il poeta di Ventosa”; e lo pensai a ammirare se il cielo era celeste il mare, e lo vidi scivolare lungo il tratturo dell’unica mulattiera per raggiungere la scuola. Poi rapido ho dovuto immergermi nell’ascolto di Domenico Vuoto, che dell’avventura in versi di Di Biasio indica nel titolo il “centro” assolato quale una “Elegia della memoria e del dolore”. I tre chiamati a testimoniare la poesia di Rodolfo Di Biasio non sapevano e non hanno saputo l’uno dell’altro. Ma quanti rimandi tra loro, notazioni, precisazioni. Come quando Vuoto dice del linguaggio di Di Biasio «che rasenta la scarnificazione della parola»; o che «la Storia con la maiuscola incrocia le storie individuali solo in apparenza minime». Così Colasanti, quasi avesse letto Galavotti quando scrive di un solo «parziale superamento del retaggio postermetico», parla addirittura di un nuovo «topos dell’immaginazione lirica su cadenze ermetiche», per «un canto rituale stretto da vimine e sasso». Raccomando qui la «cronologia intima» ravvisata da Vuoto nell’opera in versi di Di Biasio. Nulla è dato al caso e bene nella costruzione Galavotti ha visto il «senso di compattezza», e una forte «idea di libro». «Una delle grandi virtù della poesia di Di Biasio: l’umiltà del dire» (Vuoto); «una poesia che cerca sempre l’occasione per dire, prima di sognare» (Colasanti); «la poesia è in Di Biasio strumento per abitare il mondo» (Galavotti). Molto altro il lettore saprà vedere e ascoltare da questa trinità-guida, e da sé stesso. Ma valga la novità di questo poeta, «l’eleganza di una lingua che non smette di cercarsi» (Colasanti). Rodolfo Di Biasio sta un passo avanti pur nell’antico, è un uomo ‘in terra’ che chiede al cielo da dove veniamo e dove andiamo, e la cui interrogazione non ha mai fine se ha avuto l’ardire di raccontare con parole ridotte all’osso il precipizio: «l’infinitamente piccolo e l’infinitamente grande», ciò che «appartiene alla zolla e ciò che interpella le altezze siderali». Domenico Adriano  
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