12 agosto 2022

Il treno dei desideri. Viaggio sui binari della canzone italiana

 

Signori, in carrozza! Si parte! Il treno va in vacanza

“ Quanta allegra confusione / nei vagoni del treno popolar. / Già gremita è la stazione / oggi è festa e ci si può svagar”, recita allegra la canzoncina (parole di Ennio Neri) Treno popolare di un esordiente Nino Rota, destinato a diventare uno dei più celebrati autori di musiche da film, che è la colonna sonora dell’omonima commedia cinematografica del 1933 di Raffaello Matarazzo (autore di Catene e di tanti altri melodrammi in celluloide), nata per celebrare l’istituzione (“oh, treno popolar, / gaia istituzion”) da parte del fascismo dei treni domenicali a basso prezzo, primo segnale della nascita di un turismo di massa estivo. È anche, forse, l’origine (almeno in Italia) della mitologia del treno come non luogo di incontri, di sogni e di voglia di avventura e di evasione.

 

Binario (morto)

E di addii, di distacchi. Nel 1959, appena un anno dopo la “rivoluzione” (di interpretazione, di linguaggio, di costume) portata da Modugno sul palco di Sanremo con Nel blu, dipinto di blu, vero spartiacque tra la canzone “ancien régime” e quella moderna, Claudio Villa, il “reuccio” della canzone melodica, può ancora implorare, rivolto al “vecchio casellante, che fermo te ne stai”: “ferma tu quel treno, che muoio di dolore” (musica dello stesso Villa, testo di Costante Falpo). Gli elementi della grammatica della canzone tradizionale ci sono tutti: troncamento in fine di rima (ancor), inversioni sintattiche (giovinezza mia), rime baciate (freno: treno). E quella che è forse la metafora più efferata della canzone italiana: “Binario, fredde parallele della vita / per me è finita”.

 

I treni del Sud. Tra emigrazione e lotta sociale

Ma il treno è anche il simbolo dell’emigrazione, della perdita delle radici, della nostalgia di casa. Nel 1963 il cantastorie siciliano Ciccio Busacca rievoca, con il dialetto del grande poeta di Bagheria Ignazio Buttitta, la tragedia di Salvatore Scordo, il minatore morto nella tragedia di Marcinelle, vissuta dalla moglie e dai compaesani su Lu trenu di lu suli (di Buttitta-Profazio) che li porta in Belgio (“Na valiggia di cartuni cu la corda pi traversu; /nni lu pettu lu carusu ca sucava a tempu persu”) e che, dopo la notizia dell’esplosione, si trasforma in corteo funebre (“va lu trenu nni la notti, chi nuttata longa e scura: / non ci fu lu funirali, è na fossa la vittura”). Analoghi, anche se meno tragici, accenti ne Il treno che viene dal Sud (1967) di Sergio Endrigo: un treno che “non porta soltanto Marie / con le labbra di corallo / […] porta gente che va a scordare il sole / ma è caldo il pane / lassù nel Nord”; e ne I treni per Reggio Calabria (1973), che rievoca la grande manifestazione (22 ottobre 1972) degli operai metalmeccanici scesi, in un viaggio drammatico (per il timore di attentati e di provocazioni) al Sud, per protestare contro la rivolta dei “Boia chi molla”: “in curva il treno che pareva un balcone / quei balconi con la coperta per la processione / il treno era coperto di bandiere rosse”; ma “erano venti treni più forti del tritolo / guardare quelle facce bastava solo”. Altrettanto epica (linguaggio ottocentesco, alto e solenne; ritmo incalzante) è la celeberrima ballata La locomotiva (1972), che Francesco Guccini non mancava di inserire nella scaletta di ogni suo concerto, ispirata alla storia (vera) del fallito attentato da parte del ferroviere anarchico Pietro Rigosi che il 20 luglio 1893 aveva progettato di lanciare a tutta velocità contro “un treno pieno di signori” alla stazione di Bologna una locomotiva, mito del progresso dai tratti quasi antropomorfici (“la macchina pulsante sembrava fosse cosa viva, / sembrava un giovane puledro che appena liberato il freno / mordesse la rotaia con muscoli d’acciaio / con forza cieca di baleno”).

 

Frenata d’emergenza. Il pomeriggio è troppo azzurro

Correva l’anno 1968 (il Sessantotto!) quando il trentenne avvocato astigiano Paolo Conte proponeva al Molleggiato della canzone italiana, il già famoso Adriano Celentano, un brano (scritto con il maestro Antonio Virano e il paroliere Vito Pallavicini) del tutto controcorrente rispetto alle mode del momento e anche ai tormentoni estivi, ma già perfettamente consono all’esotismo di provincia (vi figura addirittura un baobab, un hapax della canzone italiana) di Conte. È un pigro pomeriggio estivo grondante di sudore e di spleen, e il ritmo di svagata marcetta non riesce a nascondere la malinconia di fondo di quello strano treno, il “treno dei desideri” che “nei miei pensieri all’incontrario va”. È nata Azzurro, una delle canzoni italiane più famose di tutti i tempi, cantata durante le partite della Nazionale di calcio e proposta persino come nuovo inno d’Italia. Due anni prima per Celentano era tornato a fischiare l’“amico treno” de Il ragazzo della Via Gluck (Beretta-Del Prete-Celentano).

 

Prima classe. Il convoglio della canzone d’autore

Un quarto di secolo dopo, lo stesso Paolo Conte tornerà in carrozza con Il treno va (1992), ironica rivisitazione della canzonetta d’antan con le sue rime baciate: “Il treno va / scomparirà / sulle sue ruote rotonde [e che altro, sennò?] / dietro alle nuvole bionde”. Ma è un convoglio affollatissimo di bei nomi, quello della canzone d’autore. Come il troppo presto scomparso Rino Gaetano, che ci racconta in dodecasillabi irregolari la bizzarra storia di Agapito Malteni il ferroviere (1974), il macchinista (“faceva quel mestiere forse per l’amore / di viaggiare sul locomotore”) che voleva fermare il treno a Barletta per bloccare l’emigrazione dal Meridione. O come Francesco De Gregori, con il suo West di Bufalo Bill (1976), in cui “tra bufalo e locomotiva / la differenza salta agli occhi / la locomotiva ha la strada segnata / il bufalo può scartare di lato e cadere” e il treno dell’enigmatica hit Generale (1978), un treno che “non fa più fermate, neanche per pisciare”, “che è mezzo vuoto e mezzo pieno / e va veloce verso il ritorno”. Anche Lucio Dalla ha pagato il suo tributo al mito del treno in Balla, balla ballerino (1980): “Ferma con quelle tue mani il treno Palermo-Francoforte / per la mia commozione c’è una ragazza al finestrino / gli occhi verdi che sembrano di vetro / corri e ferma quel treno fallo tornare indietro”; mentre Il treno della canzone omonima del 1984 (dall’album Henna) è un treno che sfida lo spazio (“passa le foreste dell’Europa, i ponti, le case”) e il tempo (“va corre in fila verso il duemila”). Non poteva mancare Franco Battiato, che per Alice ha scritto (con Giusto Pio e Saro Cosentino) I treni di Tozeur, dove già il toponimo della città tunisina (“passano ancora lenti i treni per Tozeur”) evoca Mondi lontanissimi (è il titolo dell’album del 1984), con la suggestione fonica affidata al significante, come spesso succede nei testi del Maestro di Milo.

 

I treni di Fossati, le stazioni di Testa

Il tema del viaggio (per mare, in aereo, in auto) come fuga è centrale nell’opera di Ivano Fossati. E anche il treno (l’immagine di copertina dell’album Lampo viaggiatore, 2000, è una bella locomotiva d’epoca) non sfugge all’inarrestabile ansia di mobilità del cantautore genovese, che sia “ […] il treno da Torino [che] è un treno di pianura / però dovrà arrivare / in questi posti davanti al mare” col suo carico di ragazze che “alle sette han smesso di lavorare” (Questi posti davanti al mare, ospiti i colleghi-amici De Gregori e De André, 1988); o che siano I treni a vapore (1992) interpretati dalla voce di Fiorella Mannoia, nel ritornello “Come i treni a vapore / […] di stazione in stazione / e di porta in porta / e di pioggia in pioggia / e di dolore in dolore / il dolore passerà”. Quasi una litania, quasi una preghiera. Il treno che un’amante distratta rischiava di perdere è “[…] il treno di stamattina / l’unico che va bene / per Modena” (Cow boys, 1983). E quello di un ultimo bacio d’addio è “[…] un treno di ferro / con il cuore di calce / il soffio di acido e di veleno” (Il treno di ferro, 2000).

Se mai c’è stato un cantautore che abbia avuto una motivazione speciale per cantare di treni e di stazioni, questo è stato senza dubbio il compianto Gianmaria Testa, che da capostazione a Cuneo dovrebbe aver avuto più di una occasione per osservare Le donne nelle stazioni (1995); infatti (con elegante anacoluto) “le donne c’è sempre uno che le aspetta / […] e se ne vanno via in compagnia / e ti sembrano diverse / e non si fermano più”. Un flash, e via.

 

Scompartimento per comitive: le band

Un treno dei desideri è anche quello che Michele accarezza e su cui vorrebbe salire nella canzone Michele e il treno (autori Nocenzi-Di Gacomo, 1981) del Banco del Mutuo Soccorso: “treno come sogno che ti manca / treno come donna che ti sfianca / […] treno come cielo mai toccato / come seno mai baciato / come sogno derubato”. Ed è una macchina del tempo Il treno (Belleno-De Scalzi-Di Palo-Belloni) del brano di aperura al sapore di prog del concept album in studio (1981) dei New Trolls intitolato proprio FS: “il ferro su ferro che si logora piano / è un rumore che mi porta lontano / […] Ed il mondo corre intorno a questo treno che sta / prigioniero a metà della mente / portami via non ti fermare / musica sia questo rumore”. Perché La vita è un treno (Bertallott-Vernetti-Nemola, 1992), secondo la facile metafora degli Aeroplanitaliani, che cantano a ritmo di reggae l’alienazione e la ripetitività del viaggio settimanale del pendolare (“rapido, espresso, diretto, locale / questo è il ritmo, il battito vitale / il ritmo dell’Abbonamento universale”. A un festoso caravanserraglio fa pensare Il treno dei folli (album Dopo il lungo inverno, 2006) dei Modena City Ramblers, che non rinunciano alla pennellata di colore del dialetto: “il treno va con i sui vagabondi / e ogni piasa l’è ‘na festa e ‘na baraca / con mille suoni, cento ritmi e nuovi amori / e i racconti di tante storie”.

 

Ultimo vagone

L’epopea del treno sembra uscire dall’orizzonte dei cantautori di seconda (e terza) generazione, con qualche eccezione: per Simone Cristicchi il viaggio in treno è come un film: “E vedo il mondo che scorre dietro a un vetro / come la pellicola di un film in bianco e nero, / sono un pendolare per amore, perché il mio cuore / non ha binari, mi fa deragliare” (Sul treno, 2005). Nella ballata di Vinicio Capossela Il treno (2016) è un rapace (“come un uccello dalla collina”) che si porta via tutto il paese dei migranti “senza un avviso senza cartolina / come una mandria buttati fuori / uomini, cani, sorelle e fiori”. E infine, per Enrico Ruggeri il treno è come l’esistenza: “il treno va / finché c’è vita / ma devi scendere per spingere in salita / il treno va / con il suo capitale umano / corre lontano / molto lontano” (Il treno va, 2019).

 

Deposito bagagli. E le altre?

Ogni viaggio comporta scelte, fermate, deviazioni. Qui si è preferito selezionare brani in cui il treno è protagonista, non solo comprimario. Ma per chi volesse percorrere un itinerario diverso, ecco una playlist alternativa (parzialissima: le canzoni ferroviarie sono centinaia):

Alessandra Amoroso, Mambo salentino (2019); Audio 2, Sono le venti(1995); Baustelle, Gli spietati (2010); Carmen Consoli, Signor Tentenna (2006); Champagne Molotov, C’è la neve (1984); Christian De Sica, Trenino va’ (1978); Claudio Baglioni, Amore bello (1973), Poster (1975), Avrai (1982); Dimartino, Non siamo alberi (2021); Edoardo Bennato, Povero treno (1994); Emma, Un sogno a costo zero (2010), Io di te non ho paura (2016); Enzo Jannacci, Prendeva il treno (1964); Equipe 84, Casa mia (1971); Fabrizio De André, Bocca di rosa (1967); Federica Carta, Molto più di un film (2018); Francesco De Gregori, Natale (1978), Stella stellina (1979); Fulminacci, Borghese in borghese (2019); Gerardina Trovato, Io non ho più la mia città (1993); Gianluca Grignani, Primo treno per Marte (1995); Giorgio Gaber, Una stazione in riva al mar (1961-64); Giovanna Marini e Francesco De Gregori, Il fischio del vapore (2002); Laura Pausini, La solitudine (1993); Ligabue, Dove fermano i treni (1993); Lorenzo Fragola, D’improvviso (2016); Lucio Battisti, 7.40 (1969); Marco Masini, Disperato (1990), Raccontami di te (2000); Mino Reitano, L’uomo e la valigia (1970); Oblivion, La stazione di Bologna (2012), Piero Ciampi, Lungo treno del Sud (1963); Pippo Franco, Quel vagone per Frosinone (1976); Raphael Gualazzi, L’estate di John Wayne (2016); Riccardo Cocciante, Il treno (1979); Riccardo Del Turco, Figlio unico (1966); Riccardo Fogli, Malinconia (1981); Roberto Vecchioni, Sogna, ragazzo, sogna (1999); Santo California, Tornerò (1974); Sarah Jane Ghiotti, Trenitalia swing (2009); Shade, Mai una gioia (2015); Toto Cutugno, Il treno va (2005); Vinicio Capossela, 25 aprile (1991).

E Il treno va.

 

*Questa rassegna deve molto all’aiuto competente e sollecito di Antonello Razza, già conduttore di Ferrovie dello Stato.

 

Bibliografia selezionata

Fabio Canessa, Azzurro. Conte, Celentano, un pomeriggio…, Roma, Donzelli, 2008.

Lorenzo Coveri, “Le canzoni che hanno fatto l'italiano”. In: E. Benucci, R. Setti (a c. di), Italia linguistica: gli ultimi 150 anni. Nuovi soggetti, nuove voci, un nuovo immaginario , Firenze, Accademia della Crusca - Le Lettere, 2011, pp. 69-126.

Lorenzo Coveri, Marzio Angiolani, Andrea Podestà, “Il viaggio come fuga in Tenco, De Gregori, Fossati. Un’analisi tematico-linguistica”, in LId’O. Lingua italiana d’oggi X (2013), pp. 165-182.

Enrico Deangelis (a cura di), Dizionario completo della canzone italiana, Firenze, Giunti, 2006.

Ezio Guaitamacchi, 1000 canzoni che ci hanno cambiato la vita, Milano, Rizzoli, 2009.

Dario Salvatori, Il Salvatori 2022. Il dizionario della canzone, Guidonia, Iacobelli, 2021.

 

Sitografia [ultimo accesso 15.06.2022]

https://www.acgroupitalia.com/blog/il-treno-nelle-canzoni.html

https://www.angolotesti.it/ricerca/treno/testi/

http://www.canzoneitaliana.it/

https://www.dizy.com/it/canzoni/treno

https://www.musixmatch.com/it

https://pendolante.wordpress.com/il-treno-in-musica/

https://www.testimania.com/searchesp.php

https://wikitesti.com/?s=treno

 

 

Crediti immagine: Kw-irina, CC BY-SA 4.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0>, attraverso Wikimedia Commons

 

 


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