23 aprile 2018

La lingua franca della società della comunicazione e il successo degli anglicismi

La lettrice S. D. chiede alla Treccani: «Vedo la tv e certe volte non ci capisco niente, sembra che siamo in America. Ho degli amici che vivono all'estero, in Germania e in Svezia e pure loro mi dicono che in tv e nei giornali è pieno di parole inglesi. Ma è così perché è una lingua facile che si studia a scuola dappertutto?»

 

Risponde Stefano Ondelli

 

La domanda riguarda un argomento che emerge spesso nelle discussioni sullo stato attuale e sul destino della lingua italiana: l’itanglese o anglitaliano, cioè l’eccessiva presenza di anglicismi. In questo caso però, con la citazione di Svezia e Germania, la nostra lettrice ne rileva la dimensione internazionale, quando di norma il corollario è che all’estero (per es. in Francia e in Spagna) esistono autorità che si impegnano ad arginare l’ondata di parole straniere.   

Per rispondere al quesito occorre individuarne i due elementi costitutivi: anzitutto dobbiamo stabilire se ci troviamo veramente di fronte a un’invasione massiccia di anglicismi; in seconda battuta, verifichiamo l’ipotesi secondo la quale alla base del successo dell’inglese ci sia la sua facilità.

 

Scarsa la percentuale nei dizionari

 

Un’occhiata all’elenco dei neologismi registrati sul sito Treccani parrebbe confermare il dominio dell’inglese. Tuttavia, da linguista, mi sentirei di obiettare in primis che la maggioranza delle parole che entrano nella nostra lingua sono pur sempre italiane, e poi che gran parte di questi neologismi difficilmente “attecchiranno” perché si riferiscono a realtà specifiche ma transeunti, e tra qualche anno potrebbero venir dimenticati. 

In effetti, quello dello scarso peso dei forestierismi nella lingua italiana è un argomento a cui i linguisti ricorrono spesso per controbattere a grida di allarme di stampo più o meno puristico. Per esempio, i curatori del Vocabolario della lingua italiana Zingarelli 2017 (che mi pare uno dei più aperti all’ammissione di neologismi) nella presentazione del volume ammettono che tra le 500 parole nuove introdotte si trovano diversi forestierismi, ma aggiungono che dopotutto questi rappresentano meno del 2% del lemmario.

 

Anno 2000: pochi forestierismi nel vocabolario di base

 

Una controargomentazione potrebbe essere che non tutte le parole contenute in un dizionario sono usate con la stessa frequenza, quindi un calcolo del genere è poco significativo. Possiamo dunque ricorrere ad altri dati, per es. quelli relativi all’uso delle parole straniere nei giornali, menzionato dal nostro lettore. Nel corso della seconda metà del ’900 non si sono verificate grandi variazioni: si va da un valore minimo di 0,44% negli anni ’60 a un massimo di 0,82% negli anni ’90, mentre agli inizi del XXI secolo i valori tornano a essere compresi tra 0,37% e 0,58%, come rilevato da Ondelli e Viale

Queste percentuali non si allontanano dai livelli registrati nel Lessico di frequenza dell’italiano parlato agli inizi degli anni ’90 (0,30%) né dalle misurazioni in seno al Vocabolario di Base (VdB), cioè le circa 7000 parole più frequenti della lingua italiana (che, si presume, erano usate quasi quotidianamente ed erano note alla quasi totalità della popolazione quando il VdB è stato compilato negli anni ‘70). In questo caso il Dizionario delle parole straniere nella lingua italiana del 2001 (basato sullo spoglio del Grande dizionario italiano dell’uso o Gradit) ci dice che i forestierismi rappresentano lo 0,49% del VdB, e sono perlopiù parole che stentiamo a riconoscere come straniere, per es. bar o film.

 

Anno 2016: dallo 0,49% al 2,1%

 

Tuttavia nel 2016 il compianto Tullio De Mauro e i suoi collaboratori hanno pubblicato un Nuovo Vocabolario di Base (NVdB), operazione necessaria perché negli ultimi 40 anni la situazione sociolinguistica del nostro Paese è cambiata enormemente, a cominciare dal forte calo delle persone analfabete o che parlano solo dialetto. Rispetto ai forestierismi il NVdB ci dice tre cose: le parole straniere sono più che quadruplicate, arrivando al 2,1% del totale; l’inglese è la lingua più presente; molti anglicismi rappresentano termini entrati di recente in italiano in relazione ad attività e conoscenze specifiche: per es. le parole che si riferiscono alle tecnologie dell’informazione (blog, chat, email, file, link, spam, web ecc.) rappresentano ben il 10% del totale dei forestierismi del NVdB.

Sembrerebbe dunque che i toni rassicuranti fin qui tenuti dai linguisti, secondo i quali occorre distinguere tra i forestierismi teoricamente disponibili in italiano e il loro effettivo uso da parte della popolazione, vadano almeno parzialmente rivisti. Ricordiamo peraltro che le cifre fin qui analizzate riguardano solo i prestiti integrali, cioè che mantengono la forma originaria, e nulla ci dicono delle parole adattate alla morfologia italiana (tipo scannare o scannerizzare), né di altri fenomeni pure importanti come il riuso creativo di basi straniere (come in stalkerare, in cui un verbo è creato a partire da un nome, peraltro originariamente deverbale), il cambio di significato (come smoking, che in inglese non indica un vestito da uomo), la maggior fortuna di certe parole in Italia rispetto ai paesi di origine (come, mi pare, il caso di mobbing) ecc.

 

L’inglese non è così easy, ma…

 

Più che “sembra che siamo in America”, si potrebbe dire che, anche quando è evidente che siamo in Italia perché parliamo di settori e attività per cui gli Italiani sono famosi nel mondo, come la moda o la cucina, gli anglicismi sono frequentissimi. Resta da stabilire la ragione di questo successo dell’inglese: perché è una lingua facile che si studia a scuola?

Sulla presunta facilità dell’inglese ho i miei dubbi. È in parte vero per la morfologia: la stessa parola può essere un nome (love is stronger than pride), un verbo (we love our country) o un aggettivo (our love affair is over), mentre in altre lingue, come l’italiano, desinenze diverse marcano il ruolo grammaticale (amare, amore, amoroso ecc.). Anche le coniugazioni verbali sono sicuramente meno ricche di quelle italiane; tutto ciò si traduce però in una minore libertà sintattica. E poi l’inglese risulta piuttosto complicato da altri punti di vista, come la pronuncia (basta aprire un qualsiasi dizionario per scoprire che l’inglese conta almeno 14 vocali contro le 7 dell’italiano) e l’ortografia. Per un italiano che abbia terminato le scuole dell’obbligo è raro chiedere “come si scrive” una parola, mentre lo spelling è una faccenda piuttosto spinosa in inglese: talvolta è difficile pronunciare correttamente una parola se non la si è mai sentita, o scriverla se non la si è mai letta: pensiamo alla differenza tra cup e put o al suono diverso della lettera a in hat, talk e can’t, per tacere delle diverse pronunce in America, Inghilterra, Australia e in tutti i Paesi in cui l’inglese è lingua ufficiale, come ricordano Louis Armstrong ed Ella Fitzgerald in Let’s Call the Whole Thing off.

 

Dal Secondo dopoguerra

 

Esistono lingue più simili all’italiano – quindi probabilmente più facili da imparare per noi – come il francese e lo spagnolo, ma non per questo sono più diffuse, almeno oggi. Che poi l’inglese sia la lingua straniera più studiata in Italia ce lo dicono i dati ISTAT già da diversi anni; tuttavia propenderei per rovesciare il sillogismo: studiamo l’inglese a scuola proprio perché è la lingua più utilizzata nella ricerca scientifica, nella musica leggera, in internet ecc., e non viceversa. Oltre all’utilità pratica, una conseguenza è che oggi l’inglese gode di grande prestigio sociale.

Non è sempre stato così: sappiamo bene che l’inglese, soprattutto americano, è diventata la lingua franca a partire dal Secondo dopoguerra, quando ha sostituito il francese. Se infatti consultiamo gli elenchi di proscrizione dei forestierismi stilati dall’Accademia d’Italia (uno strumento della propaganda fascista per garantire la purezza dell’italiano), troviamo un altissimo numero di parole francesi. A tal proposito il Dizionario delle parole straniere nella lingua italiana ci dice che per tutto il XVIII e XIX secolo i prestiti dal francese sono stati circa il doppio rispetto a quelli dall’inglese, ma la situazione è mutata radicalmente nel corso del XX secolo, tanto che tra il 2000 e il 2001 sono entrati in italiano 138 anglicismi contro 2 francesismi.

 

La dimensione globale

 

Un altro aspetto importante è la dimensione del fenomeno. Nel ’700 sono entrati nell’italiano 177 forestierismi, nell’800 1517, nel ’900 ben 7784 ed è probabile che alla fine del XXI secolo la cifra sarà parecchio più alta. È difficile fare paragoni perché la situazione è molto cambiata rispetto al passato: soprattutto (e per fortuna) è cresciuto moltissimo il numero delle persone non solo che parlano, leggono e scrivono in italiano, ma anche che possono permettersi di viaggiare, studiare (anche lingue straniere), andare al cinema e navigare su internet, entrando così in contatto con la lingua franca della società della comunicazione nell’era della globalizzazione, che è indubbiamente l’inglese. Ed è normale che poi cerchino di usarla (magari un po’ a sproposito), anche come motivo di vanto e promozione personale. Diverso è il caso di giornali e telegiornali, che dovrebbero farsi capire dal pubblico, o delle denominazioni in inglese di ministeri e leggi dello Stato Italiano, che mi paiono piuttosto esempi di provincialismo e superficialità.

 

Letture consigliate

 

De Mauro T. (a cura di), Grande dizionario italiano dell’uso, Torino, UTET, 1999-2008.

De Mauro T., Mancini F., Vedovelli M., Voghera M., Lessico di frequenza dell’italiano parlato, Milano, ETASLIBRI, 1993.

De Mauro T. e Mancini M., Dizionario delle parole straniere nella lingua italiana, Milano, Garzanti, 2001.

Raffaelli A., Le parole straniere sostituite dall’Accademia d’Italia (1941-1943), Roma, Aracne, 2010.

 

*Stefano Ondelli è professore associato di Linguistica italiana presso il Dipartimento di studi giuridici, del linguaggio, dell’interpretazione e della traduzione dell’Università di Trieste. Si è occupato di didattica dell’italiano per stranieri, di italiano giuridico, dell’italiano di traduttori e interpreti, dell’italiano dei giornali, della moda e della cucina. Tra le pubblicazioni principali: La lingua del diritto: proposta di classificazione di una varietà dell'italiano, Roma, Aracne editrice, 2007; La sentenza penale tra azione e narrazione, Padova CLEUP, 2012; Realizzazioni testuali ibride in contesto europeo. Lingue dell’UE e lingue nazionali a confronto, Trieste, EUT 2013.

 

Immagine: Di ProtoplasmaKid [CC BY-SA 4.0 (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0)], da Wikimedia Commons


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