6 maggio 2019

Burocratese e gobbledygook: il linguaggio oscuro in italiano e in inglese

Essendo in fase di trasloco, mi trovo a sistemare i polverosi documenti accatastati negli anni da mio padre e mi soffermo a leggere la ricevuta di una richiesta che inoltrò nel 1992 per usufruire dello status di orfano di guerra. In uno dei campi da compilare, si legge “generalità del dante causa”. Sono certa che mio padre, persona umile e con un grado di istruzione a malapena elementare, sia rimasto interdetto di fronte alla dicitura e abbia chiesto chiarimenti negli uffici del suo luogo di lavoro. L’espressione dante causa, secondo quanto spiega l’Accademia della Crusca, è considerata un tecnicismo specifico del diritto civile e viene usata in ambito giuridico per indicare ‘chi cede un diritto a un altro soggetto’ (GRADIT). Lo Zingarelli 2018, il Devoto-Oli 2018 e il Sabatini-Coletti 2006 registrano la prima attestazione della locuzione prima del 1923. Approfondendo la ricerca, con lo strumento di analisi testuale Google Books NGram Viewer, si rilevano usi della locuzione a partire dal XIX secolo, con una maggiore frequenza che si osserva negli anni Sessanta del XX secolo. Il sinonimo che riportano i dizionari online, tra cui il Treccani, è autore, lemma che può assumere vari significati, a seconda del contesto d’uso, e che proprio per tale motivo, a mio giudizio, non chiarisce l’espressione giuridica ottocentesca. Ma ammetto di essermi trovata anch’io quantomeno perplessa quando, leggendo i verbali dell’ultima seduta di laurea, mi sono imbattuta in frasi del tipo: “Il candidato XY venne il giorno XY e discusse la tesi dal titolo […]” (corsivo mio), per l’uso anacronistico dei tempi verbali.

 

Codici, manuali, guide e direttive

 

È del 1979 un rapporto del ministro per la Funzione Pubblica, Massimo Severo Giannini, sulla generale esigenza di una riorganizzazione della Pubblica Amministrazione, in cui si sottolinea la relazione tra la qualità della legislazione e la sua attuabilità, con chiare ripercussioni sull’efficienza complessiva del sistema. Nel 1984 la Regione Toscana elabora il primo manuale per la redazione dei testi legislativi, Suggerimenti per la redazione dei testi normativi. Ma è a partire dagli anni ’90, e sulla scia del dibattito internazionale sempre più vivo sui movimenti del Plain Language, che in Italia si sviluppa una maggiore sensibilità alle questioni relative alla comunicazione pubblica con il cittadino, che va di pari passo con il cambiamento che interessa la Pubblica Amministrazione. Nel 1991 Giuseppe Ugo Rescigno coordina la pubblicazione del manuale Regole e suggerimenti per la redazione dei testi normativi; nel 1993 il Dipartimento per la Funzione Pubblica pubblica il Codice di stile delle comunicazioni scritte ad uso delle amministrazioni pubbliche, alla cui stesura collaborano linguisti e giuristi diretti da Sabino Cassese; nel 1997 Alfredo Fioritto cura la redazione del Manuale di Stile, che orienterà progetti successivi; nel 2001 la Presidenza del Consiglio dei Ministri pubblica la Guida alla redazione dei testi normativi; nel 2002 il Dipartimento per la Funzione Pubblica approva la Direttiva Frattini sulla Semplificazione del linguaggio dei testi amministrativi; nel 2003 parte il progetto di semplificazione Chiaro!, sempre su iniziativa del Dipartimento per la Funzione Pubblica; nel 2005 un’altra Direttiva viene approvata dal Dipartimento per la Funzione Pubblica, sulla Semplificazione del linguaggio delle pubbliche amministrazioni; nel 2005 nasce anche la REI – Rete di Eccellenza dell’Italiano Istituzionale promossa dal Dipartimento italiano della Direzione Generale Traduzione della Commissione europea che si pone l’obiettivo, tra gli altri, di promuovere un italiano istituzionale chiaro, comprensibile e accessibile a tutti, garantendo un elevato livello qualitativo; nel 2011 l'Istituto di Teoria e Tecniche dell'Informazione Giuridica del Consiglio Nazionale delle Ricerche (ITTIG), insieme all’Accademia della Crusca, pubblicano la Guida alla redazione degli atti amministrativi. Regole e suggerimenti.

 

A che punto siamo?

 

Il tema della battaglia al burocratese, pertanto, ha suscitato, in questi ultimi decenni, l’attenzione sia sul versante politico che su quello scientifico. Per fare solo qualche esempio, tra il 1999 e il 2003 Michele A. Cortelazzo e Federica Pellegrino curano periodicamente la rubrica Manuale di stile sulla semplificazione del linguaggio amministrativo per la Guida agli Enti Locali, settimanale di documentazione delle autonomie del Sole 24 Ore e nel 1999 curano per il Comune di Padova, insieme a Matteo Viale, una rassegna di testi amministrativi rielaborati dal titolo Semplificazione del linguaggio amministrativo. Esempi di scrittura per le comunicazioni ai cittadini, mentre nel 2003 Cortelazzo e Pellegrino pubblicano il volume Guida alla scrittura istituzionale. Nel 2018, Daniela Vellutino pubblica il volume L’italiano istituzionale per la comunicazione pubblica, che si propone come guida per quanti devono sviluppare abilità di scrittura per informare e comunicare nel settore pubblico, visto il nuovo modello di Amministrazione Aperta in cui un corretto, chiaro e trasparente uso della lingua italiana diventa un fattore abilitante per accedere alle informazioni istituzionali, ai documenti amministrativi e ai dati pubblici. È del mese di marzo 2019 l’organizzazione a Firenze, da parte dell’l'Istituto di Teoria e Tecniche dell'Informazione Giuridica del CNR e dell’Associazione per la Qualità degli Atti Amministrativi, del seminario Chiarezza e comprensibilità della scrittura amministrativa. A che punto siamo?

 

Il burocratese, lingua troppo alt(r)a

 

L’urgenza della questione muove dal dedalo di atti normativi in cui il cittadino italiano deve districarsi. La banca dati di Normattiva (link), nella sua versione definitiva, mira a raccogliere l'intero corpus normativo statale dei provvedimenti numerati (leggi, decreti-legge, decreti legislativi, altri atti numerati), dalla nascita dello Stato unitario, valutato in oltre 200.000 atti. All’alta proliferazione legislativa si accompagna spesso una bassa qualità dei testi; come spiega Giuseppe Benelli, la scarsa comprensione del dettato delle norme intensifica il problema della comunicazione delle leggi, che quindi resta limitata ad una fascia della popolazione elitaria, con un’appropriata cultura giuridica, e quasi inaccessibile alla maggioranza dei cittadini; aspetto paradossale, visto che le leggi, proprio perché destinate a tutti i cittadini, devono poter essere comprese dal maggior numero di persone. Come ricorda Antonelli, per Tullio De Mauro, il modello di lingua “semplice” è quella della nostra Costituzione: precisa e puntuale, nitida nella sintassi, trasparente nel lessico. La questione della divulgazione rinvia, pertanto, al problema della leggibilità e della comprensibilità dei testi legislativi. Spesso infatti, nonostante gli sforzi messi in campo da giuristi e linguisti, nella pratica il linguaggio burocratico rimane ostico, distante dal linguaggio quotidiano; alcuni degli esempi lessicali riportati da Maria Teresa Serafini sono i seguenti: l’utilizzo di inerente a, in ordine a, per quanto concerne, in relazione a al posto di su; in seno al al posto di nel; da parte di, per opera di al posto di da. Serafini prosegue sostenendo che sembra ancora emergere, nella nostra società e soprattutto nella nostra scuola, l’esigenza di mantenere un malinteso scarto stilistico fra il linguaggio quotidiano e il bel parlare o il bello scrivere. È proprio la richiesta di accessibilità, ossia il diritto a capire e a farsi capire, che rappresenta il principale movente dell’attenzione rivolta dalle istituzioni e dagli studiosi alla lingua della burocrazia – nel suo senso più deteriore, qualora ve ne sia uno migliore. Già il Codice di Stile del 1993 indica diverse forme linguistiche che andrebbero evitate per migliorare, rendere più chiaro e accessibile, il linguaggio delle amministrazioni pubbliche: sostantivi derivati da verbi (subentro, storno, bonifico, condono); verbi derivati da sostantivi (disdettare, referenziare, atterrare); termini arcaici (testé, altresì, all’uopo, ivi); termini dotti (pervenire, ottemperare, espletare, sede stradale); eufemismi e attenuazioni (mancato accoglimento, non deambulante, non vedente, seppellitore, ravvedimento operoso); formule impersonali ricorrenti (si fa presente la necessità di, si fa obbligo di); espressioni stereotipate (netto rifiuto, in ossequio a); sostantivi che sostituiscono intere frasi (è vietata la balneazione, si prevede il riordinamento delle norme); tecnicismi giuridici (ammenda, oblazione, rogito, delega, saldo e stralcio); periodi lunghi e complicati, caratterizzati da connessioni complesse (premesso che, preso atto di, in deroga a); frasi complesse con più subordinate; incisi (la sentenza afferma – a prescindere dal caso di specie - l’esigenza che...); verbi in forma passiva (la data è stabilita dalle autorità competenti); verbi in forma impersonale (si fa presente, si allega, si certifica); participio presente con funzione di verbo (la circolare avente per oggetto); gerundio al posto di proposizioni dipendenti esplicite (difettando l’emanazione del provvedimento amministrativo, è impossibile esplicare l’attività); futuro con valore imperativo (ciascun ente vorrà inviare); doppia negazione (non è inammissibile, non si può non considerare). La Direttiva del 2005 sulla semplificazione del linguaggio evidenzia l’importanza della leggibilità dei documenti, ossia della produzione di testi scorrevoli e semplici da leggere. Questa si basa sulla brevità delle parole (lessico) e delle frasi (sintassi). La Direttiva, oltre a ribadire quanto indicato dal Codice di Stile del 1993, invita a preferire le parole brevi, limitare il ricorso alle sigle; rinunciare a parafrasi non necessarie (provvedimento esecutivo di rilascio > sfratto), limitare l’uso di parole straniere se hanno termini equivalenti in italiano (ad esempio tendenza è da preferire a trend, missione a mission), rinunciare ad arcaismi, neologismi, latinismi, ricorrere, quando è necessario, a note esplicative. Per la sintassi occorre preferire frasi brevi che non superino le 20-25 parole per frase, privilegiare la coordinazione rispetto alla subordinazione, evitare frasi incidentali tra virgole e parentesi, oltre a usare preferibilmente il modo indicativo e la forma attiva e limitare l’uso della costruzione impersonale.

 

Dall’Inps agli atenei: le misure prese

 

A tutt’oggi, alcune istituzioni pubbliche hanno recepito l’esigenza di comunicare in maniera chiara, trasparente ed efficace. Sul sito web dell’Inps, ad esempio, è presente un glossario che aiuta i naviganti a comprendere la terminologia tecnica, talvolta oscura, utilizzata nella comunicazione con gli utenti. Anche alcune Camere di Commercio (quella di Varese, quella di Alessandria, quella di Firenze, solo per citarne alcune) hanno pubblicato dei glossari online. Alcune regioni, del Nord, del Centro e del Sud Italia, hanno enfatizzato il tema della comunicazione efficace e della scrittura controllata nei piani di formazione del personale e nei progetti di semplificazione amministrativa. Sono stati anche pubblicati dei manualetti di stile, come PArliamoci Chiaro della Giunta Regionale della Regione Abruzzo. Alcune università, come la Sapienza Università di Roma, l’Università di Firenze, l’Università di Palermo, hanno adottato delle linee guida per la trasparenza, la semplificazione del linguaggio e la pubblicazione delle informazioni sia sul sito web di Ateneo che nei rapporti con il pubblico, nell’intento di salvaguardare sia la precisione formale degli atti sia la comprensione da parte del destinatario. In altri atenei (Padova, Macerata, Palermo) sono stati nominati dei Delegati del Rettore per la Comunicazione Istituzionale.

 

La situazione nei Paesi di lingua inglese

 

Se volgiamo lo sguardo oltre i nostri confini, cosa accade in altri Paesi? Limiterò le mie riflessioni ai Paesi anglofoni, per verificare se anche in questo caso Inglese - Italiano 2 a 1. La variabile temporale gioca a favore degli inglesi, poiché il primo Style Manual del governo degli Stati Uniti d’America risale al 1894 e ha avuto varie decine di edizioni successive. Verso la metà degli anni Settanta del Novecento, sempre negli Stati Uniti compaiono le prime plain language laws, ossia delle leggi che stabiliscono che alcuni tipi di documenti (ad esempio, certi contratti) devono soddisfare determinati standard di leggibilità, a pena di invalidità. Le banche e le assicurazioni sono inizialmente i maggiori promotori dei movimenti per il plain language, spinte da motivi economici: alcune indagini evidenziano che l’uso del plain language riduce drasticamente i motivi di contenzioso con la clientela, e, di conseguenza, le spese legali. Un momento decisivo nel movimento statunitense sul plain language è rappresentato dal Memorandum on Plain Language, pubblicato dal Presidente Clinton nel 1998. Da quel momento, molti settori della pubblica amministrazione americana si dotano di manuali di plain language destinati ai propri funzionari (i Centers for Disease Control and Prevention, il Department of Agriculture, il Department of Defense, ad esempio). Tra questi, spicca per la sua qualità il manuale sul Plain English della U.S. Securities and Exchange Commission. Nel Regno Unito è attiva la Plain English Campaign, Fighting for crystal-clear communication since 1979, un gruppo di pressione indipendente sorto nel 1979 ad opera di Chrissie Maher e impegnato nella lotta al gobbledygook, l’equivalente del burocratese italiano in lingua inglese, un termine promosso da Maury Maverick, il quale sul New York Times Magazine (1944) lo definì “talk or writing which is long, pompous, vague, involved, usually with latinized words”; il suo significato è legato a to gobble, il verbo onomatopeico che ‘riproduce’ il verso del tacchino. Ogni anno il gruppo assegna dei premi per la migliore (Chrissie Maher Award) o peggiore (Foot in Mouth award, Golden Bull award, Kick in the Pants award) comunicazione in inglese, in base ai parametri comunicativi fissati nelle linee guida della campagna, e addirittura attribuisce un Crystal Mark, una sorta di marchio di trasparenza, chiarezza, e quindi qualità, a documenti, pubblicazioni, siti web e app.

 

Gran Bretagna: campagna ufficiale di plain language

 

Nel 1982, anche a seguito delle sollecitazioni della Campaign, il Governo britannico intraprende una politica ufficiale in materia di plain language, che porta alla revisione della modulistica della pubblica amministrazione, eliminando i moduli superflui e semplificando quelli restanti. In Australia il primo documento scritto in plain language è una polizza automobilistica e risale al 1976. Da allora le iniziative si moltiplicano, specialmente nel campo della redazione normativa. In Sudafrica l’esigenza di chiarezza nel linguaggio giuridico e amministrativo è particolarmente sentita, specie dopo l’abolizione dell’Apartheid che sviluppa una nuova coscienza democratica. La nuova Costituzione sudafricana del 1996 è forse la prima al mondo a essere redatta nello scrupoloso rispetto dei principi del plain language, con continui test sui lettori e la consulenza di esperti internazionali, come l’avvocato canadese ed esperto di plain language Phil Knight.

Anche nel mondo anglofono le campagne per il Plain English si fondano in parte sulle stesse norme che sono state adottate dalle direttive e i progetti di semplificazione del linguaggio amministrativo già analizzati per l’Italia: preferire la forma attiva alla forma passiva del verbo; utilizzare la forma più semplice del verbo, il present simple; evitare gli hidden verbs, ossia preferire il verbo al sostantivo; utilizzare le forme contratte, laddove è appropriato, poiché avvicinano maggiormente il testo alla forma orale; minimizzare l’uso delle abbreviazioni; scegliere parole brevi e semplici; omettere parole ridondanti; evitare termini tecnici, arcaici, stranieri; scrivere frasi brevi; evitare le noun strings, ossia gruppi di più di tre sostantivi l’uno di seguito all’altro; mantenere la struttura standard della frase inglese, ossia subject + verb + object; evitare la doppia negazione; scrivere paragrafi brevi; utilizzare gli esempi, gli elenchi e le tabelle per rendere più leggibile il documento. I risultati concreti delle linee guida della Plain English Campaign sono positivi, molti documenti sono stati ‘riformati’ dal punto di vista linguistico, anche se resta abbastanza diffuso l’uso di quegli avverbi considerati arcaismi come hereby, herein, thereof (“Customer hereby declares that Customer is the beneficial owner […]” Fatca Form for Non-US-Person Declaration; “Wildlife Act Authority – Export live/dead wildlife or parts thereof” Department of Conservation, New Zealand Government [corsivi miei]).

 

Ai latinismi preferire le parole brevi (sassoni)

 

Ciò che merita una riflessione è la preferenza, nei testi inglesi che mirano al modello del Plain English, per le parole brevi, nelle parole di H.W. Fowler (1906) riportate nelle Federal Plain Language Guidelines pubblicate nel 2011 dal governo federale statunitense, “Prefer the Saxon word to the Romance word”, ad esempio scegliere go with al posto di accompany, helpful al posto di advantageous, take part al posto di participate, give al posto di submit. Tale scelta può essere considerata aderente al King’s English, ma preserva la matrice germanica della lingua inglese per tralasciare tutta quella parte di lessico inglese, di matrice neolatina, che invece costituisce terreno comune con molte delle lingue europee anch’esse di origine neolatina, tra cui l’italiano. Tali tendenze all’interno del Plain English, che si possono considerare puriste poiché mirano a privilegiare l’elemento anglosassone, sembrano non tener conto dell’affermazione di una nuova varietà internazionale dell’inglese, più aperta a ibridazioni lessicali con altre lingue e per questo più propensa ad arricchirsi di parole che condividono la stessa etimologia, sicuramente mezzo di comunicazione già del presente e del prossimo futuro.

 

Bibliografia essenziale

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A. Fioritto (a cura di), Manuale di stile. Strumenti per semplificare il linguaggio delle amministrazioni pubbliche, Bologna: Il Mulino, 1997.

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GRADIT 2000, Grande dizionario italiano dell’uso, ideato e diretto da Tullio De Mauro, Torino, UTET, 2000.

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M.E. Piemontese “La semplificazione del linguaggio amministrativo. Presupposti, strumenti e prospettive”, in Treccani, Lingua Italiana, Speciale “Nella nebbia del burocratese”, dicembre 2008.

Presidenza del Consiglio dei Ministri – Dipartimento per la Funzione Pubblica, Codice di stile delle comunicazioni scritte ad uso delle amministrazioni pubbliche. Proposta e materiali di studio, Roma, 1993.

Regione Abruzzo – Giunta Regionale, Parliamoci Chiaro, Manualetto di stile a cura della struttura Speciale di Supporto Stampa della Giunta Regionale.

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F. Sabatini, V. Coletti, Il Sabatini Coletti. Dizionario della Lingua Italiana 2006, Milano: Rizzoli Larousse, 2005.

Sapienza Università di Roma, Area Supporto strategico e comunicazione, Linee guida per la redazione di testi chiari ed efficaci. Manuale di stile per chi deve scrivere e vuole farsi capire, 2017.

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D. Vellutino, L’italiano istituzionale per la comunicazione pubblica, Bologna: Il Mulino, 2018

R. Zammuto, P. Zampi, Linee guida per la trasparenza, la semplificazione del linguaggio e la pubblicazione delle informazioni sul sito Unifi: un breve “manuale di stile” per facilitare il percorso della trasparenza, Università degli Studi di Firenze, 2010.

N. Zingarelli, Lo Zingarelli 2018, Vocabolario della Lingua Italiana, Bologna: Zanichelli, 2018.

 

 

Siti web consultati

http://www.accademiadellacrusca.it/it/lingua-italiana/consulenza-linguistica/domande-risposte/dante-causa-plurale

http://www.al.camcom.gov.it/

https://books.google.com/ngrams

https://www.fi.camcom.gov.it/

https://www.inps.it/nuovoportaleinps/default.aspx?glossario=true

http://lalinguadeldiritto.unipv.it

http://www.normattiva.it

http://www.plainenglish.co.uk/

https://www.plainlanguage.gov/

https://www.treccani.it/vocabolario/ricerca/

http://www.va.camcom.it/ 

 

*Francesca Vaccarelli è ricercatrice di Lingua e Traduzione – Lingua Inglese presso la Facoltà di Scienze della Comunicazione dell’Università degli Studi di Teramo. La sua attività di ricerca si concentra principalmente sui processi di word-formation che caratterizzano la lingua inglese (Processi di word-formation: clipping, blending, abbreviations, Aracne, 2008), in particolare si interessa degli aspetti lessicali dei Domain-Specific Englishes (DSEs) tipici delle scienze politiche e degli anglicismi presenti nei linguaggi settoriali dell’economia, della politica e del turismo della lingua italiana. Un’altra area di analisi più recente riguarda gli aspetti terminologici dei linguaggi giuridici e istituzionali. Tali tematiche di studio e ricerca vengono affrontate in chiave sincronica e contrastiva ENG>ITA. Ha approfondito anche gli aspetti fonologici, morfosintattici e lessicali dei World Englishes (in particolare del Nigerian English e dello Euro-English). L’approccio di ricerca utilizzato coniuga spesso riflessioni di tipo qualitativo – ad esempio, sulla pronuncia, sull’etimologia, sulla morfologia, sui principali usi dei termini e dei sintagmi analizzati – con risultati di tipo quantitativo – sulle frequenze e sulle collocation più usuali del materiale lessicografico preso in esame – costruendo in molti casi corpora su materiali elettronici autentici e avvalendosi dei software tools della Corpus Linguistics.

 

Immagine: Palazzo Vidoni a Roma, sede del Dipartimento della Funzione Pubblica.

 

Crediti immagine: Carlo Dani [CC BY-SA 4.0 (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0)]

 

 


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