02 dicembre 2015

Quando la filologia e la matematica si alleano

di Michele A. Cortelazzo*

 

Può capitare a molti studiosi (filologi, linguisti, critici, storici) di dover individuare l’autore di uno scritto, in mancanza di notizie certe e affidabili. Ma lo stesso obiettivo lo hanno, a volte, poliziotti, avvocati, giudici, che trovano nelle competenze degli studiosi l’appoggio scientifico per avanzare ipotesi sull’attribuzione di testi di paternità incerta. Testi di paternità incerta sono quelli di cui non è noto l’autore, ma anche quelli che un autore dichiara propri ma in realtà sono copiati da altri (plagio) o quelli che vengono scritti da un autore, ma vengono fatti passare come prodotto di un altro (falso). Una falsa dichiarazione d’autore può riguardare l’intero testo, o solo una sua parte: un caso tipico, di recente oggetto di verifiche attraverso software creati ad hoc, sono le tesi di laurea che talvolta contengono ampie citazioni da opere diverse, non dichiarate come tali.

 

Il fiuto del critico

 

Per attribuire un’opera a un autore, in mancanza di informazioni esplicite o in contrasto con le informazioni tramandate sull’autorialità del testo, ci si può avvalere di molti metodi, che fanno riferimento direttamente al testo o ricorrono a dati extratestuali: la valutazione della coerenza delle vicende che hanno portato alla composizione, alla trasmissione o al ritrovamento dell’opera; nel caso di manoscritti, la possibilità di verificare l’affinità tra la grafia del testo sotto esame e quella di scritti autografi dell’autore sospettato; il riconoscimento di documentate affinità stilistiche e linguistiche tra il testo sotto esame e le altre opere di un autore (o, al contrario, la mancanza di queste affinità, che porta ad escludere il sospettato dal novero dei possibili autori); il riconoscimento di coincidenze di nomi, luoghi, tempi, temi tra l’opera sotto esame e altre opere del presunto autore, o anche tra l’opera e la sua esperienza personale, extraletteraria; più genericamente il riconoscimento di similarità in base a considerazioni di tipo intuitivo, basate sul fiuto e sull’esperienza di lettura di un critico che conosca a fondo l’opera dell’autore sospettato o di altri autori dello stesso tempo e dello stesso ambiente.

 

Unico testimone il testo

 

Quando siamo privi di informazioni extratestuali, quali la provenienza del supporto che contiene lo scritto, oppure quando mancano o sono confuse le informazioni sulla sua trasmissione, sono solo i testi e il loro stile a permetterci di affrontare il problema dell’attribuzione d’autore. Ci sono critici dotati di un fiuto eccezionale nel riconoscere similarità tra testi, ma si tratta di una capacità di pochi, non estendibile né insegnabile ad altri. Per chi non ha questa dote, il ricorso a indizi oggettivi e misurabili permette di giungere egualmente a risultati attendibili o, quanto meno, probabili.

 

Da Unabomber a J. K. Rowling

 

Esistono, fuori d’Italia, casi rilevanti di attribuzione d’autore, sia in letteratura, sia fuori dalla letteratura, basati sullo stile. Negli Stati Uniti Theodor Kaczynski, più noto come Unabomber, è stato individuato anche grazie alle somiglianze tra il suo usus scribendi e lo stile del manifesto contro la società industriale, di cui aveva preteso la pubblicazione sui giornali. Nel Regno Unito grazie a metodi quantitativi si è accertato che i l romanzo giallo The Cuckoo's Calling pubblicato sotto il nome di Robert Galbraith è in realtà opera di J. K. Rowling (l’autrice di Harry Potter), come aveva rivelato una fonte anonima (di cui poi è stata appurata la provenienza dallo studio legale della scrittrice). In Francia è stata fortemente messa in discussione la paternità di alcune commedie di Molière, principalmente a partire da rilievi lessicometrici.

 

Misurare lo stile

 

Anche se chi è di formazione umanistica fa fatica ad ammetterlo, lo stile può essere misurato. Per essere più precisi, si può misurare la similarità esistente tra due o più testi. Esistono numerosi metodi sia statistici, sia matematici per farlo. Gli esperimenti eseguiti su testi di cui si conosce l’autore hanno dimostrato che la capacità di abbinare testi dello stesso autore ha raggiunto buoni livelli, come spiegano nei loro interventi Arjuna Tuzzi e Mirko Degli Esposti . Negli approcci quantitativi, possono lasciare stupefatti le osservazioni basate su informazioni che paiono essere del tutto artificiali o incompatibili con la creatività della scrittura, come il confronto di sequenze di un numero dato di caratteri, che non tengono conto della frontiera di parola (gli n-grammi) o la considerazione delle sole parole grammaticali (articoli, preposizioni, congiunzioni, pronomi). Ma sono questi i metodi che hanno mostrato la migliore capacità di abbinare tra di loro i testi di uno stesso autore. Evidentemente, quando scriviamo (e quando parliamo), seguiamo, sia pure inconsapevolmente, delle strategie molto più individuali ma ripetitive di quanto siamo disposti a credere.

 

I metodi quantitativi non bastano...

 

Naturalmente, non si può attribuire fideisticamente ai metodi quantitativi il potere di scoprire in modo meccanico l’autore di un testo: i sistemi quantitativi ci possono dire se c’è un certo grado di similarità tra due testi e, soprattutto, comparativamente, quali, tra più scritti, è più simile al testo da attribuire, ma non può darci prove incontrovertibili dell’identità di un autore, dato che non sappiamo quale sia, e addirittura se ci sia, una soglia di similarità entro la quale poter affermare che due testi sono scritti dalla stessa persona. Ne conseguono giudizi di compatibilità, di attendibilità delle ipotesi avanzate, non responsi inoppugnabili di paternità. Inoltre, bisogna disporre di testi da confrontare. Nel caso più misterioso della letteratura italiana contemporanea, quello dell’identità di Elena Ferrante, con l’ausilio del concetto di entropia relativa (quello illustrato qui da Mirko degli Esposti ) si è accertato che è plausibile il sospetto che a scrivere almeno i primi romanzi sia stato Domenico Starnone. Ma difficilmente si potrà mai esprimere un giudizio di maggiore o minore plausibilità a proposito di un’altra sospettata, Anita Raja, della quale disponiamo solo delle traduzioni di opere scritte in tedesco (in particolare quelle di Christa Wolf): come si è visto nell’intervento di Mattia Bernardini nello speciale sulla traduzione, le specificità del traduttore sono tra le ultime ad apparire nei testi tradotti.

 

… ma aiutano a esplorare o confermare

 

Tutte le volte in cui si tratta di analizzare testi con l’ausilio di metodologie innovative di natura statistica o matematica, è necessaria una profonda integrazione tra valutazioni quantitative e valutazioni qualitative. In linea generale, i metodi quantitativi possono affiancare i metodi qualitativi da un’ottica esplorativa, indicando piste di ricerca da sviluppare con i mezzi della tradizionale ricerca qualitativa, o da un’ottica confermativa, accertando che le conclusioni alle quali ci porta l'analisi qualitativa sono davvero suffragate dai dati empirici, evitandoci errori di prospettiva che ci fanno sovrastimare fenomeni evidenti e ci rendono meno visibili fenomeni dissimulati e permettendoci anche di analizzare un ampio numero di testi. Il caso dell’attribuzione d’autore è prevalentemente un caso di ottica confermativa: se non c’è un sospettato, individuato in modo tradizionale, non si può misurare la similarità tra la sua opera certa e lo scritto sotto indagine. Lo mostra bene il caso di J. K. Rowling : senza la soffiata proveniente dallo studio legale probabilmente nessuno avrebbe mai pensato di confrontare l’opera di Robert Galbraith con quella di J. K. Rowling.

 

Riferimenti bibliografici essenziali

Manlio Cortelazzo, Arjuna Tuzzi, Metodi statistici applicati all’italiano, Zanichelli, Bologna, 2008.

Michele A. Cortelazzo, Metodi qualitativi e quantitativi di analisi dei testi , "Contemporanea" 2/2013, pp. 299-310.

James R. Fitzgerald J., Using a forensic linguistic approach to track the Unabomber, in Profilers. Leading investigators take you inside the criminal mind, a cura di John H. Campbell e Don DeNevi , Prometheus Book, New York, 2004

Dominique Labbe, Si deux et deux sont quatre Molière n’a pas écrit Dom Juan , Paris, Max Milo, 2009.

 

*Michele A. Cortelazzo (Padova, 1952), allievo di Gianfranco Folena, è professore ordinario per il settore “Linguistica italiana” all’Università di Padova. Ha insegnato anche nelle università di Saarbrücken, Innsbruck, Venezia, Trieste, Ferrara, Fiume. Il linguaggio amministrativo, quello giuridico e quello istituzionale sono stati, negli ultimi anni, i temi principali della sua ricerca: con Federica Pellegrino ha scritto una Guida alla scrittura istituzionale (Roma-Bari, Laterza, 2003) e con Chiara Di Benedetto e Matteo Viale ha coordinato la "traduzione in italiano" del manuale di "Istruzioni per le operazioni degli uffici elettorali di sezione" (Padova, Cleup, 2008). Fa parte della REI, Rete per l’eccellenza dell′italiano istituzionale, promossa dalla Direzione Generale della Traduzione della Commissione Europea (di cui presiede ora il Comitato scientifico). Ha curato con Arjuna Tuzzi il volume Messaggi dal Colle. I discorsi di fine anno dei presidenti della Repubblica, Venezia, Marsilio, 2007, e, con Francesca Gambarotto, Parole, economia, storia. I discorsi dei presidenti di Confindustria dal 1945 al 2011, Venezia, Marsilio, 2013.

 

Immagine: L’uomo vitruviano

 

Crediti immagine: Leonardo da Vinci [Public domain]


© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0