14 maggio 2014

Entrando nella testa dei bambini: Il mio primo dizionario

Intervista a Roberto Mari*
 
Nel corso della puntata della trasmissione La lingua batte , andata in onda su Radio Tre il 22 marzo 2014 e intitolata Bim Bum Bam-bini, sono state rivolte alcune domande a Roberto Mari, collaboratore della casa editrice Giunti e autore, in particolare, dell'opera lessicografica Il mio primo dizionario - Miot (Giunti ed.), destinato ai ragazzi delle scuole elementari. Per gentile concessione di Radio Tre, della redazione di La lingua batte e di Mari, pubblichiamo la trascrizione dell'intervista.
 
Su quali criteri o parametri si basa la selezione del lemmario, dell’insieme di parole da prendere in considerazione nel suo dizionario?
 
I dizionari della lingua italiana più diffusi, come lo Zanichelli o il Garzanti, riportano tra gli 80 e i 100 mila lemmi, il Vocabolario Italiano di Base di Tullio de Mauro comprende invece circa 7.000 parole. Quante ne dovrà contenere, e quali, un dizionario rivolto agli alunni della scuola elementare?  Non c’è una risposta esatta, perché se le 7.000 parole del VIB di de Mauro (parole che rappresentano il lessico noto ai parlanti «che hanno frequentato la scuola almeno fino alla terza media») potrebbero sembrare fin troppe, ve ne sono molte altre, non comprese in quella lista, che una bambina o un bambino di 9-10 anni possono avere occasione di incontrare nelle letture scolastiche o in altre esperienze linguistiche della loro vita quotidiana. Ma sia le letture che le esperienze possono essere molto diverse, a seconda dei contesti scolastici, locali, sociali e familiari, e un dizionario rivolto a questa fascia di utenti dovrebbe perciò cercare di soddisfare tutta la varietà di queste esigenze o almeno avvicinarsi a questo obiettivo: di conseguenza chi sceglie le parole da mettere in un dizionario del genere, dovrà per ciascuna di esse fare uno sforzo di immaginazione sociolinguistica e chiedersi: che probabilità avranno di incontrare questa parola una bambina o un bambino di 9-10 anni? La risposta a questa domanda è ovviamente una scommessa, e se una parola inclusa soddisferà tutti quegli utenti che vi s’imbatteranno, una parola esclusa provocherà l’insoddisfazione e le rimostranze non tanto degli alunni quanto dei loro genitori: nel corso degli anni ho ricevuto diverse lettere da alcuni di loro che lamentavano l’assenza nel mio dizionario di questa o quella parola “indispensabile”, e in qualche caso tale parola è stata inserita in una successiva edizione, ma una soluzione che accontenti tutte le possibili esigenze è per definizione impossibile in un dizionario che contava circa 20.000 parole nella sua prima edizione, aumentate di alcune centinaia in quelle successive. A questo riguardo posso aggiungere che nella mia scelta del lemmario io ho volutamente limitato per esempio l’inclusione di un gran numero di nomi di piante, fiori e animali, al di là di quelli più comuni, sia perché sono una lista sterminata, sia soprattutto perché i ragazzi d’oggi, attraverso la televisione e ancor più internet, hanno la possibilità di farsi un’idea precisa e soprattutto concreta di, che so, un animale come l’opossum, che invece dopo aver letto le due righe di definizione del dizionario resterebbe per loro sostanzialmente una vaga ombra. Ho invece privilegiato l’inclusione di parole astratte, ma di uso abbastanza frequente (un es. potrebbe essere permanenza) per le quali il dizionario è l’unico strumento a disposizione, se i ragazzi se la devono cavare da soli.
 
C’è una qualche censura per quanto riguarda – per esempio – parolacce o parole straniere inutili o parole marcate in senso regional-dialettale? In altre parole: quale modello di italiano s’intende trasmettere?
 
Se il criterio d’inclusione è dunque soprattutto quello della concreta utilità che la conoscenza di questa o quella parola può avere nelle variegate esperienze linguistiche dei bambini, nessun ambito e nessun registro è a priori censurato, e quindi anche “le parole che non si devono dire”, le parolacce, avranno il loro posto, almeno quelle più comuni. Così ci sarà naturalmente cazzo, parola già in uso ai tempi di Dante e Petrarca, onnipresente ai nostri orecchi e anche a quelli dei bambini, che non hanno certo bisogno del dizionario per sapere quel che significa, ma forse andranno a cercarla tra le prime per vedere se c’è, e lì troveranno l’informazione che gli dà il concetto linguistico di quel che san già: «termine usato nel linguaggio volgare per indicare il pene», e chissà che per molti di loro proprio questa parola cercata sul dizionario non diventi il primo passo verso la consapevolezza che la lingua è una, ma i linguaggi molti, e il saperli ben distinguere è la condizione per saperli ben usare.
 
Come si fa a essere certi che le accezioni, le spiegazioni dei significati siano davvero comprensibili a bambini tra i sei e i dieci anni? Ha fatto anche verifiche sul campo con scolari e insegnanti?
 
Anche se Il mio primo dizionario è genericamente rivolto agli alunni delle elementari, dalle conversazioni con diverse insegnanti emerge che il suo uso inizia, quando inizia, nelle due ultime classi del ciclo, con rarissime eccezioni. Quindi devo onestamente confessare che quando ho redatto le voci del mio dizionario immaginavo davanti a me bambini non di sei-sette anni, ma di otto e soprattutto di nove e dieci anni. Ciò premesso, il problema di farsi capire, di dare spiegazioni dei significati che siano il più possibile comprensibili, questo problema ovviamente resta sempre ed è il principale cruccio di chi scrive dizionari di questo tipo. Da questo punto di vista, delle periodiche verifiche con insegnanti possono essere molto utili per emendare noi lessicografi da certi vizi professionali. Faccio un esempio abbastanza recente, quello di una brava ed esperta maestra, che ha criticato le mie definizioni di marito («il coniuge di sesso maschile») e moglie («il coniuge di sesso femminile»): sono definizioni inappuntabili, e infatti le troverete anche in altri dizionari, ma lei giustamente diceva che puzzavano di burocratico e mi ha proposto «l’uomo con cui una donna è sposata» e «la donna con cui un uomo è sposato»: sono le definizioni che si trovano nella recente nuova edizione del dizionario.
 
La prima edizione del suo dizionario è del 2001; in quella del 2010 una delle novità era costituita dalle “parole di Internet”: l'attuale aggiornamento da quali innovazioni è caratterizzato?
 
Insieme a queste e ad altre facilitazioni di tipo grafico, la nuova edizione prosegue sulla strada già intrapresa con l’edizione del 2010, in cui erano state inserite con una certa abbondanza le parole di internet e dell’informatica, questi ambiti che per noi più anziani sono stati la scoperta di un nuovo universo affascinante e spesso anche inquietante, ma che per le nuove generazioni sono sempre più il modo naturale e principale attraverso cui esse sperimentano la conoscenza dell’universo. Queste parole nuove sono molto spesso straniere, quasi sempre inglesi, ma hanno dato origine anche a un discreto numero di parole nuove italiane: così avremo ad esempio chat, ma anche il verbo neoitaliano chattare, link e linkare, post e postare. Anche in questa scelta di neologismi e forestierismi non mi sono posto altro limite che quello della loro effettiva funzionalità, evitando ad esempio di inserire neologismi e parole straniere frutto di passeggere mode giornalistiche o tipiche solamente delle conversazioni tra adulti colti o che vogliono sembrare tali.  
 
*Roberto Mari è nato a Milano nel 1947. Si è laureato in filosofia nel 1973 presso l’Università degli studi di Milano. Ha insegnato per diversi anni nei corsi per adulti “150 0re”. Dal 1990 è collaboratore fisso della casa editrice Giunti, per la quale ha curato in particolare il settore lessicografico, redigendo diversi dizionari di base della lingua italiana. Ha inoltre collaborato alla redazione della seconda edizione del Dizionario Italiano Sabatini-Coletti, curando in particolare la revisione della sezione sinonimica. Da oltre 25 anni nutre una passione, di cui dà sommario conto al sito www.giottoli.com .

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