01 gennaio 1970

«Dopo Brera: calcio, lingua senza mistero brutta»

Intervista a Gian Paolo Ormezzano* a cura di Edoardo Novelli**

*Gian Paolo Ormezzano (1935), è giornalista sportivo dall'età di 18 anni. Ventitré Olimpiadi tra estive e invernali (un record mondiale), tantissimo ciclismo (28 edizioni del Giro d’Italia, 12 del Tour de France), nuoto e atletica (anche praticati: podista maratoneta alle gare di New York e Torino, finite a 60 e 63 anni). Per il calcio migliaia di articoli, cinque campionati mondiali, libri. Tre ampie storie di tre sport: ciclismo, atletica e calcio. Quattro giornali invasi nel corso delle sue lunghe scorrerie: Tuttosport (in tre periodi diversi, l’ultimo dei quali in corso), La Stampa, Famiglia cristiana e Il giornalino. Tra i più recenti libri scritti, Assolutamente Toro - 1906-2006 (dedicato alla squadra di calcio del Torino; Diemme ed. 2006) e Il Giro e l’Italia con Beppe Conti (sull’Italia del Giro ciclistico; Diemme ed. 2007). A Gian Paolo Ormezzano abbiamo rivolto alcune domande sul linguaggio di ieri e di oggi del giornalismo sportivo specializzato sul calcio.

Nell’era della televisione, dello sport in diretta a pagamento, ha ancora senso scrivere e raccontare il calcio? Scrivere sì, raccontare no: a meno di essere Hemingway. Sto parlando ovviamente del resoconto delle partite, già comico e inutile ai tempi di Carosio radiofonico. Ma non dico solo del calcio:  per raccontare lo sport, adesso, bisogna essere artisti del racconto. E chi lo è? Si spiega, si interpreta, si orpella una gara, ma non la si racconta.

Quanto conta la “creatività linguistica” nel racconto giornalistico del calcio? Niente, ormai, essendo cosa che non esiste più. Si tira avanti per l’effetto Brera. Io credo che inconsciamente si sappia che il calcio è una puttanata, e quindi si eviti di sciupare letteratura su di esso, anche se si potrebbe magari farlo.

Quali sono state a suo giudizio le grandi firme del giornalismo sportivo della carta stampata? Una sola, quella di Gianni Brera. Epigoni suoi specie alla «Repubblica»: Emanuela Audisio, Gianni Mura, Maurizio Crosetti. I cantori del passato erano analfabeti, però innamorati autentici dello sport, per il quale magari inventavano competizioni (a fini anche di tiratura: di solito erano pure editori). Credo che i giornalisti sportivi che scrivano pezzi a loro sicuramente attribuibili sin dalle prime righe, senza vedere la firma, si contino sulle dita di una mano. Mi ci metto anch’io, ma perché scrivo cose pazze.

Quali erano in termini di linguaggio le loro caratteristiche, quei tratti che le rendevano uniche? Dopo i cantori, il periodo dell’amore (grezzo, ma amore) per lo sport, Brera introdusse lo studio e la diffusione dell’erotismo. Adesso siamo alla pornografia, c’è una logica in questo divenire. Il linguaggio di Brera è stato l’italiano in salsa lombarda, molto efficace. Gli altri hanno al massimo scopiazzato lui.

Si ricorda alcune delle loro espressioni/invenzioni? Ripeto che mi fermo al solo Brera: abatini, rabicani, calcio mistero senza fine bello. Ma mi pare di sminuirlo, spupazzandolo così.

Quali sono state a suo giudizio le grandi firme del giornalismo sportivo radiotelevisivo? Una sola, Sergio Zavoli. Poteva esserlo Beppe Viola, è morto troppo presto.

Quali erano in termini di linguaggio le loro caratteristiche, quei tratti che le rendevano uniche? Per Zavoli la cultura, lo straordinario possesso delle parole. Per Viola l’ironia.

Come è cambiata nel corso del tempo la lingua del calcio? Be’, meno di quel che si potrebbe pensare. Semplicemente perché le nuove leve scrivono da vecchie penne. Diciamo che su mille giornalisti sportivi, novecentonovantanove scrivono nello stesso modo, e come i diecimila che li hanno preceduti.

Oggi il giornalismo non è più unicamente concentrato sull’evento calcistico, cioè la partita, ma sempre di più contano elementi di contorno quali il racconto dell’ambiente, dei retroscena. Questo ha inciso sul linguaggio giornalistico del calcio? Sì, un pochino. Ma c’è ancora la tendenza di raccontare un ambiente come se fosse una partita. Magari per incapacità di fare altrimenti. Eppure il passaggio dal resoconto al gossip, all’interpretazione dell’evento, o il ritorno al colore, poteva dare luogo a belle rivoluzioni: Ma nessuno ci ha provato: lo sport, grazie alla televisione, dà la garanzia che qualsiasi articolo viene letto, per completare le immagini del video. E questo genera pigrizia.

Gli italiani sono notoriamente grandi lettori di calcio scritto: pensa che la lingua del calcio e più in generale dello sport abbia avuto una funzione didattica nella diffusione della lingua italiana? Al contrario. Ha agito come elemento distruttore, corruttore. Purtroppo lo sport scritto ha due alibi: la fretta e la semplicità che diventa grossolanità.

Quali espressioni e formule sono passate dalla lingua dello sport all’italiano comune? Tante, troppe. E purtroppo le espressioni sportive hanno invaso tutto il giornalismo. Un tempo noi giornalisti sportivi ne eravamo fieri, ora cominciamo forse a capire che dovremmo vergognarcene.

Quanto del linguaggio, del gergo, delle espressioni della lingua del giornalismo sportivo è “passato” all’altro giornalismo? Vedi risposta precedente. Con un’aggravante: l’altro giornalismo poteva e doveva respingerci, invece ci ha trovati comodi da usare.

Cosa le piace e cosa non le piace dei tecnicismi della lingua del calcio? Non mi piace niente. La parola più oscena è schema. Una volta ho chiesto ad un grande onesto tecnico se mai in partita è stato realizzato uno schema di quelli provati in allenamento e discussi dalla stampa specializzata. Mi ha risposto: uno schema? via, neanche un tiro.

La lingua del calcio conta molte frasi fatte. Quale secondo lei sarebbe assolutamente da abolire? Sono troppe, mi smarrisco nella giungla. È una colossale frase fatta l’inquadrare in una logica di azioni, di schemi (toh) uno sport, un gioco che ha successo perché è assurdo e permette sorprese.

Quale invece da salvare? Per frase fatta intendo frase drogata dall’uso, dalla banalità. Tutte le frasi che pretendono di dare una logica al calcio sono fatte, nel senso di drogate.

Ci sono delle invenzioni linguistiche o dei neologismi relativi alla lingua del calcio che lei rivendica? Avrei voluto essere l’inventore, per il mio Toro, di tremendismo granata, è stato Giovanni Arpino, juventino. Io credo di avere inventato mamma tivù: ma non se sia un merito o una colpa.

La più bella espressione che ricorda legata alla lingua del calcio? Giglio Panza su «Tuttosport», un pareggio in extremis del Napoli col Milan al Vomero, vecchio stadio partenopeo: «Cosa è successo al gol del pareggio lo potete facilmente immaginare: una cosa assolutamente inimmaginabile».

**Edoardo Novelli (Torino, 1960), è giornalista professionista e ricercatore in Sociologia dei processi culturali e comunicativi presso il Dipartimento di Comunicazione e Spettacolo della Facoltà di Lettere e filosofia dell'Università di Roma 3. Sulla comunicazione politica ha tenuto corsi e seminari in varie università italiane, ha pubblicato saggi e articoli (La turbopolitica. Sessant'anni di comunicazione politica e di scena pubblica in Italia: 1945-2005, Bur Rizzoli, Milano, 2006; C'era una volta il Pci. Biografia di un partito attraverso le immagini della sua propaganda, Editori Riuniti, Roma, 2000; Dalla tv di partito al partito della tv. Televisione e politica in Italia 1960-1995, La Nuova Italia, Firenze, 1995; ), ha realizzato programmi televisivi (per Rai Tre, Rai Educational, La7), ha collaborato con quotidiani e riviste («La Stampa», «Il Venerdì di Repubblica»). Gli ultimi lavori sono la cura, assieme a Giorgio Vasta, del volume di Alberto Negrin, Niente resterà pulito. Il racconto della nostra storia in quarant'anni di scritte e manifesti politici, Bur Rizzoli, Milano, 2007, e Mi consenta. I politici e la tv, documentario di 120 minuti per la trasmissione La Grande storia in prima serata di RaiTre.


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