01 gennaio 1970

La telecronaca calcistica da Nando Martellini a Bergomi-Caressa

di Emiliano Picchiorri*

Una voce fuori campo

Una volta accesa la televisione, bastano pochi secondi per accorgersi che manca qualcosa: i giocatori si muovono in un silenzio irreale, dal quale emerge ogni tanto il coro dei tifosi o il tonfo sordo del pallone calciato con più forza. Al sibilare deciso di un fischietto, gli uomini sullo schermo si fermano improvvisamente e cambiano direzione alla propria corsa, ma noi spettatori non siamo ben sicuri di quello che sta succedendo in campo. È questo, più o meno, l’effetto che produce la visione di una partita di calcio quando i giornalisti sono in sciopero e la trasmissione va in onda senza telecronaca. La televisione, come ha osservato Aldo Grasso, favorisce una spettacolarizzazione del calcio che lo rende molto diverso da quello giocato effettivamente sul campo: le immagini proposte al telespettatore, infatti, non restituiscono un resoconto del tutto veritiero della competizione sportiva, perché le telecamere indugiano su elementi estranei al gioco, come il pubblico o i primi piani dei giocatori, e offrono la possibilità di rivedere singoli frammenti di azioni, evidenziando particolari che a velocità normale sarebbero sfuggiti. La presenza della telecronaca contribuisce in modo notevole a questo filtraggio della realtà, poiché il commento della voce fuori campo, compiendo un’operazione di istantanea decodifica delle immagini, fornisce allo spettatore una chiave di lettura degli eventi quasi obbligatoria: l’effetto di straniamento derivato dall’occasionale eliminazione di questa voce è una testimonianza lampante del suo ruolo di guida nell’interpretazione di ciò che lo schermo trasmette.

“Incredibile” telegrafismo A sua volta, la struttura stessa della telecronaca è profondamente condizionata dalle immagini: le esigenze pragmatiche e testuali della lingua parlata dal commentatore sono infatti direttamente conseguenti all’evoluzione del gioco. La sintassi della frase deve necessariamente essere paratattica e giustappositiva, poiché non può fare a meno di procedere attraverso un progressivo accumulo di elementi, nel tentativo di adeguarsi alla velocità e alla consequenzialità dell’evento descritto. Spesso il discorso resta in uno stato di semiarticolazione e si compone per lo più di sequenze nominali: «Maldini… Costacurta… ancora Maldini… uno-due con Pirlo... passaggio filtrante per Kakà, ma non c’è intesa tra i due». La necessità di ridurre il più possibile il materiale verbale produce la tendenza a sopprimere il complemento oggetto usando i verbi in modo assoluto (allarga, smista, blocca, lancia), ma questo telegrafismo è in genere bilanciato dall’uso di una aggettivazione rigogliosa e fortemente elativa (splendido, magnifico, eccezionale, incredibile). Man mano che il ritmo dell’azione accelera e si arriva in prossimità della rete, è comunque inevitabile l’incremento delle strutture ellittiche e la scomparsa di aggettivi, verbi e connettivi testuali. Si legga, ad esempio, il brano pronunciato da Bruno Pizzul durante i Mondiali coreani del 2002, che si riduce quasi unicamente alla ripetizione del nome dell’attaccante lanciato verso la porta avversaria: «Vieri, Vieri, Vieri… solo… Vieri, Vieri, sì, goal!».

Quelli che verticalizzano le parole

Se fin dalla sua nascita la lingua dei telecronisti condivide molte caratteristiche con quella della carta stampata – come la presenza di anglicismi, l’ampio uso di epiteti e di perifrasi, il ricorso alle iperboli e alle metafore belliche –, l’elemento che più di altri sembra contraddistinguerla negli ultimi tempi è la tendenza al tecnicismo. A questo proposito, Claudio Giovanardi (Il linguaggio sportivo, in Lingua e identità, a cura di Pietro Trifone, Roma, Carocci, pp. 241-68) ha indicato un momento di rottura nel passaggio dal commentatore unico alla telecronaca a due voci: da alcuni anni, infatti, il giornalista che fa la telecronaca vera e propria è stato affiancato da un esperto a cui sono affidate le notazioni di natura tecnica. Ciò ha contribuito alla diffusione di una serie di moduli che tendono a tecnicizzare artificiosamente il linguaggio calcistico, come il verbo verticalizzare invece di lanciare la palla in avanti, l’aggettivo inattiva invece di ferma in riferimento alla sfera di gioco e la diffusione di metafore geometriche come alzare il baricentro della squadra o effettuare la diagonale difensiva: se nelle storiche cronache di Nando Martellini un giocatore dribblava l’avversario e partiva in contropiede, oggi per la coppia formata da Fabio Caressa e Giuseppe Bergomi si cerca l’uno contro uno e si tenta la ripartenza.

Da Nando il sobrio a Fabio l’infiammato

Ma di là dall’impiego di una lingua più tecnica e meno fantasiosa, la differenza tra Nando Martellini e gli attuali cronisti in coppia risiede soprattutto nel diverso atteggiamento di fondo: alla sobrietà e al distacco mostrato dal telecronista classico è subentrato uno stile infiammato, che si caratterizza per le grida fuori misura e per le vere e proprie esultanze – che poco divergono da quelle dei tifosi sugli spalti – al momento della realizzazione di una rete. Il coinvolgimento emotivo e l’abbandono della compostezza, che un tempo erano appannaggio esclusivo dei telecronisti brasiliani, sembrano riguardare in particolare i giornalisti delle televisioni private, come Fabio Caressa, Sandro Piccinini o Carlo Pellegatti, e sono finalizzati al mantenimento costante della tensione emotiva nel telespettatore che deve essere intrattenuto. In ultima analisi, tale cambiamento va di pari passo con la profonda trasformazione avvenuta nel mondo del calcio, che da sport popolare per eccellenza si è trasformato in evento mediatico fortemente condizionato dalle logiche del mercato.

Tormentoni al microfono

Consapevoli del rischio della monotonia e dell’anonimato, i telecronisti hanno sempre cercato di personalizzare il più possibile il proprio commento: a partire dal quasi goal del radiocronista Nicolò Carosio, una delle principali strategie adottate per rendere unico e ben riconoscibile il proprio stile è l’adozione di formule fisse, basate non tanto sull’originalità quanto sulla ricorsività di partita in partita. Numerose sono quelle associabili alla lunga carriera di Bruno Pizzul, dal partiti! pronunciato subito dopo il fischio d’inizio, al difensore arcigno, all’attaccante che ha il problema di girarsi o che mette in moto le lunghe leve. Più recentemente, Sandro Piccinini ha coniato il termine sciabolata per indicare un lungo lancio in avanti e l’esclamazione brivido!, riservata alle occasioni da goal più pericolose, mentre Fabio Caressa è solito indicare la fine del primo tempo con la formula l’arbitro manda tutti a prendere un tè caldo e Marco Civoli ha rivitalizzato l’arcaismo pertugio per definire l’apertura di uno spazio tra le maglie avversarie. Anche tra le seconde voci si possono riconoscere precise scelte stilistiche: Mauro Sandreani ricorre spesso al verbo irretire e sfoggia numerose voci tecniche, Giacomo Bulgarelli ama il registro ironico, mentre Sandro Mazzola si caratterizza per l’invenzione del “telegramma”, un brevissimo giudizio finale che riassume l’andamento della gara.

Memorabilia Le parole dei telecronisti possono restare memorabili anche grazie all’eccezionalità del momento nel quale sono pronunciate. La triplice anafora esclamata da Nando Martellini nel 1982, «Campioni del mondo, campioni del mondo, campioni del mondo», è diventata così celebre da essere citata e aggiornata da Bergomi e Caressa in occasione della quarta vittoria mondiale della nazionale italiana. Ai Mondiali disputati nel 2006 in Germania, e in particolare alla città nella quale si è svolta la finale, sono legate altre due frasi destinate a rimanere a lungo nella memoria collettiva: quella di Fabio Caressa «andiamo a Berlino, andiamo a prenderci la coppa!», che testimonia la partecipazione e l’immedesimazione del telecronista-tifoso, e quella di Marco Civoli «il cielo è azzurro sopra Berlino, siamo campioni del Mondo», che, riformulando efficacemente il titolo di un famoso film di Wim Wenders, gioca sulla doppia valenza dell’aggettivo azzurro, legato alla sfera semantica della positività e insieme colore ufficiale della nazionale di calcio italiana.

*Emiliano Picchiorri, dottorando di ricerca presso l’Università per Stranieri di Siena, si è occupato della lingua della novella antica (Semantica di ‘bambino’, ‘ragazzo’ e ‘giovane’ nella novella due-trecentesca, «Studi di Lessicografia italiana», XXIV 2007) e della lingua del cinema italiano (Le parole sono importanti. Appunti sulla lingua dei film di Nanni Moretti, «Studi linguistici italiani», XXXVI 2007) e sta attualmente studiando la lingua dei romanzi di Antonio Bresciani. Collabora con l’Opera del Vocabolario Italiano alla redazione del Tesoro della Lingua Italiana delle Origini. Insieme a Pietro Trifone ha recentemente partecipato al Convegno Internazionale L’Italia dei dialetti (Sappada, 27 giugno - 1 luglio 2007) con una comunicazione dal titolo Lingua e dialetto in mezzo secolo di indagini statistiche.


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